SOTTO LE BORSE
LA BOMBA CASA

15 Marzo 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Subprime. Questo termine americano, che ricorda vagamente il nome di un farmaco, indica in realtà un virus potentissimo che si è abbattuto inaspettatamente sulla Borsa americana con conseguenze preoccupanti per l’assetto generale del sistema finanziario mondiale. Nel gergo bancario americano, sono chiamati subprime (cioè «di serie B») i mutui per l’acquisto di un’abitazione concessi a beneficiari con precedenti creditizi non eccellenti: a persone, cioè, con un passato di pagamenti ritardati o non eseguiti che presentano quindi un livello di rischio più elevato del normale.

Il numero dei mutui subprime non onorati dai debitori è aumentato improvvisamente e sarebbero oltre due milioni le famiglie americane, generalmente di modeste condizioni economiche, che, siccome non ce la fanno con le rate, rischiano di perdere la casa in un Paese dove lo sfratto viene eseguito senza tanti complimenti. Nel clima di grande durezza sociale dell’America attuale questo non sarebbe considerato un gran male, ma il fatto è che questi mancati pagamenti rischiano di mandare in dissesto le società finanziarie, spesso collegate a banche, che ne sarebbero duramente colpite. E potrebbe riflettersi sulla stabilità dell’intero sistema creditizio. È questa la prospettiva che fa tremare Wall Street, ha fatto rimangiare in un paio di settimane i rialzi di sei mesi e smentito nettamente le previsioni rassicuranti di un 2007 di tranquilli rialzi.

Ma perché mai i finanzieri americani sono andati a prestare consistenti quantità di denaro a persone che non avevano tutti i requisiti per essere dei buoni debitori che onorano il loro debito e sono puntuali nelle rate? I motivi sono due.

Il primo motivo dipende dalle condizioni del mercato edilizio: quando questi prestiti sono stati concessi il prezzo delle case saliva allegramente e il mutuante poteva ragionevolmente pensare che, se il mutuatario non avesse pagato, si sarebbe ripreso la casa e l’avrebbe subito rivenduta con profitto; il secondo dipende dalle condizioni dei mutuatari. Dietro la smagliante facciata di un’America in buona salute economica, una quota importante del reddito si è spostata verso i profitti, il potere d’acquisto di molti salari si è ridotto ed è aumentato il numero delle famiglie in difficoltà finanziaria.

Per correre ai ripari, le istituzioni finanziarie rischiano di farsi del male con le loro stesse mani e di farne all’intero sistema: da un lato sono oggi molto più caute nel concedere i mutui, e quindi contribuiscono all’indebolimento della domanda di nuove abitazioni, dall’altro fanno aumentare l’offerta mettendo sul mercato le abitazioni degli sfrattati. Per conseguenza, la tendenza alla discesa dei prezzi degli immobili accelera e così le perdite di chi si rifà di crediti non pagati vendendo le case dei debitori morosi.

La soluzione è ben difficile da trovare; una via potrebbe essere quella, avanzata da un parlamentare democratico, di un pubblico sussidio ai mutuatari in difficoltà; essa metterebbe però in crisi l’intera filosofia del capitalismo americano attuale nella quale i pubblici sussidi hanno pochissimo spazio. Ed è comunque curioso che questo capitalismo, tutto orientato alla ricchezza, stia scivolando su una buccia di banana rappresentata dai segmenti più poveri della popolazione.

Da Wall Street la tendenza ha immediatamente contagiato le Borse europee, più per effetto di imitazione che per la presenza di condizioni simili. In Asia questa spinta al ribasso si è aggiunta a una ben più naturale correzione dopo un rialzo intenso e prolungato.

In realtà non c’è alcun vero motivo per cui la crisi dei mutui si debba estendere all’Europa e all’Asia, dove le situazioni sono molto diverse; in Europa, in particolare, la sorveglianza sull’operato delle istituzioni finanziarie è probabilmente più severa che in America. Eppure le Borse non americane, compresa quella italiana, stanno scendendo per la paura generica che il motore americano si fermi e che l’intera espansione mondiale subisca una brusca e dolorosa battuta d’arresto.

Questo è tecnicamente possibile ma richiederebbe una serie incredibile di errori da parte delle autorità monetarie. La paura di questi giorni presenta quindi le caratteristiche di uno sgomento irrazionale, così come era stata irrazionale l’esuberanza borsistica degli anni d’oro del boom americano. Se c’è una vittima di questa situazione – e speriamo che sia l’unica – questa è la reputazione dei mercati finanziari, soprattutto americani, di essere in grado di operare delle scelte informate, fredde, razionali; e quindi «giuste».

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