STATI UNITI: LA RITIRATA DEL NEOLIBERISMO

13 Luglio 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – L´ultima vittima si chiama IndyMac, una cassa di risparmio con 32 miliardi di dollari di attivi: gli ispettori federali l´hanno dichiarata in bancarotta venerdì sera. Per dimensione è il terzo fallimento bancario di tutti i tempi, in America. È il crac più recente, probabilmente non l´ultimo né il più grosso.

L´effetto-domino della crisi dei mutui continua ad amplificarsi e le conseguenze si allargheranno ancora una volta all´Europa e all´Asia. Le autorità americane si affannano a organizzare salvataggi d´emergenza che si traducono in salassi per i contribuenti e per i risparmiatori. Emerge un´altra conseguenza della crisi: un cambiamento profondo nei rapporti di potere fra Stato e mercato. La Federal Reserve, il “pompiere” di ultima istanza che corre a spegnere un incendio dopo l´altro, si è decisa a riscuotere il prezzo dei suoi interventi: esige un rafforzamento senza precedenti dei suoi poteri di vigilanza. È l´inizio di una ritirata strategica del neoliberismo nella sua roccaforte ideologica più influente. Può aprire la strada nel mondo intero a un´era di maggiore regolazione dei mercati, un colpo d´arresto alla “finanza creativa”.

Il fallimento della IndyMac è il più grosso dai tempi della Continental Illinois (1984), cioè dalla tremenda crisi delle Savings & Loans. Non si tratta di un istituto specializzato nei mutui scadenti (subprime) per clienti di dubbia solvibilità. Questa cassa di risparmio con sede a Pasadena, in California, erogava mutui considerati sicuri. Dalla fine dell´anno scorso non riusciva più a vendere sul mercato i titoli di debito corrispondenti a quei mutui. Dodici giorni fa si è sparsa la voce che IndyMac era a rischio. I suoi sportelli sono stati assediati dai depositanti: tutti ritiravano i loro soldi, un´emorragìa di 1,3 miliardi di dollari in poche ore. La bancarotta era inevitabile: la banca è passata sotto la gestione della Federal Deposit Insurance.La procedura fallimentare garantisce i depositanti fino a centomila dollari ma non oltre; gli azionisti perderanno tutto, i creditori si vedrà.

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Lunedì si attende con ansia la riapertura dei mercati per capire se si placa la tempesta su Fannie Mae e Freddie Mac, le due più antiche e rispettabili istituzioni del credito immobiliare, che affondano le radici nel New Deal rooseveltiano dopo la Grande Depressione. I timori di una loro bancarotta e le voci su una possibile nazionalizzazione hanno creato il panico. Fannie e Freddie sono le “madri” di tutti i mutui americani: quelli normali, non i subprime. L´ammontare di debiti che fanno capo a quelle due istituzioni raggiunge i 5.200 miliardi di dollari: più dell´intero volume dei Buoni del Tesoro Usa in circolazione (4.500 miliardi). Una insolvibilità di quelle istituzioni crea un rischio sistemico per lo stesso bilancio federale. E ben oltre gli Stati Uniti: i titoli in cui Fannie e Freddie hanno impacchettato i loro debiti circolano nel mondo intero, hanno la credibilità del rating AAA (voto di massima fiducia sui mercati finanziari), sono stati comprati in abbondanza da banche e fondi comuni in Europa e in Asia.


Chi sarà la prossima vittima di questo gioco al massacro? Gli avvoltoi circolano da tempo attorno alla banca d´affari Lehman Brothers. Un tempo era uno dei nomi più altisonanti di Wall Street. Nelle ultime due settimane ha perso un terzo del suo valore di Borsa. Molti analisti vedono un remake del film-horror che portò al tracollo di Bear Stearns quattro mesi fa. Si chiedono chi sarà stavolta a comprarsi una Lehman dissanguata dalla sfiducia; e con quale “spinta” da parte della Federal Reserve.


Il salvataggio di Bear Stearns, mascherato come un´acquisizione ad opera della JP Morgan, fu in realtà sovvenzionato con fondi pubblici grazie all´intervento della banca centrale.


In caduta di credibilità si trova la Wachovia, la seconda maggiore banca americana dopo Bank of America per la rete di sportelli. Wachovia è stata virtualmente commissariata con la nomina al suo vertice di un sottosegretario al Tesoro. C´è chi spera che la compri Goldman Sachs. Sempre, c´è da giurarlo, se il vero costo lo sosterrà il contribuente. Fra i big della finanza di Wall Street, Merrill Lynch giovedì rivelerà un nuovo buco nel suo bilancio, perdite aggiuntive dell´ordine di 6 miliardi di dollari. Il suo chief executive John Thain, a chi gli chiedeva se il peggio sia ormai passato, ha risposto: «Su questo sono scettico».


Le dimensioni drammatiche di questa crisi – che ormai ha superato di molto il “bubbone” originario dei mutui scadenti – hanno costretto la Federal Reserve a un impiego eccezionale di fondi pubblici. Il banchiere centrale Ben Bernanke ha definito così il suo compito più urgente: «Assicurare una liquidazione ordinata di società finanziarie che hanno un´importanza vitale nella stabilità del sistema, quando arrivano sull´orlo della bancarotta».

Bernanke sa quanto questi salvataggi siano impopolari: l´America viene tassata per tenere in piedi i colossi di Wall Street, mentre milioni di famiglie hanno subito o rischiano di subire i pignoramenti giudiziari delle abitazioni. Per non essere soltanto “l´angelo salvatore dei banchieri”, Bernanke ha sfoderato un linguaggio duro, esigente. È andato al Congresso a chiedere uno straordinario ampliamento dei suoi poteri di controllo e di sanzione, una svolta nella storia americana. Vuole, e otterrà, che i suoi ispettori possano andare a spulciare i bilanci non soltanto nelle banche classiche ma anche nelle banche d´affari e d´investimento, nelle società finanziarie, negli intermediari di Borsa.


Il Senato di Washington ha appena approvato a maggioranza schiacciante (63 voti contro 5) una prima riforma del credito fondiario che istituisce una vigilanza ad hoc sulle finanziarie che erogano mutui. Il nuovo vento che soffia dall´America ridurrà la libertà di cui hanno goduto molti attori della finanza globale. Ne prende atto un antico paradiso bancario, la Svizzera, il primo paese europeo ad aver già imboccato la nuova tendenza: la banca centrale svizzera ha varato un giro di vite sulle due principali aziende, Ubs e Credit Suisse, imponendo delle riserve di capitali molto più solide che in passato. Dalle macerie di questa crisi emergerà probabilmente una nuova gerarchia nei rapporti di forze tra i guardiani delle regole e il mondo del capitale.

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