SIAMO IN FASE
DI CORREZIONE
(AL RIALZO)

19 Gennaio 2007, di Redazione Wall Street Italia

*Questo documento e’ stato preparato da Alessandro Fugnoli, strategist di Abaxbank ed e’ rivolto esclusivamente ad investitori istituzionali ovvero ad operatori qualificati, così come definiti nell’art. 31 del Regolamento Consob n° 11522 del 1° luglio 1998 e successive modifiche ed integrazioni. Le analisi qui pubblicate non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

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(WSI) –
Non c’è nulla di più noioso, in questo periodo, che leggere gli elenchi di quello che potrebbe andare male in un futuro prossimo che altrimenti si presenta, in tutta evidenza, radioso e perfetto. Sono elenchi da disclaimer, sembrano scritti più dall’ufficio legale che da economisti o strategist.

Il petrolio potrebbe risalire, si dice, il dollaro potrebbe bruscamente deprezzarsi, la crisi dell’immobiliare potrebbe aggravarsi, la Cina potrebbe andare in deflazione, la questione iraniana potrebbe riaprirsi, la crescita dei profitti potrebbe rallentare, quest’estate potremmo rivedere gli uragani, un atto terroristico drammatico potrebbe essere compiuto in qualsiasi momento, una pandemia potrebbe produrre danni umani ed economici incalcolabili, eccetera.

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C’è un che di polveroso, burocratico e pigro in questi elenchi, anche perché il petrolio sta scendendo, il dollaro appare tranquillo, l’immobiliare sarà anche in crisi ma intanto nel Regno Unito i prezzi delle case continuano a salire furiosamente (e a Manhattan hanno ripreso a crescere, mentre dove scendono si fa fatica ad accorgersene), la Cina sta benissimo, l’Iran costruisce le sue bombe serenamente operoso (e circondato dall’affetto di cinesi, russi ed europei), i profitti crescono come previsto, el Nino ci toglie di mezzo gli uragani e ci regala un inverno caldissimo, al Qaeda trova più utile logorare l’America in Irak che organizzare attentati in Occidente, le pandemie aspettano tempi migliori.

Insomma, non c’è una nuvola a cercarla. Il cielo è sereno a perdita d’occhio, fino alle montagne. Inutile negarlo.

E’ semmai di quello che potrebbe essere in preparazione dietro le montagne che bisogna stilare elenchi di avvertenze.

1) La campagna per la Casa Bianca potrebbe essere così aspra da indurre un candidato democratico a sbilanciarsi pesantemente in favore di un ritiro totale dall’Irak (idea tanto più allettante quanto più impopolare diventa la guerra), al punto da doverlo realizzare sul serio in caso di vittoria. Come conseguenza del ritiro il conflitto, se non sanato in tempo nei prossimi mesi, potrebbe coinvolgere l’Arabia Saudita e l’Iran, mentre Al Qaeda avrebbe tutto lo spazio che vuole. A quel punto l’Arabia Saudita potrebbe forzare al rialzo la produzione di greggio per mettere in ginocchio l’Iran, ma l’Iran e il Venezuela suo alleato risponderebbero forzando anche la loro produzione per finanziare conflitto e consenso. Sulla carta il greggio potrebbe scendere, ma il premio al rischio di tutto (incluso il greggio) schizzerebbe verso l’alto. Quanto alla volatilità, potete immaginarla da soli.

2) Dopo el Nino del 2006/2007 e la Nina del 2007/2008, dal 2008/2009 dovremmo tornare ad avere inverni freddi, estati calde e uragani a volontà.

3) Dopo le Olimpiadi dell’estate 2008, la Cina potrebbe essere colpita dalla sindrome post-olimpica che colpì il Canada nel 1976 o la Grecia nel 2004. Un brusco calo degli investimenti in infrastrutture, unito alla quasi saturazione di autostrade, dighe, aeroporti, centri commerciali – oggi già visibile – potrebbe portare a un rallentamento, non necessariamente drammatico ma comunque avvertibile.

4) Un rallentamento della crescita globale potrebbe portare a un aumento della domanda di protezionismo, finora tenuta a bada dalla forte espansione di questi anni. Una Casa Bianca democratica farebbe fatica a contenere le pressioni del Congresso in tale direzione.

5) Stephen Roach, che dal 2001 cerca invano nuvole nere nel cielo sereno, ne ha forse trovata una meritevole di attenzione. Dopo anni di crescita dei profitti e di salari stagnanti, il pendolo ha iniziato in tutto il mondo (perfino in Cina) a invertire la direzione di marcia. Non, dice acutamente Roach, nella forma tradizionale di un recupero sindacale di forza contrattuale e potere d’acquisto (strada preclusa dalla globalizzazione), bensì per via elettorale e politica, attraverso un aumento della pressione fiscale sui profitti, le rendite e i redditi medio-alti. Questo processo è solo all’inizio, ma prenderà gradualmente velocità.

6) Alla ripresa della lotta di classe, data prematuramente per morta, si affianca in modo sempre più evidente la ripresa di ideologie radicali e socialisteggianti in aree come l’America Latina. Il ripudio del debito è trendy (c’è un team di consulenti argentini che gira il continente per offrire consulenza su come fare default e vivere felici), le nazionalizzazioni sono incessanti. L’asse Cuba-Venezuela-Ecuador-Bolivia-Iran (con il Messico che ha evitato per un soffio di entrarci) produce più petrolio di quanto ne produceva l’Unione Sovietica (che non lo usò mai come arma).

7) Il bull market azionario, fino ad oggi mantenutosi in limiti di assoluta ragionevolezza, potrebbe a un certo punto decidere di librarsi troppo audacemente nel magico regno dell’espansione dei multipli, oggi sulla bocca di tutti, rendendosi via via più vulnerabile e diventando esso stesso, a un certo punto, fattore di rischio sistemico.

Questo elenco (facciamo un disclaimer sul disclaimer) è solamente esemplificativo e non è in nessun modo lo scenario di base da cui partiamo. E’ però possibile, come sono possibili altri scenari negativi in universi paralleli sol che si voglia provare a pensarci con un minimo di fantasia. Serve poi a ricordare che il fatto che non ci sia una nuvola all’orizzonte non significa che non pioverà mai più. L’economia mondiale e i mercati, docili e mansueti in questi anni che un giorno ricorderemo con nostalgia, potranno un giorno diventare meno governabili.

Scritto il disclaimer, torniamo allo scenario di base, che resta ancora strutturalmente benevolo anche per la fase che va dalla fine del 2008 in avanti (con però una probabilità di correzioni importanti molto superiore a quella dei prossimi 16-20 mesi).

In primo luogo, sulle questioni geopolitiche, è probabile che una Casa Bianca democratica mantenga una presenza militare in Irak, sia pure ridimensionata. Quanto alla radicalizzazione dell’America Latina, è inverosimile che coinvolga il Brasile, che è sempre restato estraneo alle sirene del castrismo.

Sul riequilibrio per via politica tra capitale e lavoro notiamo che tasse più alte sulle persone fanno meno male ai mercati di una riduzione dei margini delle imprese per via sindacale in stile anni Settanta. Quello che si rischia però di dimenticare (lo dimentica perfino Roach, troppo affezionato alla sua idea dell’arbitraggio globale dei salari) è che può comunque crearsi una situazione da anni Sessanta, ovvero un oggettivo aumento di potere contrattuale del lavoro dovuto al raggiungimento del pieno impiego. Ci sarà anche la Cina, ma l’arbitraggio non è perfetto se la Ig Metall chiede per il 2007 aumenti del 6.5 per cento e se i salari in America (se si includono i bonus) hanno un andamento sempre più brillante. Attenzione, comunque, non tutti gli anni Sessanta finiscono nei Settanta (e nei Sessanta, per di più, le borse continuarono a salire).

Quanto alla Cina, un gruppo dirigente formatosi sulla pianificazione sovietica saprà ben trovare, dopo le Olimpiadi, qualche stimolo si crescita per un’economia che risponde ancora molto bene alle misure amministrative. E sul protezionismo, che una crescita globale decente potrà ancora tenere a bada, la simbiosi tra Cina e America è troppo utile a entrambi per essere sacrificata sull’altare del populismo e dell’ideologia.

Questi problemi riguardano in ogni caso il dopodomani. Da qui all’estate del 2008 bisognerà invece sfruttare al massimo il momento propizio. Questo non significa abbandonare ogni selettività e comprare a leva qualsiasi cosa (e quanto è più rischiosa meglio è). Un solo esempio. Su molte operazioni di carry (ad esempio su valute locali emergenti) sarà meglio essere più prudenti dell’anno scorso e limitarsi ad agire opportunisticamente nei momenti di avversione al rischio. Molti paesi (Turchia, Brasile, Ungheria) hanno stretto l’estate scorsa dopo la crisi di fiducia e in questo modo hanno riportato il cambio sui massimi. Ora le valute sono care e i tassi stanno per essere abbassati, per cui è meglio uscire che entrare.

Posizioni particolarmente aggressive sulle Borse potranno essere ripristinate più avanti nell’anno. Per l’immediato, tuttavia, è preferibile mantenersi neutrali e vendere in più una buona quantità di put come yield enhancement ed eventuale ingresso a prezzi più bassi. E’ in corso infatti una corrrezione al rialzo (un ossimoro che abbiamo creato sul modello della growth recession, la recessione con segno positivo).

Che siamo in correzione lo si capisce dal fatto che eventi molto positivi sopraggiunti nelle ultime settimane, come il petrolio a 50 dollari, vengono festeggiati con rialzi molto più modesti di quello che meriterebbero. Questa correzione sui generis è più che dovuta, dopo una galoppata di cinque mesi, e si prolungherà ancora per qualche settimana. La fine della correzione, tuttavia, potrebbe coincidere con un recupero del petrolio (ci sembra difficile che scenda ancora) e con una modesta e temporanea battuta d’arresto dell’economia europea, per cui il bull market azionario, nel primo trimestre, potrebbe continuare ad andare al trotto, non al galoppo.

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