SI ACCORGONO ORA CHE FAN SCHIFO

6 Gennaio 2007, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
Ma quale centrodestra, quale centrosinistra. Ma quale Prodi, quale Berlusconi. Lo schifo d’Italia prescinde da tutto e prevale su tutto. Chi si appella alle ideologie, agli ideali o anche solo alle idee o è in malafede o è un idiota. Lo capirete leggendo questo articolo amaro e sfiduciato.

Chi fa il nostro mestiere è consapevole da tempo: le inchieste è meglio evitare di scriverle. Altrimenti corre due rischi: una montagna di grane, e questo è il minore dei mali, e pesanti accuse di qualunquismo, di sfascismo. Se però a denunciare il Policlinico di Roma, il più grande del Paese, è un giornale di sinistra doc ovvero L’Espresso, allora se pò fa’. E scatta lo sdegno nazionale, incrementato dall’annuncio (da parte del governo) di severi provvedimenti contro i responsabili eccetera eccetera. Non vogliamo ridurre i meriti dell’inviato del settimanale, Fabrizio Gatti, ci mancherebbe. Lui è stato bravo, ha trascorso un mese nell’ospedale spacciandosi per addetto alla manutenzione (e nessuno si è accorto che era un “intrufolino” della stampa) e ha documentato con parole e foto gli orrori visti. Il problema è un altro.

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Come mai quegli orrori sotto gli occhi di tutti (ricoverati, famigliari, medici, sindacati) da decenni erano passati inosservati? Il vero scandalo è questo. Che ci sia voluto un giornalista intraprendente a svegliare i cani che dormivano. Dormivano da sempre, sotto qualsiasi governo di qualsiasi colore. Segno che il cancro è profondo. La situazione è marcita per menefreghismo, campa tu che campo anch’io.

Quante volte sono stati pubblicati articoli (non inchieste) sulla malasanità? Migliaia. Al punto che se il lettore, in un titolo, si imbatte nel termine malasanità, volge lo sguardo altrove, per stanchezza, noia. Due o tre anni orsono a Roma ho partecipato a un dibattito sul tema “sanità pubblica e privata, possibile una collaborazione?” (o qualcosa del genere). C’era Rosi Bindi, già ministro (discusso) della Salute. Lei è persona gentile e corretta, ma non c’era verso di farle capire che le strutture dello Stato o della Regione (chi ci capisce?) spendono l’iradiddio con risultati pessimi, da terzomondo. Alle mie puntualizzazioni, la Bindi scuoteva la testa. E sosteneva il contrario.

Questo significa non essere mai entrato (o esserci entrato bendato) in un ospedale specialmente del centro-sud. La cosa spaventosa è che gli ospedali pubblici incassano dalle mutue, solo per il servizio cosiddetto alberghiero, le stesse tariffe (anzi, maggiorate) che incamerano le cliniche private, dove il livello mediamente è più elevato. In Italia la sanità popolare (se così è lecito definirla) è un tabù. Non si tocca. Vietato criticare. Vietato metterne in dubbio l’efficienza.

Quello del Policlinico romano è probabilmente un caso limite, una cloaca a cielo aperto. Un caso limite ma non isolato. Laddove amministrano funzionari statali o parastatali, dirigenti nominati per via politica, il disordine e il pressapochismo sono garantiti. Nonostante i costi pazzeschi. Ovvio. Certi funzionari (quasi tutti) raccomandati non hanno alcuna competenza specifica. Stanno lì. Scaldano la sedia. Hanno buoni stipendi. Forse (sottolineo forse) sugli acquisti ci marciano. Se ne sbattono se il personale si gratta la pancia. Gli appalti per le pulizie e per il vettovagliamento vanno non dico agli amici degli amici, ma qualcosa di simile; sicché rendono parecchio alle aziende fornitrici e fanno vomitare i degenti.

Sulla qualità dei medici, sulla loro preparazione, sulla loro professionalità il discorso è diverso. Di norma dottori e infermieri si impegnano, gente seria; ma se intorno a loro (come accade negli eserciti) la sussistenza è affidata a marescialli ladri e fannulloni, hanno voglia i camici bianchi a darsi da fare.

Nel complesso, lo schifo è padrone. L’ho personalmente sperimentato, e ne ho già riferito su Libero. L’estate scorsa quasi quasi vado all’altro mondo. Era agosto. Mi ricoverano in un ospedale pubblico dall’aspetto un po’ decrepito. Con mio grande stupore tutto funziona a meraviglia. I medici e gli infermieri sono solerti. Premurosi e cortesi. E, quel che più conta, mi guariscono. Ma, vi assicuro, una disorganizzazione in cui c’era qualcosa dei film di Ridolini. Terapie, perfette, d’accordo. Un primario sveglio e provetto, somigliante a quelli delle fiction americane, non sbagliava un colpo. Però se si trattava di farmi una flebo era un casino. Mancavano persino le piantane cui appendere le ampolle. Già, il signor direttore amministrativo era al mare a mostrar le chiappe chiare; e anche se fosse stato presente, ciao, prima di procedere all’acquisto di un ago avrebbe preteso mille timbri e tremila visti.

Occorre sapere che negli ospedali, ogni direttore o primario o come diavolo preferite chiamarlo è responsabile del suo reparto e basta; se i servizi in comune gridano vendetta, lui non può farci nulla. Ne subisce le disastrose conseguenze. Non ha voce in capitolo.

Capito l’antifona? Inutile avere classi medica e infermieristica di alto profilo e poi non metterle in condizioni di lavorare in modo adeguato. Meglio andare in una clinica. Creperai lo stesso, ma almeno non soffocato dai cattivi odori, non ucciso dai microbi che in corsia imperversano come macchine sull’autostrada. Altro che ticket al Pronto soccorso. I primi soldi guadagnati sono quelli risparmiati. O meglio, ben spesi. Negli ospedali pubblici (non tutti per fortuna) la quantità del personale è sterminata. Al Policlinico di Roma l’amministrazione ignora a quanti dipendenti versi lo stipendio. Soldi a tutti. Lazzaroni. Nullafacenti. Poltroni. Cerchi di licenziarne uno? Ti saltano addosso i sindacati e sei rovinato.

I sindacati se ne fottono degli assistiti, degli utenti, dei clienti; badano soltanto a non perdere la tessera di un pirla qualsiasi. L’articolo diciotto che fine ha fatto? Campa cavallo. Lo dicevo all’inizio. Destra o sinistra, pari son. I bilanci della regione Lazio sono calamità. L’Espresso accenna a un buco di dieci miliardi di euro rifilato da Storace al suo successore, Marrazzo. Esatte o no siano le cifre, di sicuro è voragine cui l’attuale presidente sta tentando di rimediare. In parte c’è riuscito. Ma dieci miliardi sono una Finanziaria coi fiocchi. Se non si aggiustano i numeri la baracca crolla.

Ma chi ha i mezzi per aggiustarli? Ovvio. Interverrà lo Stato. Ossia noi. E giù tasse. Ora è chiaro a cosa serviranno i quattrini raggranellati in più del necessario da Prodi, Padoa-Schioppa e Visco. Per tappare le falle di una sanità laziale da spaventare i morti. Attenzione. Siamo certi che solo il Lazio sia conciato così o ci sono altre regioni sull’orlo del precipizio? Abbiamo una brutta sensazione.

Ci auguriamo di essere smentiti. La ministra Turco – della quale non condividiamo una sola opinione politica – è tuttavia una donna con le palle e ci aspettiamo da lei un giro di vite. Chi sgarra deve andare a casa, altro che articolo diciotto difeso dai tribuni contestati perfino a Mirafiori dai comunisti più sfegatati. Il lassismo degli enti pubblici si riflette sugli ospedali pubblici. Non va, non può andare. O si bastonano i mascalzoni o ne saremo bastonati a sangue.

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