Spagna: fuga dall’ex Eldorado, a fare affari sono solo i cinesi

26 Luglio 2012, di Redazione Wall Street Italia
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Madrid – Latinoamericani che tornano a casa, cinesi che fanno affari come sempre, giovani spagnoli «scolarizzati» che emigrano in paesi che ne valorizzano il talento, per non «morire» camerieri a Benidorm o in Costa Brava. Nella Spagna sul baratro il frullatore della crisi sta falciando con precisione chirurgica a seconda della nazionalità. Ma a colpire è anzitutto l’emorragia di talenti spagnoli che rischia di ricacciare il paese indietro di trent’anni.

I numeri impressionano: nei primi 6 mesi dell’anno in 40.625 sono andati all’estero in cerca di fortuna e occasioni di lavoro. Il 44,2% in più del 2011, quando il paese ha registrato dopo molti decenni un saldo demografico negativo per 130 mila persone: con la crisi, infatti, cominciano ad uscirne più di quante ne arrivano.

A Madrid in questi giorni ci sono giovani professionisti di banche e multinazionali che ti raccontano di amici e compagni di università che se ne sono andati o ci stanno pensando. Con la recessione il paese si chiude per tutti: immigrati e neo emigranti con laurea (la disoccupazione under 25 è arrivata al 52%). Secondo una stima dell’Ordine nazionale, circa 10 mila ingeneri nei prossimi anni lasceranno il paese.

«La prima meta di emigrazione alta, davanti agli Usa, resta l’Europa: più semplice girare e cercare occasioni di vita e lavoro. Germania ma anche Norvegia, Austria, Olanda, Svizzera, Svezia, Francia e Inghilterra», racconta un manager di una società di selezione personale. «C’è richiesta di ingegneri informatici spagnoli, commerciali e personale sanitario con buona conoscenza dell’inglese». Addirittura l’Austria si sta muovendo ufficialmente, attraverso l’ambasciata, per accaparrarsi giovani spagnoli nei settori costruzioni e turismo. Paga d’ingresso: 2.500 euro.

Non basta. L’altro ieri El Pais ha pubblicato un’intervista alla 34enne Nadezda Apostolova, la più giovane farmacologa d’Europa, pluripremiata per i suoi studi anti retrovirali, il cui senso è: «in questo momento con i tagli alla sanità non verrei più in Spagna; la fuga dei cervelli è inevitabile». Apostolova lavora all’università di Valencia. Dieci anni fa vinse una borsa di studio, lasciò la sua Macedonia per venire in Spagna dove si è sposata e naturalizzata. «A quel tempo – ricorda – Madrid era la mecca della ricerca, oggi invece non vedo soldi per investire nè motivazioni nè possibilità di borse di studio. Il paese retrocede», perdendo i suoi giovani migliori.

L’anno scorso i primi a saltare erano stati gli anelli più deboli del mercato del lavoro. Il grande serbatoio di braccia e fatica sbarcato a Madrid nella stagione d’oro del boom immobiliare e della crescita infinita, soprattutto dall’est Europa (romeni), Nordafrica (marocchini) e centro-sud America, dove l’impronta ispanica è forte.

La stessa «reconquista» economica dell’era Aznar, coi campioni nazionali Telefonica, Repsol, Santander, Iberia proiettati in America latina, era funzionale ad un disegno di «soft power» capace di trasformare Madrid nella nuova Londra, con gli ispanici al posto degli indiani: i maschi nel piccolo commercio e nei cantieri, le donne nel welfare (badanti, infermiere, domestiche). In pochi anni la Spagna arriva ad ospitare 6 milioni di immigrati (un milione meno della Germania che ha quasi il doppio della popolazione).

Poi scoppia la crisi e il quasi default e molti stranieri devono riprendere la via di casa. Nel 2011 se ne vanno in 100 mila, nel primo semestre 2012 addirittura in 228 mila. Una marea. Te ne accorgi al mercato Anton Martin, quartiere Lavapie, frequentatissimo dai latinos. «Alcuni amici sono tornati in Colombia», conferma Raul mentre sistema lo scaffale del suo mini market. Specie chi non ha famiglia. Non solo Madrid. «Si stanno facendo molti visti di rientro», ammette da Barcellona un avvocato che segue le pratiche per il consolato ecuadoregno.

Chi raddoppia è invece la comunità cinese, inossidabile e stakanovista. «Per loro la crisi non esiste», ridacchia il taxista che ci porta da Fuenlabrada, 30 chilometri dalla capitale, alla zona industriale di Cobo Calleja, una sorta di Prato spagnola dove i cinesi provenienti dal Wenzhou si sono insediati al solito modo.

Prima entrando nel settore discount e ristorazione, poi nel ramo abbigliamento, estetica ed elettronica rilevando «cash» le attività dai titolari spagnoli, infine consolidandosi. Ad esempio due imprenditori di seconda generazione, Li Tie e Yong Ping, hanno appena costruito un parco commerciale da 43 milioni di euro chiamato «Plaza de Oriente»: 80 negozi tra «pronto moda», accessori, scarpe, oro, bigiotteria e rimesse auto. E a breve raddoppieranno con 3 centri commerciali e un hotel. In questo grande emporio diffuso ci lavorano 10mila persone e quasi mille aziende di cui la metà ormai cinesi, per un fatturato di 900 milioni di euro.

Ogni isolato di Cobo Calleja è un microcosmo brulicante. Ci sono camion che partono per la Francia e il Portogallo, furgoni dei grossisti che scelgono la merce e gente normale che viene a comprarsi il costume o un paio di scarpe dai cinesi, «…con la crisi qui conviene…». Per non sbagliare, ci sono persino negozi che si portano avanti vendendo addobbi natalizi. La crisi non esiste…

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