SONDAGGIO TRA I MANAGER: NO PROTEZIONISMO, PIU’ MERITOCRAZIA

7 Maggio 2007, di Redazione Wall Street Italia

(9Colonne) – Milano, 7 mag – I manager sono preoccupati perché considerano la società italiana poco (74,1%) o addirittura per nulla adeguata (7,5%) a reggere la competizione dell’economia globalizzata; vedono la posizione dell’economia italiana di qui a 10 anni come più debole di adesso (85,3%) se le condizioni strutturali restassero invariate e valutano lo scenario internazionale molto rischioso per il livello di conflittualità, destinato ad aumentare (42,5%). Sono convinti che sia necessario accrescere la competitività del sistema, ma che non sarà facile farlo (87,4%). È il risultato di un sondaggio divulgato oggi in occasione della presentazione di “Economia e società aperta”, il forum internazionale che si terrà a Milano dal 9 al 12 maggio. Al sondaggio ondine hanno risposto 2.865 manager e laureati. I risultati sono stati commentati questa mattina da Alberto Martinelli, professore di sociologia all’Università Statale di Milano. Politica (71,7%), pubblica amministrazione inefficiente (66,9%) e Stato che non svolge i suoi compiti fondamentali (44,4%) vengono sì indicati dai manager tra i maggiori ostacoli all’aumento della competitività italiana, ma solo dopo gli scarsi incentivi al merito e la protezione dei privilegi (74,6% – le percentuali si riferiscono a chi ha indicato il fattore come un ostacolo “molto rilevante”). Allo stesso modo, quando sono chiamati a valutare i fattori che, nello specifico, ostacolano la competitività delle imprese, gli interrogati denunciano in primo luogo una cultura manageriale insufficiente (37,1%) e mettono in ultima posizione l’ambiente esterno non favorevole (17,3%). Il sondaggio evidenzia anche parecchi motivi di ottimismo. In primo luogo, una risorsa fondamentale come lo spirito imprenditoriale non sembra scarseggiare: è considerato il fattore che meno ostacola la competitività italiana. Le facili soluzioni protezionistiche sono, inoltre, scartate con decisione, a favore di posizioni più aperte e dialettiche: tra le aree di intervento per influenzare la competitività quella che riscontra meno successo sono le politiche commerciali a difesa dell’economia nazionale (solo il 12,6% le considera un’area di intervento “molto importante”). Anche su un tema emotivamente sensibile, come l’immigrazione, la semplice limitazione quantitativa (21,8%) è ritenuta meno efficace dell’integrazione socio-culturale (26,2%) e della selezione qualitativa (28,9%). Manager e professionisti sanno anche valutare che cosa rimanga ancora da fare e dove, invece, siano già stati raggiunti dei risultati: la riduzione del costo del lavoro (21,4%) o la liberalizzazione del mercato del lavoro (28,4%) sono considerate meno attuali della liberalizzazione delle professioni (33,2%). Le tre aree di intervento più importanti per influenzare la competitività del paese sono considerate, nell’ordine, la ricerca scientifica (78,3%), gli incentivi all’innovazione (65,2%) e l’università (63,4%).