Siria: continua la repressione, in manette leader dissidenti

20 Aprile 2011, di Redazione Wall Street Italia

Damasco – Le autorita’ siriane hanno arrestato nella notte a Homs, 180 chilometri a nord di Damasco, Mahmoud Issa, noto attivista e figura di spicco dell’opposizione, poco dopo aver rilasciato un’intervista alla televisione araba al Jazira. Lo ha reso noto Rami Abdel Rahman dell’osservatorio siriano per i diritti umani.

“Un pattuglia della polizia politica – ha detto Abdel Rahman – ha arrestato Issa nella notte a Homs, subito dopo che aveva concesso un’intervista ad al Jazira”.

Durante la sua intervista, ha raccontato Abdel Rahman, Issa aveva parlato dell’uccisione del generale Abdo Khodr al-Tellawi vicino a Homs, e ha affermato di sapere chi sono i mandanti e chiesto alle autorita’ di indagare e arrestare i colpevoli.

Per l’agenzia di stato siriana Sana, “un gruppo di bande armate avrebbe attaccato e ucciso il generale Abdo Khodr al-Tellawi, i suoi due figli e suo nipote, mutilando poi i loro corpi”. Il generale, insieme ai figli e al nipote e’ tra le vittime degli scontri di ieri a Homs, che hanno provocato 17 morti e almeno 25 feriti.

Dall’inizio delle proteste di massa a favore delle riforme e contro il regime di Basher al-Assad, le autorita’ siriane hanno spesso attribuito le violenze di piazza ad alcuni gruppi armati vicine ad organizzazioni salafite, mentre l’opposizione, negando, ha sempre sostenuto che si tratta in realta’ di uomini e milizie del regime che attraverso esecuzioni sommarie anche tra le forze di sicurezza, cerca di provocare la violenta reazioni di esse contro i dimostranti.

Intanto ieri, Basher al Assad rendeva noto, la revoca dello Stato di emergenza, in vigore in Siria da 48 anni, entro la settimana prossima, in seguito al quale poche ore dopo, e’ giunta la comunicazione da parte del ministro dell’Interno siriano, Mohammed Ibrahim al-Shaar, del bando totale su qualsiasi tipo di protesta nel Paese mediorientale.

Intanto in Yemen e’ salito ad almeno cinque morti accertati e a sessanta feriti, 23 dei quali in condizioni critiche, il bilancio della sparatoria di ieri a Sana’a, dove la polizia aveva aperto il fuoco sui manifestanti che protestavano contro il regime del presidente Ali Abdullah Saleh: lo hanno reso noto fonti mediche operanti presso il pronto soccorso improvvisato, allestito dagli stessi contestatori sul luogo dove hanno organizzato l’ennesimo sit-in nella capitale.

Al computo delle vittime di ieri va aggiunto anche un passante, falciato dalle pallottole esplose dagli agenti in assetto anti-sommossa all’indirizzo dei contestatori a Taez, la seconda citta’ del Paese situata al sud.

Nel frattempo a Hudaydah, sulla costa del Mar Rosso, all’alba di oggi uno sconosciuto ha sparato all’impazzata da bordo di una moto in corsa contro la tendopoli dove, su una piazza, si erano sistemati i dimostranti anti-governativi: l’attacco e’ avvenuto mentre questi ultimi stavano ancora dormendo, oppure erano impegnati nelle preghiere del mattino. Stando a testimoni oculari, almeno uno di loro e’ rimasto ucciso e ulteriori otto hanno riportato lesioni. (AGI)

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Damasco – “Hanno sparato alla cieca su qualunque cosa”, ha raccontato ieri un manifestante, ma ancora non e’ chiaro quale sia il numero esatto delle vittime in Siria negli scontri di oggi. Quello che e’ certo e’ che dopo 48 anni il governo, come richiesto dai rivoltosi, ha chiesto che venisse tolta la legge di emergenza. Quando tali norme sono in atto, il potere della polizia e’ esteso, i diritti costituzionali sospesi e la censura legalizzata.

Migliaia di persone hanno occupato nella notte piazza dell’Orologio a Homs, la terza citta’ piu’ grande della Siria, per protestare contro il governo e contro la dura repressione subita negli ultimi giorni. Sembra che le forze di sicurezza leali al presidente Bashar al-Assad abbiana lanciato l’attacco alle 2 della mattina ora locale.

Ieri il ministro dell’Interno siriano ha parlato di un’insurrezione armata. Per ora il bilancio negli scontri tra ribelli e governo e’ di 200 morti, secondo quanto riportato dai gruppi di diritti umani. Intanto continuano le manifestazioni in Yemen e Arabia Saduita. A Raiz le forze di sicurezza yemenita hanno aperto il fuoco sulla folla. Nel paese della dinastia Saud, il maggiore produttore di petrolio al mondo, le rivolte anti regime si sono concentrate a Qatif, sulle sponde del Golfo Persico, dove nei giorni scorsi centinaia di persone hanno manifestato.

I dimostranti hanno chiesto la fine degli arresti arbitrari dei dissidenti e il riconoscimento di pari diritti alla minoranza sciita, fortemente discriminata nei fatti dalla rigida ortodossia wahabita del regno saudita. Molti i cartelli di solidarietà con i manifestanti sciiti del Bahrein. Quella degli sciiti sauditi non è ancora una vera sollevazione, ma è di certo un campanello dall’allarme per la dinastia al potere.

Tornando alla Siria, ieri in un nuovo cable diffuso da Wikileaks si sostiene che sia Bush che Obama abbiano sostenuto i gruppi antigovernativi. Al Jazeera riferisce che nella giornata di ieri sono state uccise almeno 25 persone nella piazza principale di Homs, dove i manifestanti hanno deciso di raccogliersi per portare avanti la rivolta e chiedere le dimissioni del governo.

Nella notte l’esercito ha di fatto chiuso Homs, istituendo tre zone in città delimitate dai posti di blocco. I militari hanno poi chiesto ai manifestanti di abbandonare la piazza principale della città con un ultimatum scaduto alle 2.30 del mattino, ma diversi attivisti segnalano che verso le 2.15 sono iniziati i primi scontri a fuoco. La piazza si è rapidamente svuotata e i manifestanti si sono dispersi per le vie della città.

Le nuove proteste hanno seguito una dichiarazione del ministro dell’Interno della Siria, che ha bollato come «una insurrezione armata» le manifestazioni che da circa un mese vengono organizzate nelle principali città del paese. Poche ore prima di ritrovarsi in piazza, a Homs diverse migliaia di persone hanno partecipato ai funerali dei manifestanti uccisi in città nei giorni scorsi. Durante la cerimonia, hanno cantato inni contro Assad e chiesto le sue dimissioni.

Due giorni fa, Assad aveva promesso nuovamente di annullare lo stato di emergenza nel paese, governato con leggi speciali da una decina di anni, e di avviare una serie di riforme per rendere maggiormente democratico il sistema politico della Siria. In attesa di azioni concrete, i manifestanti hanno continuato a organizzare le loro proteste. Nelle ultime quattro settimane, dicono gli attivisti, i manifestanti uccisi sarebbero stati almeno 200: numero a cui va aggiunto un numero imprecisato di feriti, che spesso preferiscono non andare in ospedale per farsi curare perché temono di essere identificati.