SPAGNA, DOPO IL CRACK IMMOBILIARE, RECESSIONE

7 Settembre 2008, di Redazione Wall Street Italia

Il primo, secco contraccolpo della crisi si è visto già quest´estate: a corto di liquidità, parecchie famiglie spagnole sono rimaste a casa. Presenze turistiche in calo e città che non si sono svuotate neppure ad agosto. A centinaia di migliaia rischiano di restare strangolati dal mutuo che si mangia già – è l´ultima cifra record appena diffusa – il 46% del loro reddito lordo.


Per ragioni d´immagine, persino il governo ha dovuto ridurre all´osso le proprie vacanze. Zapatero ha convocato un Consiglio dei ministri proprio alla vigilia di Ferragosto, per annunciare un robusto pacchetto di 24 riforme anticrisi centrate in sei settori strategici: servizi, telecomunicazioni, energia, cambio climatico, edilizia, trasporti, finanziamento delle piccole e medie imprese.

Ma l´impressione, nella Spagna che sembrava lanciata in una corsa inarrestabile verso i vertici di ricchezza e prosperità nell´Unione Europea, è che il tonfo sia stato così rapido e inatteso che l´esecutivo socialista fatichi ancora a capire quali contromisure possano evitare un disastro di dimensioni ancora maggiori. In soli sei mesi, si è piombati da una crescita del Pil al 3,8% fino allo 0 assoluto di agosto, un triste primato che non ha precedenti nella storia della democrazia spagnola.

Con il Financial Times che annuncia senza mezzi termini: «La Spagna può entrare in recessione». Tutte le cifre sono in rosso: la produzione industriale è calata a luglio del 4,4% (dopo il tonfo del 9% del mese precedente), mentre il deficit della bilancia dei pagamenti cresce del 15%. Ma, soprattutto, il numero di disoccupati è aumentato del 25% in un solo anno, toccando quota due milioni e mezzo, lo stesso livello di dieci anni fa: dall´8,2% si è già passati al 10,4, e tra i profeti di sventura c´è chi dice – come la Fondazione delle casse di risparmio spagnole – che si arriverà al 16%.

Un´impressione che comincia a diffondersi tra gli elettori spagnoli visto che, appena sei mesi dopo il voto per le ultime legislative, i sondaggi testimoniano la rapida rimonta dei popolari, con i due grandi partiti in una situazione di perfetta parità. Neppure oggi, con lo spettro della recessione alle porte, il premier si azzarda a pronunciare la parola “crisi”. Continua a parlare di «rallentamento» e a prospettare «alcuni mesi di difficoltà», convinto che già nella seconda metà del 2009 potrebbero manifestarsi i primi segnali di ripresa.

Ottimismo che, di questi tempi, quasi nessuno condivide. Neppure il suo braccio destro, il ministro dell´Economia Pedro Solbes, che già 15 anni fa, ai tempi di Felipe González, dovette gestire un´altra delicata fase di crisi.
Solbes pronuncia la parola che nessuno vorrebbe sentire: sacrifici. Agli imprenditori suggerisce che questo non è il momento di distribuire gli utili, ma di reinvestirli. Ai lavoratori che è meglio conservare il posto di lavoro piuttosto che pretendere aumenti salariali.

La moderazione salariale, predicata anche dal governatore del Banco di Spagna Miguel Angel Fernández Ordóñez, è però una formula che non convince il ministro del Lavoro Celestino Corbacho, preoccupato dall´eventualità che possa generare «una certa conflittualità sociale». Perché in realtà, quel che stupisce in questa Spagna ancora sbigottita di fronte all´improvvisa frustrazione delle sue aspettative di ingresso nel club dei grandi dell´economia, è la quasi totale assenza di scontro sociale.

Per ora, solo generica insoddisfazione verso il governo. Ma se la situazione si dovesse complicare ulteriormente, soprattutto sul fronte dell´occupazione, la prospettiva di un nuovo sciopero generale – a sei anni di distanza dall´ultimo, che venne proclamato contro il governo Aznar – non è del tutto da escludere. La speranza di Zapatero, che ha sempre attribuito la crisi al “contesto internazionale”, è che una boccata d´ossigeno possa arrivare proprio dall´esterno. Già ad agosto, il calo del greggio ha fatto scendere l´inflazione dal 5,3 al 4,9%. Solo un piccolo segnale, troppo poco per lasciare spazio all´ottimismo.

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