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SPECULATORI ALLA SBARRA, CAPITALISMO ALLE CORDE

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(WSI) – La rapidità della caduta del prezzo del petrolio, sceso da un massimo di 147 dollari il barile a metà dello scorso mese di luglio a poco più di 100 dollari, non lascia spazio a molti dubbi: la velocità dell’ascesa e ora del ribasso è il frutto della speculazione finanziaria. Persino il presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, la settimana scorsa, durante una conferenza tenuta a Francoforte, ha detto che «la speculazione ha contribuito allo choc petrolifero che ha bloccato la crescita economica».

Nel mercato del greggio, come in quello delle altre materie prime e dei prodotti alimentari, si era creata un’enorme bolla speculativa. In un rapporto al Congresso americano firmato dal senatore democratico Byron Dorgan e da quello repubblicano Bart Stupak, si sostiene che l’attuale caduta dei prezzi è stata provocata dalle proposte di legge tendenti a mettere un freno alla speculazione finanziaria nei mercati delle materie prime e si documenta che nel periodo tra gennaio e giugno di quest’anno il rialzo del greggio di 33 dollari il barile è stato dovuto all’afflusso di più di 60 miliardi di dollari da parte di Hedge Funds ed altri investitori finanziari in fondi che riflettono l’andamento del prezzo del petrolio.

Le ragioni di questi investimenti sono evidenti: i mercati delle materie prime erano gli unici dove vi era un trend generale rialzista e, quindi, gli unici in cui si potevano guadagnare soldi. Il risultato di queste operazioni speculative è pure chiaro: l’impennata dei prezzi delle materie prime e dei generi alimentari ha reso più rapida e più brusca la frenata di una crescita delle economie occidentali già in pericolo a causa del crollo del mercato immobiliare americano e della crisi del credito. Essa ha inoltre prodotto effetti devastanti in molti paesi poveri del pianeta.

Ora si potrebbe pensare che la caduta del prezzo del petrolio e il contemporaneo rafforzamento del dollaro potrebbero avere un effetto tonificante sull’economia reale. Questa speranza rischia però di rivelarsi infondata. La frenata dell’economia è già troppo pronunciata, perché possa trarre beneficio da questi fattori. Addirittura la stessa Commissione europea prevede che Germania, Spagna e Gran Bretagna cadano in recessione già quest’anno.

La situazione degli Stati Uniti non è migliore: esauritisi gli effetti dei ristorni fiscali varati dall’amministrazione Bush, tutti i dati indicano che l’economia americana sta contraendosi e che la crisi del mercato immobiliare sta acuendosi. Addirittura sta crescendo il rischio di una recessione globale che coinvolgerebbe anche una parte dei paesi emergenti.

La realtà è comunque ancora più grave. L’economia mondiale non è alle prese con una normale fase congiunturale negativa, ma con una crisi epocale del sistema finanziario, che è ancora solo alle battute iniziali. A conferma di questa tesi basta ricordare che il sollievo per la nazionalizzazione delle due agenzie americane Fannie Mae e Freddie Mac è durato solo un giorno e che ad esso ha fatto seguito la paura per lo stato comatoso della banca di investimento Lehman Brothers e di molte altre banche statunitensi.

La situazione è a tal punto grave che alcuni scommettono che durante questa fine settimana verrà organizzato il suo salvataggio e quello di Washington Mutual, un istituto bancario di notevoli dimensioni attivo soprattutto nel mercato ipotecario. La lista degli interventi dello Stato dunque si allunga. In prima fila vi sono già i tre grandi dell’auto di Detroit, che hanno già ottenuto la promessa di un prestito agevolato che dovrebbe aggirarsi attorno ai 50 miliardi di dollari.

La gravità di questa crisi è confermata anche dal fatto che non si intravede ancora alcuna via di uscita. Le mosse delle autorità americane sembrano ripetere passo passo quanto fece il Giappone. Come si sa, Il Paese del Sol Levante sta solo ora cominciando ad uscire dalla crisi immobiliare e del sistema bancario scoppiata all’inizio degli anni Novanta, sebbene Tokyo potesse contare su due vantaggi non secondari. In primo luogo, in quel periodo la crescita del resto del mondo era molto sostenuta e in secondo il Giappone non era un paese indebitato come oggi gli Stati Uniti e quindi poteva contare sul risparmio interno per finanziare l’esplosione della spesa pubblica e a sostegno dei numerosi pacchetti di rilancio e il salvataggio del proprio sistema bancario.

Date queste condizioni la caduta del prezzo del petrolio e delle altre materie prime non è sufficiente per un rilancio dell’economia. Anzi, dobbiamo abituarci a convivere con una crisi che durerà a lungo.

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