Stato-mafia: Napolitano “Mai saputo di accordi”

28 Ottobre 2014, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – “L’udienza si è svolta in modo molto sereno, il presidente Napolitano ha risposto a tutto quanto fosse compatibile con le conoscenze. Ha ribadito quanto aveva già espresso nella lettera che aveva inviato alla Corte d’Assise”. Lo ha detto l’avvocato Pino Di Peri, legale di Marcello Dell’Utri, contattato telefonicamente da Askanews al termine dell’udienza durante la quale stamani al Quirinale è stato ascoltato in qualità di teste il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nell’ambito del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia.

Napolitano, nel novembre del 2013, aveva inviato una lettera alla Corte d’Assise di Palermo, in cui il capo dello Stato riferiva di non aver nulla di utile d’aggiungere al dibattimento, perché nulla di più di quanto contenuto nella missiva di Loris D’Ambrosio, aveva saputo dal suo consigliere giuridico deceduto nel 2012.

“Col presidente – ha concluso Di Peri – non si è mai fatto accenno a trattativa”, perché non rientrava nel capitolato di prova ammesso.

“Le udienze non sono mai momenti nei quali si fanno le indagini”: lo ha detto ai microfoni di Sky Tg24 Luca Cianferoni, l’avvocato del boss mafioso Totò Riina, lasciando il Quirinale dove ha partecipato all’udienza per la deposizione del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, sulla presunta trattativa Stato-mafia.

“Ma chi ci avrebbe mai pensato – ha aggiunto il legale – che forse si potrebbe avere una revisione della sentenza di Firenze?
Riina non è stato quello che ha voluto queste bombe. Si è parlato dei Georgofili, del padiglione d’arte di Milano, vi pare che persone che venivano dalla Sicilia potevano arrivare là? C’è una regia dietro”.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “è stato molto generico”, rispondendo alle domande sulla lettera nella quale il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio gli rivelava il timore di aver fatto da “scudo per indicibili accordi” all’epoca delle stragi e della trattativa Stato-mafia. Lo ha detto, parlando ai microfoni di Sky Tg24, Luca Cianferoni, l’avvocato del boss mafioso Totò Riina, a conclusione dell’udienza convocata al Quirinale per la deposizione del capo dello Stato.

“Devo dargli atto del rispetto per questo suo fidato consigliere”, ha aggiunto il legale, sottolineando che “su quella lettera non hanno sentito i giudici di porre divieti alle domande, sia del pm che mie. Quello che è venuto fuori – ha aggiunto Cianferoni – è che D’Ambrosio possa aver capito dopo che mentre lui lavorava in buona fede qualcuno a sua insaputa facesse questi accordi”.

“Lui ha difeso la memoria di D’Ambrosio, che era una persona per bene”, ha detto ancora il legale. “Ma questi sono tutti i buoni, c’erano dei cattivi che li ricattavano, nelle carte non si parla solo della mafia ma anche della massoneria”.

“Eravamo una squadra di lavoro”, ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, parlando durante la deposizione al Quirinale nell’ambito del processo sulla presunta trattativa tra Stato e mafia. Lo ha spiegato uno dei legali di Nicola Mancino, Nicoletta Piergentile, a SkyTg24. “E’ stata una espressione che mi è piaciuta molto”, ha detto l’avvocato.

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Il processo più discusso e popolare d’Italia, quello sulla presunta “trattativa” tra Stato e mafia nel biennio ’92-’94, che a Palermo mira a dare un nome e un volto ai responsabili di uno dei periodi più neri della storia della Repubblica italiana, questa mattina varcherà le porte del Quirinale per raccogliere la testimonianza del presidente Giorgio Napolitano.

Il capo dello Stato riceverà tra i saloni del Colle la Corte d’Assise di Palermo, presieduta dal giudice Alfredo Montalto, i pm e i legali degli imputati (Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, Giovanni Brusca, Nicola Mancino, Marcello Dell’Utri, Mario Mori, Antonio Subranni, Giuseppe De Donno e Massimo Ciancimino), per riferire loro di quanto sia a conoscenza, non solo relativamente alla lettera del luglio 2012 del giurista Loris D’Ambrosio (morto un mese dopo stroncato da un infarto), in cui il consigliere giuridico del Quirinale confessava di temere di essere stato “strumento di indicibili accordi”; ma anche di eventi relativi alla caldissima estate del 1993.

Se, in pieno clima stragista, egli sia stato a conoscenza, e dunque sottoposto a maggior tutela, di un possibile specifico progetto d’attentato di tipo mafioso nei suoi confronti.

Presidenza della Repubblica e Procura di Palermo

La deposizione di Napolitano rappresenta il momento d’incontro, il faccia a faccia, di due istituzioni, la Presidenza della Repubblica e la Procura di Palermo, tra le quali negli ultimi anni si è assistito a duri momenti di “frizione”, cominciati con l’intercettazione da parte dei magistrati palermitani delle telefonate tra il presidente della Repubblica e Nicola Mancino, successivamente distrutte, in cui l’ex ministro dell’Interno chiedeva al capo dello Stato l’intercessione per un eventuale “coordinamento” tra le procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta che indagavano sulla trattativa.

O ancora il conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale contro la Procura di Palermo.

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L’audizione di Napolitano

L’udienza al Colle si terrà a partire dalle 10, al Quirinale, in videoconferenza. L’accesso delle parti dovrà avvenire “inderogabilmente” tra le 9.15 e le 9.40. A nessuno sarà consentito di entrare con apparecchi cellulari, computer e più in generale strumenti di registrazione di quanto avviene nell’udienza.

La deposizione, comunque, verrà registrata e trascritta per essere messa a disposizione della Corte. A renderlo noto, è il presidente della Corte d’Assise che ha comunicato di aver ricevuto una lettera dal Capo dello stato che ha confermato la disponibilità a testimoniare.

Giorgio Napolitano “non ha mai parlato esplicitamente di trattativa e sul fatto di poter essere oggetto di attentato” nel ’92-’93 “ha detto che lui non si era minimamente turbato perché faceva parte del suo ruolo istituzionale”.

Lo ha spiegato uno degli avvocati di Nicola Mancino, Nicoletta Piergentile, ai microfoni di Sky Tg24 al termine della deposizione del presidente della Repubblica al Quirinale nell’ambito del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia.

“Adesso – ha aggiunto Piergentile – si andrà avanti con tutti gli altri testi in calendario”.
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ROMA (WSI) – Una stanza senza finestre che danno sull’esterno, ed è per questo che nel ‘700 si era guadagnata l’appellativo di “Sala Oscura”. Un paradosso a cavallo di tre secoli di storia, dato che la Sala del Bronzino, una delle più grandi stanze del Quirinale, utilizzata dal Papa per le attività di rappresentanza, è quella scelta dal cerimoniale del Colle per ospitare la testimonianza di Giorgio Napolitano al processo Trattativa Stato-mafia.

Una Sala Oscura, quindi, per una storia, quella della Trattativa tra pezzi delle Istituzioni e Cosa Nostra, che è un eufemismo definire cupa, mentre la deposizione del capo dello Stato sarà letteralmente blindata. Andando avanti con la storia, tra l’altro, il carico paradossale degli ambienti del Quirinale scelti per la delicatissima udienza non diminuisce: con l’avvento dei Savoia, infatti, la Sala del Bronzino da “Oscura” divenne la “Sala delle battaglie”.

E in effetti si fa fatica a non definire tale il percorso che ha portato il Presidente della Repubblica ad accettare di sottoporsi alle domande della procura di Palermo: prima il Colle ha portato l’ufficio inquirente siciliano davanti la Corte Costituzionale, sollevando il conflitto d’attribuzione che ha poi portato alla distruzione delle telefonate tra Nicola Mancino e il capo dello Stato, poi Napolitano ha inviato una lettera alla corte d’assise per comunicare di non avere “nulla di utile da riferire” al processo, quindi, dopo il definitivo via libera dei giudici, il Quirinale ha emanato una serie di regole sulle modalità con cui si svolgerà la deposizione del Presidente.

Le domande al Presidente verteranno sugli “indicibili accordi” evocati da D’Ambrosio e sull’allarme attentati del Sismi nel ’93-’94

Un’udienza disciplinata da alcune limitazioni categoriche, a cominciare dall’orario d’entrata al Quirinale, previsto tra le 9 e 15 e le 9 e 40. I pubblici ministeri, la corte d’assise e i giudici popolari entreranno da uno dei due ingressi secondari: o da via della Dataria, a pochi metri dalla Fontana di Trevi, oppure da via del Quirinale, proprio di fronte la chiesa di Sant’Andrea, mentre gli avvocati potranno accedere tranquillamente dall’ingresso principale.

All’entrata passeranno tutti dai metal detector, dove dovranno depositare telefoni cellulari, personal computer, tablet e qualsiasi altro supporto digitale: ammessi all’interno del Quirinale dunque soltanto carta e penna, mentre la registrazione dell’udienza sarà affidata ai tecnici del Palazzo, che la metteranno poi a disposizione della corte d’assise.

In più i pubblici ministeri dovranno lasciare fuori gli agenti di scorta, dato che, come previsto dall’ordinanza emessa dal giudice Alfredo Montalto, “l’immunità della sede esclude l’accesso delle forze dell’ordine con la conseguenza che non sarebbe possibile né ordinare l’accompagnamento con la scorta degli imputati detenuti, né più in generale assicurare l’ordine dell’udienza come avviene nelle aule di giustizia preposte”.

Nonostante le stringenti regole imposte dal Quirinale, ad assistere alla deposizione di Napolitano, arriveranno comunque più di trenta persone: sarà per questo che il cerimoniale ha scelto alla fine la Sala del Bronzino, una delle più capienti dell’intero palazzo costruito dal Mascarino, mentre in un primo momento si era pensato di optare per uno degli studi del capo dello Stato.

Al Colle arriverà il presidente della corte Alfredo Montalto, più il giudice a latere Stefania Brambille, la cancelliera Valeria Bergamini e i sei giudici popolari. La pubblica accusa sarà rappresentata dai pm Vittorio Teresi, Antonino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, accompagnati dal procuratore facente funzioni Leonardo Agueci, che da agosto regge l’interim della procura di Palermo, in attesa che il Csm nomini il nuovo capo.

A rivolgere le domande a Napolitano, comunque, saranno soltanto Teresi e Di Matteo, che – come previsto dal capitolato di prova – baseranno i loro quesiti sulla lettera inviata al Presidente da Loris D’Ambrosio, il 18 giugno del 2012: in quella missiva l‘ex consigliere giuridico del Colle confidava di essersi sentito “utile scriba” di “indicibili accordi” nel periodo 1989- 1993, e quindi proprio quando si sarebbe sviluppata la Trattativa tra pezzi delle Istituzioni e Cosa Nostra.

L’oggetto della deposizione del capo dello Stato però abbraccerà anche l’allarme attentato lanciato contro l’allora presidente del Senato Giovanni Spadolini e lo stesso Napolitano, all’epoca presidente della Camera, segnalato dal Sismi nel luglio-agosto del 1993: la corte d’assise infatti ha ammesso anche le domande dell’avvocato Luca Cianferoni, legale di Totò Riina, che prenderà spunto proprio dalla nota dei servizi dell’estate ’93, depositata dalla procura agli atti del processo la scorsa settimana.

Oltre a Cianferoni, entreranno nella Sala del Bronzino anche gli avvocati degli altri nove imputati: Enzo Musco, Basilio Milio e Francesco Romito, che difendono gli ex alti ufficiali dei carabinieri Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, Giuseppe Di Peri che rappresenta l’ex senatore Marcello Dell’Utri, Massimo Krog e Nicoletta Piergentili Piromallo in rappresentanza di Nicola Mancino, Giovanni Di Benedetto, Giovanni Anania che difendono i boss Leoluca Bagarella e Antonino Cinà, più Francesca Russo, avvocato di Massimo Ciancimino, e Manfredo Fiormonti, legale del pentito Giovanni Brusca. Presenti anche i legali delle parti civili: il centro studi Pio La Torre, l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, la presidenza del Consiglio, l’associazione Libera e l’associazione dei familiari della vittime della Strage di via dei Georgofili.

Esclusi totalmente i giornalisti: in un primo momento la corte d’assise aveva dato il suo “nulla osta” per la realizzazione di una saletta riservata fornita di collegamento audiovideo con il Quirinale. Dopo i primi rumors, che raccontavano della creazione di una sala per i cronisti addirittura a Palermo, il Colle non ha però comunicato alla corte d’assise alcun elemento circa le modalità previste per il collegamento riservato ai media: e i giornalisti sono rimasti implicitamente fuori dall’udienza più delicata degli ultimi anni di storia giudiziaria italiana. Un’udienza che non è segreta, ma che rimarrà comunque blindata tra le quattro mura della Sala Oscura.

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