Si aggrava la crisi al “Sole 24 Ore”. Durissima lettera contro Riotta: “giornale distrutto”

14 Luglio 2010, di Redazione Wall Street Italia

Pubblichiamo di seguito la lettera di dimissioni dal CdR del Sole 24 Ore di Nicola Borzi, che attacca duramente il direttore del quotidiano di Confindustria, Gianni Riotta.

“Cari colleghi, come mi ha ricordato qualcuno su Twitter solo poche ore fa, si sono create le condizioni per dover scegliere. Scegliere tra conservare la mia dignità professionale e la stima di me stesso o subire una sorta di processo staliniano, che già si va organizzando nella giornata di domani (in modo sotterraneo, convocando solo alcuni fiduciari e non altri) da parte di taluni fiduciari di redazione, per avere espresso le mie opinioni. Opinioni espresse in modo irrituale? Può essere. Ma, così come il direttore in passato ha usato Twitter per farci sapere che il “Financial Times” talvolta è migliore del Sole, io credo di aver diritto a usare Twitter per dire che certe rubriche del Sole non mi paiono centrate. Perché se esiste ancora una libertà che dobbiamo tutelare, è quella ad avere delle opinioni e a poterle esprimere LIBERAMENTE.

Opinioni, a ogni buon conto, che io ho espresso al primo dei non eletti, che ha accettato. viso aperto, a tutta la redazione, pubblicamente e – vivaddio! – con la massima trasparenza! Non nel chiacchiericcio di un corridoio, non nel contraddittorio con pochi selezionati amici, non tra orecchie fidate. Altrimenti saremmo costretti a vivere come i Geheimnistraeger di un film che mi è piaciuto molto, “Le vite degli altri”. Magari a qualcuno piacerebbe anche, che vivessimo con le orecchie basse, la schiena piegata e il paraocchi. A me no! Etsi omnes, ego non!

Sono certo – perché me l’hanno confermato personalmente anche poche ore fa – che i colleghi del Comitato di Redazione condividono se non la forma, di certo ma la sostanza di quanto io ho espresso in merito al problema dei contenuti e del “new journalism” che sta prendendo piede. Un “new journalism” che consiste nel prendere un articolo del Washington Post, tradurlo (senza citarlo), tagliare qualche riga dove si parla delle sanzioni subite da un generale per le opinioni espresse in modo troppo rude, prendere queste opinioni (da Wikiquote, senza citare la fonte) e poi firmare il tutto e sbatterlo non solo sul nostro sito, ma anche – dopo – sul quotdiano. Un lavoro che a casa mia, in altri tempi, si sarebbe potuto definire “farsi inviato con le piume altrui”.

Allo stesso modo so che moltissimi colleghi condividono le mie posizioni, avendomene dato atto per email, de visu, per telefono.

D’altronde non potrebbe essere altrimenti. In un giornale in cui il direttore è arrivato ad attaccare il Comitato di Redazione affermando che “in passato questa redazione ha promosso la censura” e si ricrede solo quando il sottoscritto gli ricorda che “in passato” lui non c’era (dunque parla di cose che non conosce) e che, oltretutto, se c’è stata censura in passato la redazione al massimo l’avrebbe subita, MAI promossa;

in un giornale in cui il CdR è stato bastonato pubblicamente dai vertici per aver “osato” pubblicare un comunicato critico sul modo in cui si era dato conto ai lettori delle vicende che hanno portato alle dimissioni del ministro Scajola;

in un giornale in cui chi ha la responsabilità di organizzare la redazione, cioé il direttore, comunica al CdR, dopo 15 mesi dal suo insediamento, di “non avere alcuna idea” su come riorganizzare il giornale alla luce dei previsti prepensionamenti di 31 colleghi, noti da parecchi mesi;

in un giornale in cui sempre il direttore sostiene davanti al Comitato di Redazione che non sono i contatti attuali del sito internet a essere in calo, ma sono quelli del passato a “essere stati gonfiati dalla presenza di due bug che moltiplicavano i click su alcune sezione del portale” (affermazione che attende ancora di essere dimostrata e che, se vera, configurerebbe svariate ipotesi non proprio edificanti nei confronti, ad esempio, degli inserzionisti pubblicitari);

in un giornale in cui non pare esservi alcuna responsabilità per il calo delle copie in corso in capo a chi dà, etimologicamente, la direzione, mentre pare che la panacea a tutti i nostri mali dovrebbe stare nel “progetto tabloid”, progetto che è stato rinviato sine die dal Consiglio di Amministrazione;

ebbene, in un giornale in cui si predica ogni giorno la cultura della responsabilità e poi la si disapplica proprio da chi dovrebbe darne l’esempio, credo sia venuto il momento di dare un segnale forte.

Questo giornale sta cambiando: è una chimera, è uno di quegli animali mitologici che fondono membra di esseri diversi, è un ircocervo che va perdendo la sua identità di giornale specializzato nell’economia, la finanza, le norme, la cultura e la politica senza aver assunto alcuna identità definita di giornale generalista e senza averne davvero la possibilità (visto lo stato di crisi).

Il giornale viene smantellato sotto i nostri occhi. Abbiamo uno straordinario problema di contenuti, che scompaiono (come i fatti) dalle nostre pagine quando sono sgraditi ai poteri forti, per essere sostituiti da opinioni, da interpretazioni, da tutto quanto non pare essere comunque di interesse dei nostri lettori. Non a caso è stato perso per strada, negli ultimi tempi, un sesto della diffusione certificata dall’azienda.

Sinceramente, non c’è alcuna ragione al mondo per la quale io ritenga di dover abbandonare i miei principi di libertà interiore.

Altrettanto sinceramente, non c’è motivo perché gli altri tre componenti del comitato di redazione, che non avevo messo preventivamente a conoscenza delle mie lettere alla redazione (così come non conoscono questa), debbano salire sul banco degli imputati insieme a me. Non c’è motivo per costringere a un auto da fé coloro che non hanno avuto alcuna responsabilità.

Credete che questo giornale sia ben fatto? Credete che questa formula editoriale sia “vincente”? Bene, ne prendo atto. I lettori non paiono essere dello stesso parere: questo è un fatto, come le cifre sulla nostra diffusione. Ma i fatti ormai stanno scomparendo dai giornali, dalla discussione dei giornalisti, come ha ricordato recentemente Marco Travaglio in un bel libro.

Io no. Etsi omnes, ego non. Io non accetto di cancellare le mie idee per osannare il conducator di turno. Non accetto, come è stato chiesto al CdR dal direttore, di “aiutare a vendere le mie idee alla redazione”. Io non sarò il piazzista delle idee di nessuno, nemmeno del direttore. Solo delle mie.

Sulla verità di quanto ho scritto nelle righe che precedono potete chiedere conto ai componenti del CdR che hanno partecipato insieme a me a tutti gli incontri col direttore.

Quindi, cari colleghi, accontenterò tutti coloro che ritengono che un membro del comitato di redazione non possa avere opinioni sul giornale in cui lavora, sul modo in cui è fatto e, semmai le avesse, non debba esprimerle pubblicamente.

Ai componenti, agli amici del CdR auguro di continuare a lavorare al meglio per il bene di questo giornale che amo. Chiedo al CdR di convocare al più presto un’assemblea per discutere la questione dei contenuti, di come questo giornale sta venendo prodotto, dei riflessi che questo modo di produzione stanno avendo sulla nostra diffusione e sulle prospettive della crisi nella quale ci stiamo avvitando.

Accettate le mie dimissioni dal Comitato di Redazione. Ne sarà beneficiato il primo dei non eletti. Cui auguro di avere maggior fortuna, ma al quale chiederò di avere uguale dignità e schiena diritta: etsi omnes, ego non.

Buon lavoro”