SIETE GIOVANI IMPRENDITORI, PICCHIATE DURO

1 Ottobre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Cari giovani imprenditori associati in Confindustria, perdonate la franchezza. Questa lettera aperta a voi rivolta mentre vi incontrate da oggi a Capri va per le spicce ponendovi un interrogativo. Si sa che i convegni pagano pegno alla grammatica dell’ufficialità e alla sintassi dell’opportunità. Dunque niente da dire, il programma caprese è politicamente correttissimo, tra l’attenzione rivolta al difficile binomio tra riforme e consenso, e il giusto tocco sociale dedicato al «governo dell’inclusione» con tanto di intervento di un esponente della Chiesa più orientato al dialogo sociale e internazionale come Vincenzo Paglia.

Però, fuori dai denti, lasciatevelo dire. Di politicamente corretto, quando si è ancora o si è costretti ancora a definirsi giovani, si può anche morire. Avete una Confindustria «senior» sulla testa, frutto brillante ma di una triplice emergenza. Di un’emergenza politica, perché l’associazione ha inteso scrollarsi di dosso bocciando come fallimentare l’agenda del predecessore di Luca di Montezemolo. Di un’emergenza industriale, perché l’elaborazione trimestrale dei bilanci delle imprese italiane offerta da R&S di Mediobanca è implacabile nel mettere a nudo le difficoltà complessive – con le debite eccezioni, s’intende – di aziende grandi e piccole che anche quando tornano al profitto contano su margini trascurabili, frenati da indebitamenti crescenti, e da strategie spesso alla ricerca di nicchie al riparo della concorrenza o di costose diversificazioni che spesso falliscono e quasi sempre allontanano dal core business.

Infine, c’è anche una terza emergenza, quella finanziaria: perché all’indebitamento crescente e al parallelo ruolo succedaneo e improprio delle banche la risposta non può darla il migliorato rapporto con l’Abi, ma un’energica svolta capace di premiare il capitale di rischio su quello di debito, appellandosi agli investitori istituzionali che pesano solo per un trascurabile 10 per cento della capitalizzazione di Borsa, e ai risparmiatori italiani che pesano invece per un quarto ma sono intirizziti e a sottoscrivervi obbligazioni non ci pensano proprio, dopo le fregature rifilate loro coi junk bonds Cirio, Parmalat, Giacomelli e compagnia.

In questa condizione, cari giovani imprenditori di Confindustria, l’apporto che potete dare caricando ancora di qualche aggettivo in più lo spirito del «fare squadra», ammettiamolo, è del tutto trascurabile. Né può davvero soddisfarvi la cortese ma piccata risposta che avete dato al problema recentemente sollevato da quell’autentico liberista in partibus infidelium che è Alessandro Penati, quando vi ha invitato a spezzare per primi l’asfissiante catena del controllo proprietario familiare, costruita intorno ai patti di sindacato in perenne crescita nella Borsa italiana, e al leverage finanziario con cui molti di voi continuano a tosare come i vostri padri il parco buoi dei piccoli azionisti.

Non si tratta di aspettarsi da voi un proclama contro le «scatole cinesi» da avviare a graduale delisting in tre anni da Piazza Affari – ammettiamolo, sarebbe troppo nei confronti dei vostri padri e dei banchieri da cui molti di voi vedono dipendere il futuro della propria azienda – però è certo che qualche strappo forse vi converrebbe farlo. Converrebbe a voi. Ai vostri padri prima che ai vostri figli. E sicuramente converrebbe al paese.

Non ci riferiamo alle condizioni «macro» per far riprendere l’asfittica competitività italiana. Su quella materia, Confindustria negli ultimi anni ha accumulato moltissime analisi e proposte. Né si tratta di reimmergersi nei classici dello «spirito animale» imprenditoriale – che pure fa bene rileggere, si tratti di Simmel e Schumpeter o dei più recenti Kirzner, Casson o Swedberg. Né – per carità – di ammannirci l’ennesima revisione della troppo copiosa letteratura sui distretti, animata dai vari Becattini, Bagnasco e Fuà che forse per troppi anni, avete invitato ai vostri convegni.

Si tratta di affrontare per le corna e fuori dalla «correttezza» che devono avere i senior – sì, soprattutto fuori dalla «correttezza politica» – temi che vi riguardano più direttamente, come generazione chiamata a raccogliere il testimone. Fregatevene dell’oggi, se Berlusconi sia più o meno declinante, se convenga tenersi buona e quanto la prossima – non troppo nuova – sinistra.

Ma veramente voi siete convinti che il «ceto medio maturo» – voi e i vostri migliori dipendenti – debba essere rassegnato a continuare a metter mano al portafogli per pagare più oggi quel che resta l’eterna promessa del meglio domani, come ieri scriveva pensoso sul quotidiano della Fiat Mario Deaglio? Potrete non fare delle vostre aziende delle public company, ma avete il dovere di occuparvi più di altri dei public goods. E allora coprite d’improperi chi rialza le tasse se è di destra, e fate altrettanto fuori dai denti contro chi a sinistra celebra l’inevitabilità degli alti prelievi per non cambiar nulla del settore pubblico: e non parliamo poi di chi rilancia la patrimoniale.

Quanto all’oggi dell’industria in Italia, se non le organizzate voi – dieci conferenze dieci in cui brutalmente chiamare a rapporto destra e sinistra intorno alle scelte da far compiere a quel po’ che resta di grande e di buono nell’impresa italiana – Finmeccanica nella difesa, Eni ed Enel nell’energia, le municipalizzate per risolvere il problema dell’italianità di Edison, Alitalia e il trasporto aereo, Ferrovie e il loro mancato risanamento altro che balle – se non ci pensate voi, a fare un po’ di scalmana per la riforma del risparmio bloccata da un anno e lasciata alla mercé delle banche che al di là di tutto troppo amiche non vi saranno mai perché non «possono» e non lo «devono» essere;

se non dite bello chiaro che in caso contrario la delocalizzazione all’estero delle vostre imprese per voi non è una sconfitta di cui vergognarsi, ma l’unica strategia che orgogliosamente percorrerete e sarà di politici e sindacalisti la colpa; insomma se non diventate più abrasivi e taglienti ora che siamo di nuovo nel mezzo di una transizione senza certezze, ci dite per favore chi vi aspettate che lo faccia in vostra vece?

Se non hai un vantaggio competitivo non competere, diceva Jack Welch. Per molti di voi cui la generazione di cattivi padri l’ha eroso, ricrearlo è un obbligo. A costo di molte polemiche, di rotture di alleanze e sinergie. Piantatela lì di leggere Repubblica e il Corriere, fremete per qualche giorno su testi sanguigni come The dogs of capitalism di Mitchell Jones o In defense of the corporation di Robert Hessen, e impugnate la spada tagliente della polemica senza di cui l’impresa libera, in Italia, continuerà a essere vessata tanto dalla destra, che dalla sinistra.

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