SOROS, L’UOMO CHE VUOLE ABBATTERE GEORGE BUSH

23 Novembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

George Soros, 73 anni. La sua fortuna personale è valutata attorno a 7 miliardi di dollari
Miliardario, spregiudicato, imprevedibile. Il finanziere George Soros ha un’ossessione: impedire la rielezione del presidente Usa. Attingendo a piene mani alla sua immensa fortuna. Così ha cominciato a inondare di dollari le casse dei democratici. Con esiti imprevedibili, non solo per i repubblicani.

A chi lo frequenta nella sua villa di Southampton, colonia marina dei ricchi di New York, ha confidato che la sua ossessione sui Bush non si limita al presidente in carica. Quel che veramente inquieta il miliardario George Soros è la possibilità che alla rielezione di George W. segua l’incoronazione del fratello Jeb, ora governatore della Florida. Allora sì che si consumerebbe una tragedia, dice il finanziere bevendo il cappuccino tra gli specchi del caffè Sant’Ambroeus.

Se la sua previsione si rivelasse esatta, Soros si troverebbe veramente nei guai. Per essere uno il cui soprannome è Mr Democrazia, infatti, già ora l’ha fatta grossa. «In pratica si è comprato il Partito democratico» dicono i repubblicani. Ma anche i loro avversari sono non poco imbarazzati: ricevere da una persona sola circa 15 milioni, i soldi che Soros ha stanziato finora per distruggere George W. Bush, va contro tutti i principi sul finanziamento della politica predicati dai democratici.

Da quando la campagna presidenziale si è trasformata in una sfida all’ultimo dollaro, George contro George, gli strateghi del Partito democratico sono in costante allarme rosso. La predilezione di Soros per Howard Dean, anche se non ancora dichiarata, ha già fatto dell’ex governatore del Vermont il favorito per la nomination mandando all’aria tutte le strategie di Bill Clinton. Mentre la moglie Hillary si è trovata a dover decidere se prendere le distanze da uno dei suoi principali finanziatori: le dichiarazioni di Soros su Israele, secondo lui colpevole insieme agli Stati Uniti di fomentare l’antisemitismo globale, hanno messo in difficoltà l’ex first lady con l’elettorato ebraico newyorkese.

È bastato poco a Soros per perdere l’anima che si era conquistato creando un impero della filantropia che in dieci anni ha distribuito 5 miliardi di dollari, portando la democrazia nei paesi dell’Est europeo, scrivendo sette libri di filosofia politica. Ora che nel suo nuovo libro La bolla della supremazia americana, ha paragonato l’America di Bush a una minaccia per l’umanità simile alla Germania nazista, Soros è tornato a essere il raider capace di distruggere con le sue speculazioni un intero sistema economico, come fece nel 1992 puntando 10 miliardi di dollari sulla caduta della sterlina e della lira. Stavolta però sul piatto c’è la Casa Bianca, e al tavolo siedono i potenti del mondo.

Dopo l’attacco ad Ariel Sharon, in Israele si è tornato a discutere per esempio delle origini ungheresi di Soros, nato a Budapest nel 1930. Suo padre Tivadar, un bon vivant proveniente da una famiglia di ultraortodossi ebraici, finì la Prima guerra mondiale tra le file dei prigionieri politici. La famiglia più tardi si allontanò dall’Ebraismo: Dzjordzhe Shorash divenne George Soros. Intanto in Russia dopo che Soros ha accusato il presidente Vladimir Putin di avere arrestato per ragioni politiche l’oligarca del petrolio Mikhail Khodorkovski, gli uffici della Open society di Mosca hanno ricevuto la visita di 40 uomini appartenenti a una gang locale, che hanno sequestrato computer e documenti.

Nel suo libro Società segrete e il loro potere nel XX secolo Jan von Helsing colloca Soros al comando di una rete di intelligence che coinvolge i servizi segreti britannici e il Mossad. Ma non c’è bisogno di scomodare le spie per spiegare la sua irresistibile ascesa: «Prima di tutto stiamo parlando di un manager acutissimo» afferma Stanley Druckenmiller, che per un decennio ha gestito il Quantum fund di Soros. «Ma soprattutto si tratta di un uomo che ha un enorme coraggio».
Prima che li inventasse Soros non esistevano macrofund che scommettessero su grandi avvenimenti globali, dal comportamento degli indici di borsa alle decisioni dei banchieri centrali. E soprattutto nessuno lo aveva mai fatto con il tempismo di Soros, che negli ultimi 30 anni ha prodotto guadagni medi del 31 per cento, accumulando una fortuna personale di 7 miliardi di dollari.

Prima di lasciare la guida del fondo a Jonathan e Robert, i maggiori tra i cinque figli avuti da due mogli, Soros diceva agli amici che sapeva esattamente quando era il momento di vendere: la schiena cominciava a fargli male. Il suo corpo gli manda un segnale simile ora: il pensiero di Bush lo sveglia nel mezzo della notte, scuotendolo «come una sveglia», sono parole sue.
Secondo il finanziere la politica di Bush mette in pericolo la società aperta che rappresenta l’ideale a cui si è ispirato sin da quando all’università di Londra partecipava alle lezioni del filosofo della scienza Karl Popper: «Le idee dei neoconservatori mettono a rischio le libertà» dice. «Gli Stati Uniti hanno dato inizio a un ciclo della violenza basato su una idea sbagliata: l’obiettivo della mia vita è diventato fermare Bush».

Soros ha cominciato a usare i suoi soldi per cambiare il mondo all’inizio degli anni Ottanta: mentre la sinistra ancora flirtava con il comunismo, lui mandava milioni a Solidarnosc. Più tardi avrebbe usato tattiche più sofisticate. Come mandare centinaia di macchine fotocopiatrici e fax nelle università ungheresi, per favorire la mobilitazione. O finanziare con più di 100 milioni di dollari le case editrici, i giornali indipendenti e i gruppi d’opposizione che si battevano contro il dittatore Slobodan Milosevic in Serbia.

Anche negli Stati Uniti la strategia politica di Soros si è raffinata col tempo. Per anni il finanziere si è limitato a donare fondi a movimenti come la Feminist majority foundation, il Network for a progressive Texas o l’Independent media institute. Grazie a decine di finanziamenti come questi Soros è diventato un paladino della legalizzazione della marijuana e di chi cerca un’alternativa alla strategia americana nella guerra contro la droga.

Ma ora il gioco secondo lui si fa più duro: «Mi sono reso conto che per ottenere risultati, il cambio di governo è una opzione migliore del semplice sostegno alle cause».
Amico di Kofi Annan, del presidente brasiliano Lula da Silva e persino del suo avversario politico, il sottosegretario alla Difesa Paul Wolfowitz, Soros ha cominciato la sua campagna anti Bush la scorsa estate. Il suo consigliere è Morton Halperin, già collaboratore di Clinton, che ha individuato in Move on e Act le due associazioni che hanno ricevuto i primi finanziamenti: entrambe sono molto attive su internet.

Milioni sono andati anche a John Podesta, ex capo di staff di Clinton, che ha messo in piedi un think tank progressista per contrastare il predominio di fabbriche delle idee come l’American enterprise institute. Ma dietro le quinte Soros lavora alla costituzione di un network di media liberal il cui primo esempio sarà una rete radiofonica che ospiterà talk-show dei comici Al Franken e Michael Moore, il regista di Bowling for Columbine.

Il richiamo di Soros ha mobilitato altri miliardari democratici che si sono affiancati a finanziatori storici come Haim Saban, il creatore dei Power rangers. Ora sono entrati in campo Peter Lewis, amministratore della Progressive corporation e Rob Glaser, fondatore di Real networks. Tutti convinti che i soldi saranno il fattore fondamentale delle prossime presidenziali, come non si stanca di ripetere anche Bill Clinton: «Non importa se nella raccolta di fondi Bush ci supera due volte o se raccoglie il triplo di noi. Il fatto è che sta raccogliendo quattro volte i soldi che riusciamo a raggiungere noi: e allora diventa del tutto impossibile competere».

Ora il problema sembra risolto. Se necessario George Soros sembra infatti pronto a rimettere mano al portafoglio. D’altra parte, da tempo il finanziere ripete che intende disfarsi di tutto il suo patrimonio entro gli 80 anni. Per arrivare a quella festa di compleanno mancano ancora sette anni. E ci sono ancora circa 4 miliardi di dollari da spendere.

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