Sla, ricerca conferma: malattia colpisce soprattutto calciatori professionisti

27 Marzo 2019, di Alessandra Caparello

La Sla (Sindrome laterale amiotrofica) colpisce soprattutto ex calciatori professionisti, in particolar modo centrocampisti e difensori. Questo il risultato della ricerca curato dall’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri. Una ricerca partita dall’album delle figurine Panini che ha catalogato foto e schede di 23 mila 875 calciatori di serie A, B e C attivi in Italia dal campionato 1959/60 fino a quello 1999/2000.

Quello che è emerso è che le morti certe di Sla tra i giocatori professionisti italiani sono 36, ma il numero è stimato in difetto visto che ci sono molti ex atleti scomparsi con sintomi sospetti riconducibili alla malattia neurodegenerativa degenerante.

I dati mostrano in modo inequivocabile che tra i calciatori di serie A l’incidenza della Sla è almeno sei volte superiore a quella della popolazione media e che — risvolto ancora più drammatico — l’insorgere della malattia avviene con vent’anni di anticipo: attorno ai 40 anni invece che a 60 con una drastica riduzione dell’aspettativa di vita. Si tratta comunque di una malattia rara (6/8 casi su 100 mila) ma con una specifica implicazione professionale: vengono colpiti solo gli atleti di alto livello.

Così spiega al CorSera il dottor Ettore Beghi, responsabile del laboratorio malattie neurologiche che però sottolinea che il calcio non deve essere demonizzato. Le cause di questa maggiore incidenza tra i giocatori?

All’incidenza dei traumi tipica del calcio bisogna aggiungere lo stress ossidativo legato alla fatica fisica, l’abuso di certi anti infiammatori e di aminoacidi ramificati, il contatto con i pesticidi usati un tempo sui prati di gioco, corroborata dal fatto che quella degli agricoltori è un’altra categoria con molte vittime. Tra tanti dubbi, di una cosa siamo abbastanza certi: la predisposizione genetica a contrarre il morbo conta molto. Semplificando, se un calciatore professionista che si è ammalato a 40 anni avesse fatto un lavoro diverso forse avrebbe contratto comunque la malattia, ma a 60. Colpevolizzare il calcio non ha senso.