STATI UNITI:
DI QUALE MERCATO FIDARSI?

10 Maggio 2003, di Redazione Wall Street Italia

Stiamo vivendo una fase di mercato che lascia indubbiamente perplessi molti operatori. Da quando infatti è cominciato il rally delle borse, molte delle tipiche correlazioni che legano tra di loro i diversi mercati finanziari hanno cominciato a seguire andamenti piuttosto anomali.

Innanzitutto è saltata la correlazione strettamente inversa che legava mercato azionario e titoli di stato. Nonostante la solida salita delle borse, infatti, nell’ultimo mese e mezzo il mercato dei Treasury ha mostrato una notevole tenuta. Negli ultimi giorni, anticipando e poi seguendo la decisione e i commenti rilasciati dalla Fed, i titoli di stato americani delle scadenze più lunghe hanno registrato una ottima performance e poi hanno rotto al rialzo importanti resistenze. Le borse, d’altra parte, non hanno mostrato in questi ultimi giorni alcun segno di cedimento significativo.

La forza dei titoli di stato è considerevole soprattutto se si considera la pesante offerta di nuovi titoli riversati in questi giorni sul mercato: ben $36 miliardi con le sole emissioni dei Treasury a 5 e 10 anni.

Da una parte quindi le azioni sembrano volere scontare la ripresa. Dall’altra il mercato obbligazionario dei titoli di stato sembra credere più a un nuovo rallentamento economico con prospettive deflazionistiche tipiche dello scenario giapponese. A nostro avviso uno scenario nel lungo termine alquanto improbabile per il caso americano, ma che per gli investitori del mercato obbligazionario rappresenta sempre una ottima via di mezzo tra le tesi di ripresa economica sostenute ancora una volta dai soliti noti e lo scenario, da noi prospettato, di recessione/depressione economica caratterizzato da una finale esplosione inflattiva.

Sempre a proposito dello scenario deflattivo, è interessante notare anche il leggero appiattimento della curva dei rendimenti che già da qualche tempo (nell’ultimo mese -18 punti del 2 anni contro i -30 del decennale) sembra scontare una maggiore incisività della Fed sulla parte lunga della curva (monetizzazione del debito) piuttosto che su quella breve (ulteriore riduzione dei tassi), come dimostrato appunto dall’esito del FOMC e di recente dai commenti dei vari membri della Federal Reserve.

Le dinamiche dei rendimenti delle obbligazioni corporate si schierano ovviamente al fianco del mercato azionario. La riduzione degli spread verso i titoli di stato prosegue oramai da quasi otto mesi confermando, coerentemente alle borse, le aspettative di ripresa economica.

Un’altra anomalia naturalmente riguarda la discesa del dollaro. In passato il biglietto verde ha mostrato una correlazione generalmente positiva con le borse, soprattutto a partire dal 1994 in poi, fino alla elevata percentuale di correlazione positiva del 90% registrata negli ultimi tre anni. Da due mesi a questa parte la correlazione è diventata invece negativa. La discesa del dollaro tenderebbe inoltre a essere inflattiva, contraddicendo le preoccupazioni sollevate dal mercato obbligazionario.

Una situazione indubbiamente alquanto complessa e densa di incogruenze che dovrà ritrovare allineamenti più razionali. Processo sempre meno facile dato il continuo disturbo provocato sui mercati sia dagli sforzi della Fed che del governo Usa, entrambi tesi a sollecitare spese e consumi tramite ulteriore indebitamento. Una ricetta che, come abbiamo ripetuto più volte, porta all’impoverimento e alla distruzione di ricchezza, e non invece al benessere e alla creazione di ricchezza.

Se questa ricetta economica (debito/spese eccessivi a fronte di reddito in diminuzione) è in grado di portare alla rovina il privato in tempi rapidissimi, in tempi medio-brevi aziende e nazioni medio-piccole (come l’Argentina), possiamo ragionevolmente intuire che essa sia altresì in grado di portare alla rovina economica nazioni molto grosse, benchè in tempi medio lunghi. Oltre venti anni di eccessi rappresentano un periodo di tempo decisamente lungo ma evidentemente non ancora sufficiente per ristabilire la validità di quelle leggi economiche sostenute con rigore dalle teorie economiche austriache.

Come mostrano anche le più recenti statistiche, le valvole del credito e dell’indebitamento sono più aperte che mai e il consumatore americano continua ancora a sfruttarle abbondantemente. Le applicazioni di mutui sono aumentate nella settimana terminata il 2 maggio del 18%, mentre l’indice degli acquisti di nuove case ha toccato di recente il nuovo record di 416 punti. Parimenti, i dati sul credito al consumo non segnalano ancora sostanziali contrazioni: seppure inferiore al dato di febbraio, il mese di marzo ha fatto registrare una ulteriore crescita pari a $0.9 miliardi.

Sempre più difficile quindi fare previsioni e capire quale è il mercato che sta incorporando meglio degli altri le reali prospettive che attendono l’economia americana. In mezzo a tanta confusione, rimane comunque l’unica certezza che a sostenere l’attuale crescita economica, peraltro ancora molto debole, siano sempre le solite dinamiche economiche degli anni Novanta.

Chi investe nel mercato azionario e nelle obbligazioni corporate continua pertanto a inseguire sogni di straordinarie performance (realizzate fino al 2000 e deluse negli ultimi tre anni), mentre chi investe in titoli di stato continua ciecamente a nutrire speranze (fino ad oggi indubbiamente realizzate) di un rimborso garantito del capitale a un valore reale costante nel tempo.

In altre parole siamo alla presenza di un livello di fiducia negli asset cartacei che nel complesso supera perfino quella registrata negli anni Novanta. Asset cartacei che intanto, grazie alle accomodanti politiche monetarie e fiscali tese a stimolare l’economia, continuano ad assorbire ricchezza reale a un ritmo sempre più veloce. Una dinamica che a nostro avviso rende l’assicurazione di portafoglio rappresentata dal solito negletto metallo giallo degna di crescenti attenzioni.

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