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SILVIO OCCHIO CHE L’UDC TI FREGA SUL SISTEMA DI VOTO

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*Vicedirettore Finanza&Mercati. Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
Caro direttore, e cari lettori, come trenta monaci e il loro abate non possono far ragliare un asino contro la sua volontà, allo stesso modo il governo Prodi rinviato alle Camere non sarà più ciò che il premier e i suoi accoliti hanno tentato di spacciare per sette mesi. La fiducia al Senato sarà raccattata, ma stare appesi a un pelo dopo un così grave incidente è come essere ricoverati e dipendere da macchine extracorporee soggette a possibili black out. E all’incidente successivo ci sarà solo il triste commiato del premier che voleva cambiare faccia e princìpi all’Italia, e al contrario in sette mesi è riuscito solo ad ammazzarci di tasse.

Che la falla abbia incrinato affidabilità e durata della crociera, ieri al Senato scappava di bocca anche a navigati esponenti della maggioranza. Vedi un solidissimo diessino come Walter Vitali, che pur col rinvio alle Camere affermava che la pezza è destinata a non durare. Salvo poi dover rilasciare una dichiarazione in senso contrario dopo la tirata d’orecchie giuntagli per aver detto ciò che tutti i maggiorenti dell’Unione si limitano a sussurrare.

La vera ragione per cui questa crisi di governo è stata importante non è solo la messa a verbale della instabilità di governo di un’alleanza in cui la sinistra-sinistra conta assai più del centro-sinistra. È un’altra. È stata al centro di tutti i colloqui che le forze politiche hanno intrattenuto col Capo dello Stato. E tanto ha rilievo che essa è da ieri autorevolmente all’ordine del giorno della legislatura come “la” questione, senza la cui soluzione non si potrà tornare a votare: ce l’ha messa il Quirinale stesso, facendone esplicitamente cenno nella nota per motivare il rinvio alle Camere.

Le parole del Capo di Stato

La richiesta di andare immediatamente alle urne avanzata da Lega e Forza Italia, ha spiegato Napolitano, non è stata accolta non solo perché minoritaria. Ma soprattutto perché è apparso convergente l’orientamento che la legge elettorale attuale vada riformata prima, ha detto il Presidente della Repubblica: e se ha deciso di metterlo nero su bianco, pignolo com’è, significa che l’impegno è inderogabile, e rappresenta l’ostacolo vero a qualunque ipotesi di scioglimento del Parlamento, anche se Prodi dovesse ricadere, su Afghanistan, Tav o su qualunque altra cosa.

È più che comprensibile che nelle dichiarazioni ufficiali di Berlusconi e dei leader del centrodestra prevalgano i giusti toni di denuncia della soluzione di basso profilo di un governo zoppo. Ma oltre la propaganda e lo sdegno occorre che i vertici del Polo inizino a ragionare su come affrontare presto e al meglio il tema rappresentato dalla riforma elettorale. Marco Follini sa benissimo di non avere, da solo, alcuna chanche di imprimere al governo alcuna svolta «per un diverso centrosinistra», come ieri ha motivato la sua scelta di esprimere la fiducia a Prodi. Non facciamo torto all’intelligenza del tenace antiberlusconiano.

Follini ha bruciato tappe e ponti, tanto che il suo atterraggio nel centrosinistra è come la prigionia di un pilota paracadutatosi in territorio nemico perché hanno abbattuto il suo aereo. È stato lo stesso Pierferdinando Casini, ieri, a dargli del trasformista e del traditore. Ma attenzione: proprio l’Udc in questo round di consultazioni ha ottenuto assai più di quanto non sembri. Il passaggio istituzionale capace di accompagnare una maggioranza più ampia, necessaria a varare la riforma elettorale, è esattamente quella discontinuità che Casini ha in mente dacché ha deciso di considerare conclusa l’esperienza della Casa delle Libertà.

Che ci possa pensare il governo Prodi, a varare la riforma elettorale, sarà l’ambizione del premier e del ministro Vannino Chiti, ma al successo osta troppo il tono da muro contro muro riservato dal governo al centrodestra, a cominciare dalla scelta di prendere per sé tutti i vertici istituzionali della Repubblica dopo una vittoria elettorale tanto contenuta. Non so dire se sia fondata l’indiscrezione secondo la quale tanto Casini e la sua Udc si siano già riservatamente inoltrati coi vertici di Ds e Margherita da giungere a graduare le proprie presenze in aula tanto da abbassare il quorum di maggioranza previsto e non far cadere definitivamente Prodi, finché almeno dietro la sua agonia non si sia composto il quadro di un premier istituzionale e centrista al quale affidare lo schema di riforma elettorale.

Il piano di medio termine

Quel che so con relativa certezza, e su cui comunque mi sento di scommettere, è che D’Alema e Fassino, e probabilmente anche Rutelli, preferiscono attualmente puntare – il giorno in cui avranno deciso che Prodi è uno stracotto da sparecchiare – a una maggioranza istituzionale e a una riforma elettorale condivisa preferibilmente solo con l’Udc di Casini, e certamente non con la Forza Italia di Berlusconi. D’Alema non muoverà mai più un passo nella direzione di un’intesa esplicita col Cavaliere: gli è costato troppo caro il doppio scacco del governo Maccanico e della commissione bicamerale.

È questa la sfida vera che bisogna impostare in cantiere, e quanto più Berlusconi, Fini e Bossi saranno capaci di ragionare insieme sull’offerta da fare per un governo istituzionale e per uno schema condiviso di riforma elettorale, tanto più vicina sarà non solo la fine del governo Prodi, ma anche evitabile l’ipotesi che la sinistra metta il Professore da parte per celebrare una mera estensione al centro della propria formula, nel tentativo di disegnare una riforma elettorale volta a dar spazio a una “terza forza” che sarebbe l’addio a ogni bipolarismo.

I segnali sono tanti, in questa direzione. D’Alema nella sua intervista al Riformista ha rilanciato la riforma elettorale in salsa tedesca, giudicandola compatibile con un frazionamento politico non eccessivo, ma dimenticando che in Germania se ha funzionato così per decenni è stato grazie alla “Grundnorm” dettata dagli angloamericani, per la quale erano in sostanza al bando partiti sia fascisti sia comunisti. Ma il problema è che a partiti come Ds e Margherita, per ragioni diverse, potrebbe convenire una simile riforma elettorale “sinché almeno non si capisce davvero se la nascita di un comune Partito Democratico avvenga senza troppe uscite a sinistra dai Ds. Solo in quel caso An e FI hanno speranze di poter sostenere insieme una riforma elettorale bipolarista, con diritto di tribuna alle formazioni minori ma un bel saluto alla loro pretesa di essere decisive. Bipolarismo appeso a un filo

In caso contrario, la riforma potrebbe essere iperproporzionalista e far decadere il vincolo a governare insieme assunto davanti agli elettori nel nome di un premier comune. Attenzione infatti: quel 12° punto del diktat prodiano è fatto apposta, il giorno in cui il premier cadrà sotto il peso delle contraddizioni, per trascinare nella polvere il principio stesso che si debba indicare un premier come vincolo tra partiti alleati. È sempre più evidente che neocentristi e sinistra antagonista non ne possono più di considerare le proprie mani legate a Berlusconi, Prodi e a chiunque succeda domani come candidato premier. Si tornerebbe così a un’Italia dove chi sta al centro governa sempre, dimenticando che debito pubblico e clientelismo statalista ne sono stati i frutti pluridecennali dopo la fortunata stagione dei De Gasperi senza eredi.

È bene che il Cavaliere ci butti l’occhio e inizi seriamente a pensarci, a quale figura istituzionale per un governo di riforma elettorale possa interdire al meglio questa strategia e rilanciare le forze del centrodestra come interlocutrici obbligate di ogni ipotesi di riforma. Altrimenti sarà Casini a goderne più di tutti i vantaggi, appena esaurita la pagina di transizione che tra poco inizia con le sparate roboanti con cui Prodi si ripresenterà in Senato.