SUPEREURO: NUOVO RECORD, E IL DOLLARO SPROFONDA

28 Novembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

Nuovo record dell’euro che oggi ha sfondato la soglia 1,2 dollari. La moneta unica europea ha toccato un massimo di 1,2017 (1,1908 degli ultimi scambi di ieri), un livello mai raggiunto dal suo debutto di cinque anni fa (per sapere chi sono i grandi speculatori che giocano al ribasso sul dollaro, clicca su Target News, riservata agli abbonati a INSIDER). Una vetta pronosticata dagli addetti ai lavori sull’onda dell’ inarrestabile indebolimento del biglietto verde a dispetto della recente messe di dati macroeconomici che confermano in modo inequivocabile l’accelerazione dell’economia a stelle e strisce.

Per gli economisti quella del dollaro è ormai una debolezza strutturale. Tanto che l’euro ha potuto superare senza traumi anche tutte le problematiche legate al Patto di Stabilità. Aspetto quest’ultimo totalmente ignorato dal mercato al pari della crescita debolissima dell’eurozona che,continuando a scontare la fragilità della domanda interna, è tutta al traino dell’export in scia alla ripresa Usa.

Fatto questo che pone più di un interrogativo sulla sostenibilità per il sistema Eurolandia di una moneta a questi livelli. Gli analisti non escludono che la valuta europea possa raggiungere un picco massimo di 1,40-1,80. Ma la stagione di supereuro dovrebbe avere vita breve. “Quota 1,20 è già insostenibile per l’economia europea – spiega Asmara Jamaleh, analista Forex di IntesaBci – un livello troppo forte che compromette le esportazioni dell’area”.

Oltre a questo, uno studio di Goldman Sachs rileva che ogni flessione del 10% del dollaro, costa in media alle aziende europee il 4% sui profitti. Così, se è vero che in futuro ci dobbiamo abituare al dollaro debole alla luce del forte deprezzamento della moneta americana anche rispetto alla sterlina e al franco svizzero, viene sottolineato che per il rialzo dell’euro-dollaro lo spazio si è ormai esaurito. “Dopo la prima ondata di apprezzamento della valuta europea sulla scia della guerra in Iraq – aggiunge Jamaleh – oggi l’euro è di fatto sopravvalutato e non vediamo margini per un ulteriore rafforzamento.

Le nostre previsioni sono per un euro tra 1,15 e un minimo di 1,10”. Sta di fatto che a tenere sotto pressione la moneta americana concorrono un insieme di fattori. A partire dall’allerta terrorismo accanto alla complicata situazione in Iraq, alla questione dei dazi sull’acciaio e alle restrizioni dell’import dalla Cina fino al capitolo nero dei cosiddetti deficit gemelli. In particolare, riguardo al disavanzo record delle partite correnti appare ormai chiaro che il dollaro debole, più o meno caldeggiato dall’amministrazione Bush per mettere in moto le esportazioni, può rappresentare un rimedio solo parziale.

Cosicché, anche a fronte di una sostenuta crescita economica, restano in piedi tutti i dubbi sulla capacità degli Usa di calamitare i necessari flussi di capitali esteri. Per di più, a rendere poco appetibile il biglietto verde contribuisce in buona parte il basso livello del costo del denaro. I tassi di interesse sono fermi all’1%, ai minimi da 45 anni, contro il 2% fissato dalla Bce. E stando alle indicazioni della Federal Reserve, non sono previsti ritocchi all’insù come invece hanno già fatto le Banche centrali di Australia e Inghilterra.

Una stretta sui tassi rischia infatti di compromettere il consolidamento della ripresa Usa, tenuto conto che nel giro del primo semestre 2004 si andranno esaurendo gli effetti benefici del pacchetto di stimolo fiscale promosso da Bush. Per di più, la storia americana ci insegna che mai un rialzo dei tassi è stato deciso prima delle elezioni presidenziali. Se anche questa volta la tradizione verrà rispettata, bisognerà attendere l’autunno del 2004.

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