SPARARLE GROSSE

3 Febbraio 2006, di Redazione Wall Street Italia

*Alessandro Fugnoli e’ lo strategist di Abaxbank. Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Qualche volta fa bene uscire dal cauto ottimismo, dai moderati rialzi e dai sereni consolidamenti, dalla minestrina del 5-10 per cento di eterno aumento annuo degli utili e dei corsi, dai rassicuranti trading range e dal futuro che scorre davanti ai nostri occhi levigato e asettico, così diverso dal passato, molto spesso spaventoso, convulso e caotico. Qualche volta fa bene provare a pensare l’impensabile, sapendo che la realtà, talvolta, supera l’immaginazione più sfrenata. E’ una forma di ginnastica mentale.

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Non tutte le provocazioni meritano uguale interesse. La maggior parte delle sparate ha natura estrapolativa. Si tira una riga su quello che è successo e la si prolunga a piacere. L’estrapolazione, in sé, non ha un particolare valore conoscitivo, ma è utile talvolta, come vedremo, a mostrare l’assurdità di

teorie a volte ampiamente condivise. Molte provocazioni, inoltre, hanno solo natura apologetica o, al contrario, catastrofista per partito preso. Al primo gruppo appartengono due libri usciti nel 2000, “Dow 36000” e “Dow 100000”. Al secondo appartengono le opere complete di Ravi Batra. Anni fa, su Cuore diretto da Michele Serra c’era una rubrica intitolata “Nulla Resterà Impunito”. Vi si rivisitava con pazienza e sadismo feroce lo sciocchezzaio degli anni precedenti ingiustamente dimenticato. Un’opera meritoria.

Tra i provocatori geniali includiamo invece volentieri Marc Faber e Matt Simmons, spesso assolutamente soli nelle loro elucubrazioni, a volte nel torto ma mai banali o gratuiti. Nelle ultime settimane il settimanale Barron’s ha pubblicato un’intervista a Simmons e una chilometrica roundtable cui ha preso parte Faber. Simmons (il maggiore teorico del peak oil, la teoria per cui il petrolio non sta ancora scomparendo, ma la produzione si sta stabilizzando mentre la domanda continua a crescere) spiega che ha scommesso 5mila dollari sul petrolio a 200 dollari entro il 2010. Faber si chiede invece che fine faranno i tassi americani fra dieci anni e dice che non si stupirebbe di vederli sopra il 15 per cento, come nei primi anni Ottanta.A noi la tesi di Faber pare tirata, ma non necessariamente assurda. Oggi i mercati obbligazionari comprano decennali e trentennali con l’idea che l’inflazione è morta per sempre e che semmai è la deflazione in agguato che deve preoccupare.

Ammesso che sia così (e vedremo poi che non è detto) può benissimo accadere che alcuni paesi abbiano inflazione anche se il contesto strutturale globale è deflazionistico. Greenspan ha detto molte volte al Congresso, in forma insolitamente chiara, che se si vogliono mantenere le pensioni al livello promesso e se si vuole continuare a spendere sempre di più per la sanità (e le ultime proposte dell’amministrazione Bush aumentano ulteriormente le proiezioni di spesa) la Fed si troverà costretta a stampare dollari in quantità tale da eroderne significativamente il potere di acquisto nei prossimi decenni. Ad ascoltarlo attentamente, Greenspan è spesso sembrato essere assolutamente certo di questo esito, più che considerarlo un’ipotesi.

Anche se un’amministrazione democratica dovesse succedere all’attuale fra due anni, ben difficilmente lo squilibrio strutturale dei conti pubblici verrebbe sanato. Non parliamo del disavanzo attuale, che è alto ma in sé sopportabile. Parliamo delle proiezioni a dieci, vent’anni. I democratici aumenterebbero le tasse, ma aumenterebbero le spese nella stessa misura o forse anche di più. L’aspetto peculiare dei mercati attuali è che i bond pensano alla deflazione prossima ventura, mentre le borse pensano a un’espansione senza fine. Consapevoli o meno, tutti ormai seguono il paradigma della seconda Bretton Woods che, nella versione iniziale di tre anni fa, sosteneva la possibilità di bond tranquilli, cambi stabili ed espansione globale fortissima per due decenni a venire, fino cioè all’esaurimento delle risorse inutilizzate in Asia, ovvero delle centinaia di milioni di disoccupati e sottoccupati in India e Cina. Negli ultimi mesi, tuttavia, la scuola della seconda Bretton Woods ha apportato alcune modifiche al suo modello, che ora include una graduale svalutazione del dollaro e un progressivo aumento dei tassi americani.

Ricordiamo che stiamo parlando del paradigma più brillante degli ultimi anni, quello che ha previsto e spiegato tutto quello che è successo, al contrario dei modelli austriacanti (si pensi a Stephen Roach) che sono rimasti spiazzati dagli eventi.

Oggi, quindi, a dire che non c’è problema sono rimasti solo i supply sider più accaniti, quelli che sostengono che il mondo compra dollari perché in America gli investimenti rendono di più (quando i dollari, in realtà, li comprano solo i governi dell’Asia e dell’Opec per motivi politici). In ogni caso, dovendo scegliere tra i bond che pensano che stiamo per rallentare e le borse che pensano che non rallenteremo mai, ci sembra che per qualche tempo avranno più ragione le borse. Se la scelta politica mondiale è quella di evitare ogni sofferenza (utile o inutile che sia) e intervenire con politiche espansive al minimo cenno di debolezza del ciclo allora nel tempo le borse avranno ancora più ragione dei bond, indipendentemente dalla questione della deflazione strutturale (si può avere un metabolismo per cui si tende a dimagrire, ma se ci si ingozza oltre misura per prevenire il dimagrimento alla fine si ingrassa).

Ma più ragione di bond e borse l’avranno le materie prime. Le risorse inutilizzate che ci hanno finora permesso di crescere senza inflazione sono composte da forza lavoro, di cui c’è grande abbondanza in Asia (anche se fra qualche mese comincerà di nuovo ad eseerci scarsità in America). Le materie prime, però, sono già scarse adesso e lo saranno ancora di più se l’espansione continua. Certo, ci saranno fasi in cui temporaneamente l’offerta terrà testa alla domanda, ma la tendenza è segnata.

La previsione di Matt Simmons sul petrolio può suonare eccessiva, ma eccessivo e poco colto sarebbe sembrato nel 1998 (quando il greggio stava a 12 dollari e l’Economist scriveva che sarebbe crollato a 5) scommettere che qualche anno dopo, cioè oggi, l’avremmo visto a 70.

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