SUKUK RISTRUTTURATO? ECCO I DANNI COLLATERALI DEL CRACK IN DUBAI

28 Novembre 2009, di Redazione Wall Street Italia

(aggiornato) – La Banca centrale degli Emirati Arabi Uniti e’ intervenuta assicurando liquidita’ alle banche che operano sul suo territorio. L’intervento mira a limitare l’onda d’urto che potrebbe colpire domani, alla riapertura delle borse regionali, i titoli degli istituti di credito piu’ esposti all’annunciata richiesta di ristrutturazione del debito di Dubai World. ‘Il sistema bancario degli Eau – assicura la banca centrale – e’ piu’solido e liquido di quanto non fosse un anno fa’.

Intanto i tecnici di Deloitte, Rothschild e Alix Partners sono al lavoro sulla ristrutturazione del debito di Dubai World. Varie le opzioni allo studio. La holding potrebbe ripagare, entro il 14 dicembre, il ‘sukuk’ (bond islamico) da 3,52 miliardi dollari emesso da Nakheel e riscadenziare il resto del debito. Oppure potrebbe essere rimborsato l’80% del debito ai detentori dei bond e alle banche. Oppure moratoria del debito con congelamento dei pagamenti fino al 30 maggio 2010.

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Sul fronte bancario-finanziario, il New York Times nota come alcune delle grandi banche inglesi con le piu’ forti esposizioni nei confronti degli Emirati Arabi Uniti hanno gia’ seri problemi in partenza. La Royal Bank of Scotland (RBS) che dall’anno scorso e’ controllata dal governo inglese (fu salvata durante la crisi finanziaria del 2008) e’ uno dei creditori di Dubai World, con prestiti complessivi per $2.3 miliardi, stando a un rapporto di J.P. Morgan Chase. Standard Chartered e Barclays sono nella lista delle banche a rischio per aver prestato agli arabi in totale oltre $10 miliardi. HSBC, come abbiamo scritto fin dal primo momento, ha un’esposizione di circa $17 miliardi negli Emirati Arabi Uniti.

Ecco comunque la lista dei paesi creditori degli United Arab Emirates, di cui fa parte Dubai (fonte: Credit Suisse, che cita a sua volta la BIS, Bank for International Settlements) – l’Italia non c’e’!:

United Kingdom: $50.2 billion
France: $11.3 billion
Germany: $10.6 billion
United States: $10.6 billion
Japan: $9.0 billion
Switzerland: $4.6 billion
Netherlands: $4.5 billion

E questa e’ la lista delle banche creditrici degli United Arab Emirates (fonte: Credit Suisse, che cita a sua volta Emirates Bank Association):

HSBC Bank Middle East Limited: $17.0 billion
Standard Chartered Bank: $7.8 billion
Barclays Bank Plc: $3.6 billion
ABN-Amro (RBS): $2.1 billion
Arab Bank Plc: $2.1 billion
Citibank: $1.9 billion
Bank of Baroda: $1.8 billion
Bank Saderat Iran: $1.7 billion
BNP Paribas: $1.7 billion
Lloyds: $1.6 billion

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Secondo il Wall Street Journal, anche se un default non dovesse provocare una crisi bancaria, potrebbe pero’ piu’ facilmente dare la stura a una piu’ ampia crisi nella fiducia degli investitori soprattutto sul fronte del debito di paesi super-indebitati.

“Sul mercato dei bond legati ai debiti sovrani governativi si notano chiari segnali di stress – scrive il WSJ – con il costo dei CDS (credit default swaps, cioe’ il costo dell’assicurazione contro un default) in paesi come Ungheria, Turchia, Bulgaria, Brasile, Messico e Russia in rialzo, sulla scia dei timori che i paesi emergenti potrebbero avere problemi nell’onorare i loro debiti anche nello scenario di un’economia in guarigione. La preoccupazione e’ che i debiti sovrani possano ora rappresentare un’altra scossa di assestamento della crisi finanziaria globale”.

Intanto si vanno definendo altri dettagli, alcuni sono autorevoli voci ufficiose newyorkesi e altre sono news:

– Secondo UBS (da che pulpito!) gli $80-90 miliardi di indebitamento del governo di Dubai, che sono gia’ oltre il 100% del GDP – ma l’Italia e’ ben al di sopra del 100% e i 90 miliardi – ma di euro – li paga solo di interessi) sarebbero in realta’ sottostimati, per via di bel pacco di miliardi “fuori bilancio” (ed ecco perche’ la mossa disperata della moratoria).

– altro alert: il governo del Dubai e’ in vacanza (Eid Al-Adha) fino al 6 dicembre.

– il famoso fondo sovrano di Abu Dhabi Sovereign Wealth Fund, di cui si e’ sempre detto che e’ pronto al salvataggio anche perche’ ha in cassa la bellezza di $500 miliardi, sarebbe (ma guarda!) molto meno ricco rispetto alle stime fin qui circolate. L’anno scorso per esempio a Wall Street giro’ un rumor insistente su perdite del fondo per $125 miliardi. Secondo Bloomberg infine alcune fonti dicono che il patrimonio del fondo che dovrebbe salvare i cugini sceicchi di Dubai sarebbe soprastimato anche del 100%.

Circa 400 progetti immobiliari in United Arab Emirates (UAE), di cui Dubai fa parte, valutati complessivamente 300 miliardi di dollari, sono in questo momento congelati per la crisi.

Si va chiarendo anche la mappa delle proprieta’ di Dubai World negli Stati Uniti. Oltre ad aver acquistato attraverso il suo braccio d’investimento Istithmar World la catena di abbigliamento di lusso Barneys New York nel 2007 per quasi 1 miliardo di dollari (ora e’ in serie difficolta’ per la recessione nel settore) Dubai World ha rilevato 8 tra palazzi per uffici e hotel, compresi a New York il Mandarin Oriental e il W Hotel e a Miami Beach il 50% del Fontainebleau Hotel (costato tra acquisto e ristrutturazione oltre $1 miliardo).

Gli effetti collaterali del crack in Dubai sono quindi vasti e hanno molte ramificazioni, non solo sul sistema bancario, ma su moltri altri business e sui consumatori. Non e’ tanto questione se le banche potranno assorbire le perdite (se vivono e vegetano ancora con i “titoli tossici” e i subprime in pancia a un anno dal collasso sono capaci di tutto; e poi vengono comunque salvate…) quanto piuttosto il fatto che i problemi dell’Emirato potrebbe portare a un prosciugamento del credito nella zona del Golfo e altrove, rendendo piu’ complicata la capacita’ delle aziende di finanziarsi, stallando cosi’ l’avvio verso la ripresa.

Alcuni analisti, citati dall’Associated Press, hanno infine espresso preoccupazioni per il fatto che i guai del Dubai possano frenare o addirittura rovesciare gli acquisti che hanno alimentato il boom di assets (di solito mercato immobiliare) in molti paesi emergenti, dell’Asia e dell’America Latina, dove si erano indirizzati enormi capitali di investitori per una crescita economica entusiasmante rispetto alla pesante recessione in Europa e negli Stati Uniti.

Su un altro fronte, l’India sta esaminando le conseguenze del quasi-default in Dubai in quanto paese col piu’ alto ammontare di rimesse degli emigrati dall’estero (circa $10 miliardi l’anno), oltre che come terza potenza economica del continente asiatico. Lo ha detto il governatore della banca centrale dell’India Duvvuri Subbarao.

Circa 4.5 milioni di indiani emigrati vivono e lavorano nella zona del Golfo inviando ogni anno alle famiglie circa $10 miliardi, stando a dati raccolti da Bloomberg. Il caos finanziario in Dubai potrebbe influire negativamente sulle rimesse, ha detto Thomas Issac, ministro delle finanze dello stato indiano di Kerala, da cui provengono 1/4 degli emigrati indiani.