SUI BOND ARGENTINI CONTINUA IL BRACCIO DI FERRO

14 Settembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

L’accordo tra Buenos Aires e il Fondo Monetario Internazionale è stato raggiunto effettivamente la settimana scorsa, come programmato. E’ una buona notizia, perché quella firma era una condizione imprescindibile per il passaggio alla fase delle trattative con i creditori.

In precedenza Nicola Stock, il presidente della Tfa, associazione per la tutela degli investitori in titoli argentini (www.tfargentina.it), aveva ottenuto dal segretario alle finanze Guillermo Nielsen, responsabile della ristrutturazione del debito del Paese sudamericano, la categorica smentita della indiscrezione uscita su un giornale argentino su un taglio dei capitali investiti di quelle proporzioni. E in questo caso la notizia è, seppure ancora buona, meno rassicurante: comunque, fa capire che si sta entrando nel clima caldo del braccio di ferro tra il gigante debitore da una parte e le associazioni dei risparmiatori dall’altra.

Le 152 obbligazioni diffuse tra il pubblico verranno infatti sicuramente convertite in bond con caratteristiche diverse e meno favorevoli: le anticipazioni sulle intenzioni di parte argentina sono per una varietà di scelte, dalle cedole indicizzate alla crescita economica del Paese all’allungamento delle scadenze, magari fino ai 30 anni e probabilmente con un primo periodo di qualche anno (forse 5) durante il quale i nuovi bond non frutterebbero alcun interesse cedolare.

Tra le opzioni, c’è anche quella della parziale conversione in azioni nel caso dei prestiti corporate, che pesano per 800 milioni di euro, contro i 12,2 miliardi di bond pubblici, nell’universo delle obbligazioni tutelate dal Tfa.

Di gran lunga l’associazione più rappresentativa con il 90% delle deleghe dagli investitori italiani (13 miliardi di titoli sul totale italiano di 14), la Tfa ha di recente costituito l’Igor (International Group of Rome) con la associazione parallela Abra, che tutela i risparmiatori tedeschi, austriaci, svizzeri, olandesi e lussemburghesi (per 1,2 miliardi di euro). Obiettivo della fusione degli interessi, secondo lo statuto dell’Igor, è di avere voce più grossa per «la preservazione del capitale nominale nella valuta originaria delle obbligazioni sottoscritte, con l’eventuale allungamento delle scadenze e la riduzione dei tassi di interesse, nonché la garanzia di pari ed equo trattamento dei creditori sia individuali sia istituzionali».

Le condizioni di maggior favore rispetto ad altre nazioni che l’Argentina ha ottenuto per i suoi impegni con l’Fmi (obiettivo di surplus del bilancio fissato al solo 3% per il 2004, contro l’attuale 5% dell’Ecuador e il 4,25% che spera di ottenere il Brasile) sono più l’effetto dell’enormità del debito da ristrutturare, 60 miliardi di dollari, che non la premessa di una più ampia disponibilità del Paese a comportarsi generosamente con gli obbligazionisti. La vera strategia del governo Kirchner sarà meglio interpretabile il 23-24 e 25 settembre a Dubai, alla assemblea mondiale del Fmi.

«Attendiamo con fiducia in quella sede l’annuncio ufficiale dell’accordo generale con l’Fmi», ha detto Alberto Castelli, consigliere per il Sanpaolo Imi della Tfa. «Ma non ci aspettiamo che lì vengano già presentati i dettagli della ristrutturazione. Sarebbe un passo falso perchè, prima di rendere noti i termini, devono parlarne con noi». A più riprese, del resto, lo stesso Nielsen ha fatto sapere nelle scorse settimane che l’obiettivo argentino è di raccogliere il maggiore consenso possibile dei creditori, su un «piano sostenibile economicamente».

Nella lettera d’intenti ora alla firma tra Buenos Aires ed Fmi, i negoziatori della Tfa hanno ottenuto che venga inserito l’impegno solenne da parte dell’Argentina che non avrebbe perso tempo nell’avviare le discussioni tecniche con i rappresentanti internazionali dei creditori.

Ma, in fondo, ad avere davvero l’ultima parola sul destino dei risparmi saranno le condizioni reali del Paese e la sua capacità di ripresa negli anni a venire. Il 2003 è iniziato non male: nei primi 3 mesi il Pil è cresciuto del 2,4%, l’inflazione è calata al 6%, la disoccupazione è al 15% dal 21% di un anno fa, la bilancia commerciale è tornata in attivo.

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