STIGLITZ: LA GLOBALIZZAZIONE E LE SUE PARMALAT

25 Gennaio 2004, di Redazione Wall Street Italia

(Dall’ inviato Corrado Chiominto).

La globalizzazione intesa come meno regole – “un format che gli Usa hanno esportato in molti paesi, tra cui l’ Italia” – è il terreno che facilita gli scandali finanziari modello Parmalat. Ma il primo posto, nella classifica delle colpe, spetta al sistema bancario internazionale e al segreto sui conti correnti. Per limitare questi pericoli, però, non serve una autorità di controllo sovranazionale, ma basterebbero maggiori regole che potrebbero trovare nell’ Ocse uno stretto coordinamento.

Il premio Nobel per l’ Economia, Joseph Stiglitz, è a Davos per parlare di globalizzazione e crescita sostenibile. Ma accetta anche di parlare con l’ Ansa dei nodi che collegano il crac dell’ azienda di Collecchio con i temi della globalizzazione. Si potrebbe dire, parafrasando il bestseller presentato lo scorso anno in Italia, che accetta di parlare de “La globalizzazione e le sue Parmalat”. Per Stiglitz tutto parte dagli Usa.

“Il caso Enron ha coinvolto le grandi banche e molte società di revisione – afferma Stiglitz – E’ stato un problema sistemico. E’ stato il peggior scandalo Usa”. Ma la globalizzazione? “Ecco – argomenta – è in questo senso che, anche su scandali come la Parmalat, la globalizzazione ha avuto una influenza. E’ nella globalizzazione intesa come deregulation. L’ abbassamento del livello di regole, che alcuni ritengono sia il modo di portare avanti la globalizzazione, crea ingranaggi che facilitano gli scandali societari”.

L’ effetto globalizzazione si vede anche in questo. “La mentalità che è alla base di questa filosofia, secondo la quale la deregulation aiuta le imprese e crea una maggiore efficienza, è stata poi esportata dagli Usa anche in alcuni paesi, tra questi anche l’ Italia”.

Ma il premio Nobel, che è stato anche vice presidente e capo economista della Banca Mondiale, punta l’ indice soprattutto contro il sistema finanziario internazionale. “Non c’é alcun dubbio – afferma – che le banche internazionali facilitano, nel modo in cui si muovono, la creazione di questi problemi. I soldi vengono raccolti e portati in altri luoghi con l’ obiettivo di avere un risparmio fiscale, ma poi quando sono altrove è facile che possano essere utilizzati ad altri fini”.

“Il segreto bancario aumenta questi pericoli”, spiega Stiglitz che ritorna su un argomento toccato anche a Bombay, al social forum indiano. “Serve un accordo sul segreto bancario che è veicolo sul quale passano i fondi per il terrorismo, il riciclaggio di denaro, la corruzione e anche le frodi societarie come quelle di Enron e Parmalat”. Per fermare questo processo però non servono nuove authority internazionali, ma certo una regolamentazione più attenta a questi fenomeni.

“Se è vero che il segreto bancario favorisce queste frodi – afferma Stiglitz – è anche vero che norme internazionali lo renderebbero più difficile. L’ abbiamo visto negli Usa con le regolamentazione introdotta dopo lo scandalo Enron. Ma non credo che serva una authority sovranazionale per gestire i controlli. Penso che invece sia necessario costruire un “telaio” normativo e poi affidare ad un gruppo, magari nella sede dell’ Ocse, il compito di intervenire soprattutto per fare un pressing sui paradisi fiscali e gli off-shore che ancora oggi mantengono il segreto bancario”.

Il premio Nobel per l’ economia parla a Davos anche di economia Usa. E appare davvero critico. Usa la parola “disastro” per definire la politica di Bush e si schiera apertamente con i democratici nella prossima corsa per la Casa Bianca. “Anche quando l’ economia Usa cresceva era chiaro che ci sarebbe stato un calo, ad esempio per il pericolo provocato dalla bolla speculativa sui mercati finanziari. E che quindi sarebbero serviti degli stimoli con l’ obiettivo anche di aumentare l’ occupazione, gli investimenti, avere un impatto sull’ economia favorendo anche le questioni sociali”.

Ora invece secondo Stiglitz la ripresa Usa è “fragile per due diversi ordini di problemi: non crea occupazione e quindi non è basata su investimenti e consumi; c’é poi il deficit pubblico che, anche se appare ancora sostenibile perché viene fatto pagare all’ Europa, crea instabilità”. Stiglitz traccia anche ipotesi pessimistiche sul deficit e sul debito Usa. “La gente potrebbe decidere di disinvestire dai titoli del debito Usa, anche se non credo che questo accadrà”.

Per il premio Nobel la politica Usa è stata sbagliata. “L’ arrivo di un democratico alla Casa bianca – afferma – potrebbe cambiare la situazione, perché nel programma dei democratici sono presenti in modo maggiore le istanze sociali. Ma in questo periodo si è lavorato talmente male che sarà difficile ricostruire subito”. C’é poi la globalizzazione che “é una opportunità e anche un problema e se non si gestisce porterà conseguenze difficili”.

La modalità è quella di “accelerare i negoziati per lo sviluppo, a partire da quello strettamente commerciale”. “I temi – dice il Premio Nobel – sono già sul tappeto, come quello dell’ agricoltura, sul quale è importante raggiungere risultati. Ma altri temi dovrebbero essere in agenda, tra questi quello delle competitività nel settore delle tasse. E’ vero che questo è uno degli strumenti per la politica economica dei diversi paesi e deve per questo essere rispettato. Ma bisogna evitare squilibri”.

Stiglitz, in tema di tasse, affronta anche un argomento sul tappeto del dibattito internazionale. Se l’ adozione di una aliquota unica (la tax flat rate) possa aiutare lo sviluppo. “Non credo che possa essere da stimolo per la crescita – dice il Premio Nobel – credo che un sistema più progressivo sia anche più rispettoso delle differenze sociali”.