Stati Uniti ed Europa. Ritorno all’isolazionismo americano?

29 Agosto 2011, di Redazione Wall Street Italia
Achille Albonetti e il Direttore della rivista “Affari Esteri”. Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Il recente rovesciamento dei regimi dittatoriali di Ben Ali in Tunisia, di Mubarak in Egitto e, ora, di Gheddafi in Libia, nonché i moti insurrezionali in Siria e Yemen, si prestano ad alcune riflessioni sulla politica estera dell’Europa e degli Stati Uniti.
Ci si può domandare se vi siano forti indizi per un nuovo isolazionismo americano e per un ritorno alla Dottrina Monroe: l’America agli americani e disinteresse per il resto del mondo.
Il 25 febbraio 2011 – alcuni giorni dopo l’inizio dell’insurrezione in Libia e quasi a conclusione del suo prestigioso incarico – il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Robert Gates, in un discorso all’Accademia militare di West Point, ha dichiarato: “Qualsiasi futuro Segretario alla Difesa che consigliasse al Presidente di inviare nuovamente truppe di terra americane in Asia, nel Medio Oriente o in Africa, dovrebbe avere esaminata la sua testa”.
Gates ha cercato, poi, di edulcorare questa drastica affermazione, ma l’esitante e altalenante atteggiamento del Presidente Obama e del Congresso americano nel recente conflitto in Libia e nei riguardi dell’insurrezione in Siria e Yemen sembrano confermare la tentazione al ritorno ad un seppur velato isolazionismo e ai fondamenti della Dottrina Monroe: l’America agli americani e distacco per le guerre esterne.
Le tentazioni isolazioniste non sono nuove. Gli Stati Uniti si ritirarono rapidamente alla conclusione del Primo e del Secondo conflitto mondiale, dopo due interventi massicci e determinanti, in particolare quello durante il Secondo conflitto negli anni Quaranta.
Ma, poi, vi fu la Dottrina Truman e il Piano Marshall e intervennero nella Corea del Sud nel 1950 con l’invio di 500 mila soldati. Malgrado l’armistizio del 1953, non è stata ancora firmata la pace con la Corea del Nord e il Paese è tuttora diviso.
Nel 1965, gli Stati Uniti entrarono in guerra nel Vietnam e inviarono altri 500 mila soldati.
Identico massiccio impegno di soldati si è avuto nel 1991 contro l’Iraq, che aveva invaso il Kuweit.
Poi, nel 2001 ebbe luogo l’intervento americano in Afganistan. Dopo quasi dieci anni è tuttora in corso. In quel Paese è stato assegnato un Corpo di spedizione di circa 100 mila uomini.
Due anni dopo, nel 2003, gli Stati Uniti dichiararono guerra all’Iraq, ove inviarono, nel momento cruciale, 150 mila uomini, ora ridotti a 50 mila.
Basi americane, con decine di migliaia di militari, sono in Giappone, in Germania, in Corea del Sud e in vari altri Paesi del mondo.
Il bilancio della difesa degli Stati Uniti ha superato annualmente i 600 miliardi di dollari, circa i due terzi delle spese militari del mondo. La situazione economica e finanziaria è attualmente pesante e fragile.
Come accennato, l’esitante e altalenante atteggiamento americano verso il conflitto in Libia, iniziato alcune settimane dopo il citato discorso di Robert Gates a West Point, e più recentemente l’atteggiamento verso le insurrezioni in Siria e Yemen, sembrano dare sostanza alle sue affermazioni.
Gli Stati Uniti vorrebbero poter contare soprattutto sull’Europa, onde evitare di impegnarsi ulteriormente con truppe di terra e facendo il possibile per chiudere onorevolmente il conflitto in Afganistan, lasciando, eventualmente, come in Iraq, un presidio militare non soltanto simbolico.
I loro eventuali interventi dovrebbero affidarsi essenzialmente alle flotte navali (nel Mediterraneo; nell’Atlantico; nel Pacifico; nell’Oceano Indiano), alle portaerei e ai sottomarini nucleari; ai bombardieri intercontinentali; ai droni, aerei senza pilota; ai Corpi Speciali e alla CIA.
La tentazione isolazionista di Robert Gates, come abbiamo accennato, non è la prima nella storia americana. Ha illustri precedenti, dopo il massiccio intervento degli Stati Uniti nella Prima e nella Seconda guerra mondiale. Ma anche in seguito.
L’allora Presidente Generale Eisenhower, nel 1953 concludendo il conflitto in Corea, affermò che mai più gli Stati Uniti sarebbero intervenuti in simili guerre e denunciò il ruolo del sistema industriale e militare americano.
Un anno dopo, di fronte alla richiesta pressante della Francia, per un aiuto in Indocina, lo stesso Eisenhower rifiutò.
Il Presidente Richard Nixon, nel tentativo di concludere l’intervento americano in Vietnam, iniziato nel 1965, sotto l’Amministrazione Kennedy, propose una Dottrina Nixon per l’Asia.
Secondo tale Dottrina, in caso di future aggressioni gli Stati Uniti avrebbero potuto “fornire assistenza militare ed economica, ma non truppe di terra, che invece sarebbero dovute essere fornite dal Paese direttamente minacciato”.
Non a caso per l’insistenza degli Stati Uniti la Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del marzo 2011 prevede la no-fly zone e qualsiasi altro necessario intervento in appoggio degli insorti in Libia, ma esclude il dispiegamento di truppe a terra.
L’Europa dovrà tenerne conto, tanto più che “le rivoluzioni liberali” in Tunisia, Egitto, Libia, Siria e Yemen e il previsto ritiro degli Stati dall’Afganistan e dall’Iraq mutano profondamente il quadro della politica estera in Medio Oriente.
La questione palestinese e il problema nucleare iraniano e la sopravvivenza di Israele pongono sfide ancora più ardue.
Forse non a caso, nel 2011 per la prima volta dopo la fallita spedizione franco-inglese-israeliana nel 1956 a Suez, due Paesi europei, la Francia e la Gran Bretagna, si sono fatti promotori di una coalizione aereonavale per intervenire in Libia.
Questo è avvenuto senza l’iniziativa degli Stati Uniti, come è accaduto negli scorsi sessanta anni, dalla guerra di Corea in poi: in Vietnam, Somalia, Libano, Jugoslavia, Kossovo e soprattutto in Iraq e Afganistan.
“La rivoluzione araba” potrebbe, inoltre, avere ripercussioni non soltanto sulla politica estera europea e americana, ma anche sulla politica in Cina e in Russia.
La globalizzazione, cioè, iniziata circa venti anni fa nel settore economico, con risultati impressionanti potrebbe estendersi addirittura nel settore politico. Il vento della libertà potrebbe toccare anche il sistema politico cinese e russo con straordinarie conseguenze.