Stato-Mafia: “Berlusconi e Dell’Utri garanti del patto con Cosa Nostra”

6 Novembre 2012, di Redazione Wall Street Italia

Roma – Una delle pagine più buie della storia repubblicana, quella della presunta trattativa tra Stato e mafia a cavallo del biennio 92-94 “trovò finalmente il suo approdo nelle garanzie assicurate dal duo Dell’Utri-Berlusconi“. E’ questo uno dei passaggi chiave della “Memoria a sostegno del rinvio a giudizio” dei 12 imputati coinvolti nel processo di cui la settimana scorsa si è svolta a Palermo l’udienza preliminare.

Nel documento di 22 pagine, consegnate al gup Piergiorgio Morosini, i pm palermitani hanno racchiuso la lettura sintetica ed organica di una gran mole di prove, testimonianze, intercettazioni e documenti. La “summa di una lunga e laboriosa indagine”, scrivono i magistrati, inerente la “scellerata trattativa”, sviluppatasi fra i massimi esponenti di Cosa Nostra ed alcuni rappresentanti dello Stato.

Il racconto dei pm, coordinati dall’aggiunto Antonio Ingroia, parte dal 1989 con il crollo del muro di Berlino; e con la fine della “guerra fredda”, indicata come “grande madre” di una catena di eventi. Cessando la “copertura politica della guerra fredda”, infatti, venne meno la ragione che aveva portato la criminalità organizzata a “intessere, all’interno del sistema politico-istituzionale, una serie di rapporti che hanno fatto dell’Italia uno degli snodi degli interessi macroeconomici del crimine mondiale”.

E a quel punto che il capo di Cosa nostra, Totò Riina, virò per una strategia della tensione che potesse mantenere alto il livello di guardia e di considerazione dello Stato verso la mafia. A tal proposito, i pm sottolineano il “valore simbolico” delle parole dell’ex capo dei capi ai suoi fedelissimi: “Dobbiamo fare la guerra allo Stato per poi fare la pace”.

Per i magistrati palermitani, la mafia fece valere il suo peso prospettando l’organizzazione e l’esecuzione di omicidi, stragi, e altri gravi delitti, “agli uomini-cerniera – politici come Calogero Mannino e Marcello Dell’Utri, e gli ufficiali Mario Mori e Giuseppe De Donno – perché ne dessero comunicazione a rappresentanti del governo”.

Per questa ragione, alcune personalità, come quella dell’ex ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, divennero un ostacolo, venendo rimosse e sostituite: “Chi condusse la trattativa fece un’attenta valutazione – si legge nel documento – il Ministro dell’Interno in carica Vincenzo Scotti era ritenuto un potenziale ostacolo, mentre Mancino veniva ritenuto più utile in quanto considerato più facilmente influenzabile da politici della sua stessa corrente, ed artefici della trattativa come il coimputato Mannino e da chi lo circondava, a cominciare dal Capo della Polizia Parisi” vicino all’ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro.

La trattativa avrebbe dovuto rappresentare dunque “un nuovo patto di convivenza Stato-mafia – scrivono i pm -, senza il quale Cosa Nostra non avrebbe potuto sopravvivere e traghettare dalla Prima alla Seconda Repubblica. Un patto di convivenza che, da un lato, significava la ricerca di nuovi referenti politici e, dall’altro lato, la garanzia di una duratura tregua armata dopo il bagno di sangue che in quegli anni aveva investito l’Italia”.

Dopo il clamore delle bombe del ’92 e ’93, l’iter della trattativa proseguì su un binario silente aprendosi al nuovo scenario politico insediatosi nel frattempo in Italia. La trattativa “trovò finalmente il suo approdo nelle garanzie assicurate dal duo Dell’Utri -Berlusconi (come emerge dalle convergenti dichiarazioni di Spatuzza,á Brusca e Giuffrè)”, “non prima di avere rinnovato la minaccia al governo Berlusconi appena insediatosi”. (TMNews)