Stimolo keyneisiano all’americana o austerity all’europea: cosa preferite?

18 Luglio 2010, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – La Federal Reserve ha tagliato le stime di crescita degli Stati Uniti e ha ventilato la possibilità di nuove misure di sostegno monetario all’economia. La Banca centrale europea, d’altro canto, sostiene che la ripresa sarà moderata e discontinua a causa delle misure di risparmio adottate dai Paesi europei e a causa delle continue difficoltà del mercato del lavoro. Queste dichiarazioni ufficiali fanno chiaramente trasparire il timore che la perdita di forza della ripresa possa sfociare in una ricaduta in recessione dell’economia occidentale.

Queste preoccupazioni appaiono giustificate anche perché nei prossimi mesi tenderà a scemare l’impulso positivo della forte crescita dei principali Paesi emergenti a causa delle misure di Cina ed India tese ad evitare un surriscaldamento delle loro economie. L’esaurirsi degli effetti degli imponenti stimoli fiscali e monetari varati per superare la maggiore crisi economica di questo dopoguerra sta mettendo chiaramente in luce che sia in Europa sia negli Stati Uniti l’economia non ha la forza di reggersi sulle proprie gambe. E ciò è grave, poiché sono già state utilizzate parecchie cartucce.

In primo luogo, la possibilità di ricorrere a nuove misure di stimolo fiscale è stata drasticamente ridotta dall’aggravarsi dei deficit e dei disavanzi pubblici. Anche gli spazi di manovra della politica monetaria, sebbene siano tutt’altro che esauriti, si sono ristretti. E infine sembra essere anche diminuita la volontà politica dei singoli Paesi di affrontare i nodi strutturali messi in mostra dalla crisi e della comunità internazionale di rispondere in modo congiunto.

Quanto scritto può essere sintetizzato in questa battuta: si è sperato di rilanciare l’economia e di risolvere i nodi strutturali della crisi grazie alle virtù taumaturgiche della ripresa. Oggi ci si accorge che questa scelta ha solo permesso di guadagnare un po’ di tempo e che tutti i nodi, che vanno da un indebitamento pubblico e privato eccessivo ad un sistema finanziario malato e non funzionale ad un nuovo ciclo di sviluppo economico, rimangono irrisolti.

Quindi allo stato attuale dei fatti appaiono abbastanza chiare le prospettive a breve termine. In Europa, la crisi greca e quella dell’euro hanno costretto la maggior parte dei Paesi europei a varare politiche di risparmio. Queste misure di austerità avranno l’effetto di frenare la ripresa e di far precipitare in recessione i Paesi deboli dell’Unione. Le restrizioni fiscali varate dai diversi Stati non verranno compensate da una Banca centrale europea che ha già ridotto al lumicino l’acquisto di obbligazioni pubbliche dei Paesi in difficoltà e che appare intenta più che altro a fornire il sistema bancario di enormi quantità di liquidità per evitarne il tracollo. Se queste scelte non muteranno, per il Vecchio Continente si prospetta un periodo di deflazione alla giapponese con nuove crisi dell’euro e pericolose tensioni sociali e politiche.

Negli Stati Uniti, invece, lo spettro della Grande Depressione degli anni Trenta, di cui il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke è uno dei maggiori studiosi, le predilezioni e i tornaconti elettorali dei democratici e del presidente Obama e soprattutto gli interessi del mondo finanziario fanno ritenere che si useranno tutti gli strumenti di politica monetaria a disposizione per evitare una ricaduta in recessione dell’economia e per mettere in moto una ripresa drogata. Un modo, insomma, di rinviare la resa dei conti.

Nessuno vuole infatti prendere atto dei problemi sul tappeto che sono le due facce della stessa medaglia: da una parte c’è un indebitamento privato e pubblico eccessivo, dall’altra la disfunzionalità del sistema finanziario (senza menzionare in questa sede gli squilibri dell’economia mondiale e la necessità di una riforma del sistema monetario internazionale).

Per quanto riguarda i debiti occorre ricordare che vi sono poche alternative: o si dichiara l’insolvenza e quindi non si ripagano, oppure si ristrutturano (se ne restituisce cioè solo una parte, si allungano i termini del rimborso, si adottano altre opzioni) oppure, terza possibilità, si onorano. In assenza di inflazione il pagamento degli interessi ed il rimborso dei debiti comportano una diminuzione dei consumi e quindi hanno un effetto frenante sulla ripresa che sarà tanto maggiore quanto più la crescita economica è debole o addirittura assente.

Ma c’è di più: se si desidera superare questa crisi bisogna anche creare le condizioni perché non si accumulino nuovamente eccessivi debiti privati e pubblici. A tal fine occorre correggere quei fenomeni che hanno decurtato la dinamica dei redditi dei ceti medi e di quelli meno favoriti, di modo che la domanda finale non sia sostenuta, come è avvenuto negli ultimi decenni, da una crescita dell’indebitamento privato e pubblico, ma da un aumento dei redditi ottenuto grazie alla correzione dei fattori che hanno portato ad una maggiore sperequazione sociale. D’altro canto, la riforma del sistema finanziario non deve consistere in un esercizio di cosmesi, come è in gran parte la riforma finanziaria americana, ma rispondere all’esigenza di ricreare un sistema bancario funzionale a uno sviluppo sano e durevole dell’economia reale.

Questi propositi sono già stati tuttavia riposti nel cassetto, come quelli di rivedere i meccanismi di funzionamento del sistema monetario internazionale attraverso una nuova Bretton Woods. Considerate queste premesse, è prevedibile che il rallentamento delle economie occidentali ci porrà di nuovo di fronte a violente crisi che metteranno a nudo i nodi della crisi che finora non sono stati affrontati.

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