Società

STATI UNITI:
LA FRENATA C’E’.
MA CON L’ ABS

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(WSI) –
ECONOMIA USA, SARÀ HARD O SOFT LANDING?/1 L’economia americana cadrà sotto il peso dello sboom immobiliare, avvitandosi in una recessione, oppure troverà al suo interno degli elementi di contrappeso, tali da garantire una frenata dolce al locomotore a stelle e strisce? Insomma, ci si deve attendere una planata morbida o uno schianto? È questa la domanda che appassiona economisti e operatori finanziari. A dire il vero, le statistiche emerse questa settimana hanno già abbozzato la risposta, lanciando una luce di rinnovata speranza sulla prospettiva degli affari e dell’attività produttiva Usa.

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DATI MACRO RASSICURANTI. In primo luogo la revisione del dato di crescita del secondo trimestre ha fissato il Pil al 2,9%, in crescita rispetto al 2,5% annunciato un mese fa. In seguito, sempre dal fronte macro, sono giunte ulteriori conferme. In particolare sia i redditi sia la spesa per consumi dimostrano un elevato dinamismo, essendo balzati smaccatamente in avanti a luglio. Il buon andamento sembra ripetersi in agosto, perché le vendite presso le catene dei grandi magazzini (come Wal-Mart) hanno battuto le stime. Infine è stato comunicato il risultato di un sondaggio a cura dell’associazione delle piccole imprese, secondo cui il vero problema delle aziende è trovare lavoratori qualificati. In altre parole, le società sono a caccia di operai, impiegati e dirigenti per accrescere la base produttiva.

LA PAROLA AGLI ESPERTI. Secondo il consenso degli economisti, Ben Bernanke riuscirà a rallentare dolcemente la congiuntura americana, consentendo il graduale raffreddamento dell’inflazione e lo sgonfiamento ordinato della bolla immobiliare. Spiega Janet Henry, global economist del gigante bancario Hsbc: «La spesa per consumi dovrebbe assottigliarsi in risposta alla flessione dell’edilizia, senza però scivolare in una recessione».

Dello stesso parere John Silvia, capo del team di strateghi di Wachovia Securities: «L’attività residenziale sta subendo una brutta batosta, ma il consumatore continua a beneficiare di un buon apprezzamento del suo reddito. L’occupazione è ai massimi livelli, le esportazioni reagiscono positivamente allo sviluppo in Europa e in Asia, e l’eccezionale performance degli utili societari ha messo le ali agli investimenti da parte delle imprese. Non siamo in stallo, stiamo solo digerendo qualche eccesso».

Parole confortanti a cui si aggiungono anche quelle di Kurt Karl, chief economist di Swiss Re: «Se il denaro è disponibile, si può contare sul consumatore americano. Se a ciò aggiungete i piani di ammodernamento delle imprese, avrete un quadro in linea con un Paese sano e solo in fase di leggera moderazione». Allora niente rischio recessione? Non è esattamente così. Il rischio c’è, ma al momento è abbastanza remoto. «Di per sé – argomenta Scott Brown di Raymond James & Associates – l’ipoteca che grava sul settore immobiliare non è sufficiente per provocare una crisi su larga scala. Però rende l’economia vulnerabile a un eventuale shock».

QUALI RISCHI ALL’ORIZZONTE? La teoria di Brown non è isolata per gli Usa. Un sondaggio della National Association for Business Economics, svolta presso duecento economisti di mestiere, individua in un nuovo attacco terroristico o in un’impennata del petrolio oltre 100 dollari al barile il punto di rottura del motore statunitense. L’altra grande preoccupazione fa perno invece su un ricorso storico. Quasi tutte le recessioni del dopoguerra sono state precedute da una politica restrittiva da parte della Federal Reserve, che ha causato a un certo punto un’inversione della curva dei tassi. Cioè, apparentemente, la situazione attuale. Eppure, secondo gli osservatori più attenti, il paragone col passato può risultare fuorviante.

Per Matthew Strauss della Rbc Capital Markets di Toronto: «Nonostante il costo del denaro sia salito dall’1% al 5,25%, è difficile affermare che la politica della Federal Reserve sia eccessivamente restrittiva, perché il tasso di sviluppo viaggia al 3% e l’inflazione oltrepassa il 2 per cento». In altre parole, le condizioni del credito sono calibrate per la situazione contingente. Un’opinione che viene condivisa anche da Silvia. «Quando si rievoca la flessione dell’economia seguita alle strette della Fed negli anni ’70 e ’80, si dimentica di dire che allora il costo del denaro raggiungeva picchi assai più elevati di quelli attuali – spiega lo strategist di Wachovia Securities – Ecco perché, alla luce dei fatti, il parallelo non regge».

Inoltre è giudizio prevalente che Bernanke non agirà sui tassi di riferimento almeno fino alla riunione del 12 dicembre (cioè dopo le votazioni di metà mandato), mentre sia per il meeting del 20 di settembre sia per quello del 24 di ottobre, i mercati future si aspettano un nulla di fatto, con una probabilità del 90 per cento. «L’inflazione è una variabile ritardata – aggiunge Henry – Nel 2001, per esempio, continuò a salire persino a recessione già iniziata. Inoltre, le strette creditizie impiegano 12-18 mesi per dispiegare il proprio effetto frenante. Di conseguenza l’addolcimento della congiuntura, unito alle dosi di calmante instillate dalla Fed, dovrebbero riportare il costo della vita entro limiti ragionevoli, senza bisogno di dosi aggiuntive di medicina». Questo, naturalmente, sempre che gli esperti abbiano ragione.

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