Si infiammano le strade di Yemen, Gaza e Giordania

3 Febbraio 2011, di Redazione Wall Street Italia

Mentre a piazza Tahir al Cairo oggi scoppiava l’inferno, centinaia di manifestanti filo-Hamas – il gruppo militante islamico palestinese – sono scesi nelle strade di Gaza per offrire a gran voce il loro sostegno agli egiziani che chiedono le dimissioni del presidente egiziano Hosni Mubarak.

Si tratta della prima dimostrazione di questo tipo tenuta a Gaza da quando la scorsa settimana i manifestanti anti-governo egiziani hanno inziato una rivolta contro il regime autoritaro di Mubarak. Ad aver organizzato la manifestazione sono stati gli studenti, con Hamas che per ora preferisce mantenere un profilo basso in merito alle rivolte che hanno infiammato il paese confinante e in cui hanno perso la vita circa 300 persone.

In Yemen evidentemente la decisione del presidente Ali Abdullah Saleh di non ricandidarsi non e’ stata sufficiente a calmare gli animi della popolazione, che lamenta uno stato di poverta’ dovuto al carovita e la corruzione dei politici al potere. Decine di migliaia di persone sono scese nelle strade di Sana’a e di altre citta’ del paese – tra cui Ibb e Taiz – per protestare contro il governo.

A organizzare le dimostrazioni e’ stata la coalizione dell’opposizione. Rimane cosi’ inascoltato l’appello del presidente che aveva chiesto di congelare qualsiasi protesta pianificata, oltre ai vari rally e sit-in.

Circa 20.000 manifestanti, per lo piu’ giovani ragazzi, hanno occupato le strade principali che circondano l’area universitaria di San’a, in quelle che si possono considerare le maggiori proteste anti-governo da quando Saleh e’ salito al potere 32 anni fa.

Anche in Giordania la situazione e’ quanto mai critica. Il re Abdullah ha appena festeggiato il suo 49esimo compleanno e il 7 febbraio celebrera’ i 12 anni di regno. Entrambi gli anniversari non potevano cadere in un momento meno propizio, con le proteste della gente – stanca anche qui di poverta’ e inflazione – che si stanno propagando in tutta la regione araba.

Con il presidente tunisino gia’ cacciato e quello egiziano che sembra presto destinato a fare la stessa fine, molti osservatori internazionali si chiedono chi sara’ il prossimo. La febbre rivoluzionaria potrebbe presto contagiare la Giordania, dove la monarchia al potere riscuote un basso consenso.

Da ormai diverse settimane si segnalano manifestazioni nel fine settimana, con le proteste che vengono costantemente accompagnate da canti che richiamano agli eventi di Tunisia ed Egitto. Ormai sono diventate parte della vita quotidiana. I manifestanti hanno gia’ ottenuto un grande risultato, parte di quello che volevano: lo smaltimento del governo del Re, guidato da Samir al-Rifai — un tecnocrate di ricca famiglia che ha studiato ad Harvard. Ora al comando del gabinetto e’ tornato Marouf al-Bakhit, un funzionario dell’esercito che ha gia’ occupato il posto di primo ministro per due anni.

La monarchia Hashemita (ovvero discendente della famiglia di Maometto) ora dovra’ superare una sfida straordinaria. E per gli Stati Uniti le sorti della Giordania sono cruciali almeno quanto quelle di Egitto e Arabia Saudita. Il regno giordano e’ infatti l’altro alleato chiave di Israele (insieme all’Egitto) nella calda regione mediorientale e rimane il principale fautore di una soluzione pacifica che prevede la coesistenza di due stati. Inoltre Amman ha in passato appoggiato ciecamente le iniziative americane.