STRATEGIE SU COME LIMITARE IL PESSIMISMO

19 Febbraio 2009, di Redazione Wall Street Italia

*Questo documento e’ stato preparato da Alessandro Fugnoli, strategist di Abaxbank ed e’ rivolto esclusivamente ad investitori istituzionali ovvero ad operatori e clientela professionale ai sensi dell’allegato n.3 al reg. n.16190 della Consob. Le analisi qui pubblicate non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

(WSI) – L’anno più buio della Grande Depressione fu il 1932. In quell’anno i cinque film più visti in America furono Shanghai Express (esotismo decadente, atmosfere trasognate e Marlene Dietrich protagonista), The Kid from Spain (un ladro americano in fuga in Spagna si finge torero per ingannare il poliziotto che lo insegue), Grand Hotel (Greta Garbo in un Art Déco movie, quelli che in Italia vennero chiamati i Telefoni Bianchi), Emma (un melodramma d’amore strappalacrime) e Tarzan the Ape Man.

Disoccupati, sfrattati e impoveriti non andavano al cinema per vedere film su sfrattati, disoccupati e impoveriti, ma per distrarsi o per avere stimoli positivi. John Ford porta Steinbeck sullo schermo con Furore, ma siamo ormai nel 1940 e gli anni terribili della grande siccità sono già storia. In questo spirito, ben consapevoli dei problemi terribili del mondo, proviamo per cinque minuti a elencare qualcosa di positivo, senza la minima pretesa di trarre conclusioni consolatorie. D’altra parte anche i fatti positivi sono fatti.

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Siamo i primi a non scaldarci per la ripresa di domanda di materie prime e per il rimbalzo del Baltic Dry Index. Sono solo riordini di scorte esaurite dopo due mesi in cui non si era ordinato nulla. Ci piace di più il fatto che da settembre le vendite di auto in America siano stabili, sia pure a un livello straordinariamente basso. Per inciso, se l’industria automobilistica, sia pure con qualche aiuto pubblico (niente in confronto alle banche), riesce a sopravvivere a questa crisi, si può pensare che i suoi margini, quando un giorno la crisi finirà, saranno ben più alti di quelli degli ultimi anni.
La produttività, del resto, sta continuando a crescere, mostrando un andamento molto migliore rispetto a quello delle recessioni degli ultimi decenni.

Tornando alle auto, il sito Calculated Risk ha calcolato che,dovessero le vendite di auto rimanere a questi livelli a tempo indefinito, la vita media del parco auto in America arriverebbe presto a 24 anni. Sarebbe bello per quei turisti in cerca di atmosfere rétro che vanno a Cuba a vedere le vecchie macchine americane degli anni Cinquanta amorevolmente mantenute in vita. Paul Krugman nel suo blog nota che le riprese arrivano comunque, se non altro per il fatto che le auto, i macchinari, i computer prima o poi si rompono e, se si vuole restare in produzione, bisogna riprendere a comprarne. Questa ripresa naturale, però, ci mise cinq ue anni ad arrivare tanto nel 1873 quanto nel 1929.

I concessionari di auto in America (ma il fenomeno c’è anche in Europa) notano che l’afflusso di clienti è in ripresa. Se non aumentano le vendite è perché la possibiltà di acquistare a rate praticamente non c’è più. A questo dovrebbe però porre rimedio la Talf, che Bernanke ha oggi confermato che partirà a giorni. C’è un trilione di dollari pronto ad acquistare, tra l’altro, crediti al consumo.

La Talf, del resto, fa parte di una serie ormai notevole di misure che i mercati ritengono insufficienti, ma che sono comunque pronte ad entrare in azione. I due trilioni e rotti del piano Geithner, gli 800 miliardi di stimolo fiscale, i 275 del piano casa vengono valutati zero dai mercati, ma zero non sono. Il fatto poi che si stia parlando sempre più frequentemente di Tarp 2 e di un nuovo piano fiscale per il 2010 significa che le armi per combattere la crisi non sono esaurite.

L’obiezione è, a questo punto, sulla possibilità di tenuta dei conti pubblici se davvero tutti questi incentivi dovessero materializzarsi. La paura sulla solvibilità degli emittenti anche eccellenti è arrivata al punto che c’è chi, per assicurare 10 milioni di Bund a 5 anni, è disposto a spendere in Cds 90mila euro all’anno Che fa, in 5 anni, 450mila euro buttati via se la Germania, per caso, dovesse poi rimborsare, come di solito fa.

Chi ha di queste paure potrebbe probabilmente investire meglio i suoi 450mila euro comprando oro, che fra 5 anni varrà in ogni caso più di zero. L’oro in questa fase non è comprato solo da investitori individuali, ma anche da banche centrali come quella russa. Nei prossimi due anni, comunque vadano le cose, ci sarà una parte del mercato che diffiderà della carta anche governativa. Poiché l’oro è sottopesato o totalmente assente nella stragrande maggioranza dei portafogli (inclusi quelli delle banche centrali) le prospettive dovrebbero essere positive.

Detto questo, continua a essere difficile pensare all’inflazione come a un problema per i prossimi due-tre anni. Sono interessanti, su questo, le previsioni del Fomc rilasciate oggi. Studi accademici (tra cui uno di Christina Romer che risale molto indietro nel tempo) mostrano che i membri del Fomc non sono mai stati molto bravi nel fare previsioni (sono meglio i PhD dello staff).

I loro numeri, a nostro avviso, indicano più che altro le loro paure e le loro speranze. Leggere quindi che la previsione dell’inflazione Core PCE per il 2011 è 0.0 – 1.8 per cento indica che i due falchi del Fomc, quelli che nei due anni passati ci hanno torturato sui pericoli d’inflazione e ora ci torturano sui pericoli della monetizzazione del debito, pensano che fra due anni saremo all’1.8. In pratica non hanno timori veri, fanno finta di averli.

Il tema della tenuta dei conti pubblici è stato al centro delle inquietudini dei mercati europei negli ultimi giorni, in particolare in relazione all’Irlanda (che avrà un disavanzo 2009 dell’11 per cento) e all’Europa orientale. I problemi dell’Europa orientale sono sotto gli occhi di tutti. Imprese, banche e stati nazionali hanno debiti in scadenza da rifinanziare in una fase in cui i mercati e le banche dell’Europa occidentale tutto vorrebbero tranne che mettere altri soldi a est.

La crisi è durissima, ma segnaliamo qualche elemento positivo.

1) Le economie di questi paesi, per quanto in alcuni casi quadruplicate dalla caduta del comunismo, sono ancora relativamente piccole. Il paese con il disavanzo delle partite correnti più alto è la Bulgaria (12 per cento su Pil). La Nuova Zelanda ha un disavanzo uguale e altrettanto strutturale, ma non ha problemi a finanziarlo, la Bulgaria adesso ce li ha. Il Pil bulgaro è però di 30 miliardi di euro, esattamente come quello della Saar, un ridente e microscopico Land tedesco con un milione di abitanti. Salvare la Bulgaria, la Romania (125 miliardi di Pil) o l’Ucraina (108 miliardi) non è costosissimo. La Serbia costa poco anch’essa e poi sa come tirare la cinghia dopo avere combattuto una guerra contro il mondo dieci anni fa. La Polonia ha un disavanzo delle partite correnti del 4 per cento, come l’America, e la forte svalutazione dello zloty le sta ridando competitività. La Russia, dal canto suo, sta bruciando riserve con velocità impressionante, ma ne ha ancora molte.

2) Il Fondo Monetario ha avuto finalmente i 100 miliardi promessi dal Giappone. Adesso Strauss-Kahn ha a disposizione 500 miliardi da prestare. E’ una somma importante se si pensa che finora i numerosi interventi di questi mesi del Fondo sono costati solo 50 miliardi.

3) Il ministro delle finanze tedesco si è fatto coraggio e ha affermato, per ben due volte in due giorni, che i salvataggi in Europa, dovessero essere necessari, si faranno. Questa è un’affermazione storica. E’ la prima volta, a quanto ci consta, che la Germania supera il tabù (da lei stessa imposto) del divieto di salvataggio intraeuropeo. Nella pratica l’aveva già fatto non opponendosi ai pacchetti di aiuto dell’Unione a vari paesi dell’Europa orientale, ma ora arriva anche la conferma dottrinale.

La nostra ipotesi è che la Germania, per tutti questi anni, non abbia mai escluso, dentro di sé, l’ipotesi del salvataggio di un paese in crisi e che l’abbia anzi considerata l’esito più naturale. Il fatto che si sia sempre guardata bene dal dirlo (affermando spesso anzi il contrario) è comprensibile. Tenere gli altri sulla corda è stato un modo per ridurne la propensione all’azzardo morale (cioè a spendere allegramente perché tanto alla fine arrivano i tedeschi).

A questo punto però il governo tedesco considera giustamente che costi meno concedere la garanzia (caso per caso, naturalmente, in modo da tenersi qualche strumento di pressione) piuttosto che affrontare la disgregazione di un unione politica e monetaria che non porterebbe nulla di buono all’industria e alle banche tedesche.

Operativamente, i fatti positivi di cui si è parlato dovrebbero servire più a limitare il pessimismo che a infiammare di ottimismo. L’economia globale continua a contrarsi, la fragilità del sistema è evidente e l’area degli asset tossici continua ad allargarsi. L’azionario, in quanto indicatore sostanzialmente coincidente, non sembra avere ancora la forza di risollevarsi. Il cash e una modica quantità di governativi lunghi e di corporate bond di alta qualità (con il massimo di diversificazione) rimangono la scelta migliore. Con, se si vuole, una spruzzata di polvere d’oro.

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