Senza unione bancaria, soluzione Cipro in Italia

4 Luglio 2013, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – Con il mancato accordo sull’unione bancaria e i paletti molto stretti imposti sulla ricapitalizzazione diretta delle banche, l’Eurozona – Italia e Spagna in primis – rischia di subire conseguenze più gravi del previsto, dal punto di vista della tenuta economico-sociale.

Il tetto a disposizione del fondo salva stati ESM (60 miliardi di euro) viene considerato troppo basso e non è stato affatto spezzato il ciclo vizioso tra debito sovrano e banche, che era l’obiettivo che il Consiglio d’Europa si era posto in gran silenzio all’ultima riunione di fine giugno, in Lussemburgo.

Questa l’opinione di commentatori ed economisti. Per il modo in cui è stato strutturato il meccanismo di stabilità, i ministri delle Finanze del blocco a 27 avranno un incentivo a utilizzare il fondo d’emergenza soltanto in situazioni disperate. Secondo l’editorialista del ‘Financial Times’ Wolfgang Munchau quei 60 miliardi non verranno mai impiegati. E le perdite potenziali del sistema bancario sono così ingenti, che difficilmente quella cifra farebbe comunque la differenza.

A questo punto gli istituti italiani, in particolare quelli minori, rischiano. Non tanto per la mancanza di liquidità, quanto piuttosto per una potenziale crisi di fiducia.

“Cosa succederebbe nel caso di un mancata ricapitalizzazione?”, si è chiesto l’economista Giacomo Vaciago in un’intervista concessa a Wall Street Italia. Non essendo previsto un piano salva banche uniformato nell’area euro, “cosa farà il Tesoro Italiano?”. L’impressione è che “si ripresenterebbe una situazione tipo-Cipro, con rischi di contagio”.

Concorda anche l’economista e scrittrice Loretta Napoleoni, secondo cui “la prospettiva è proprio quella di una soluzione alla Cipro”. Sprofondato in piena crisi quest’anno, per recuperare soldi il governo di Nicosia ha imposto un prelievo forzoso del 37,5% sui conti sopra 100 mila euro. Scatenando corse agli sportelli e una fuga di capitali del correntisti più benestanti, un fenomeno di cui paga le conseguenze ancora oggi.

Una crisi di fiducia nei confronti delle banche rappresenterebbe un pericolo enorme per la tenuta dell’area euro. Nel settore del credito un circolo vizioso è in atto. Durante la crisi del debito scoppiata in Europa a fine 2009, le banche spagnole e italiane hanno riempito le casse di titoli pubblici nazionali, diventando gli acquirenti di ultima spiaggia del debito sovrano di casa. Questo significa che il rischio e le passività hanno in un modo o nell’altro messo le radici in Spagna e in Italia.

A costituire fonte di incertezza per la stabilità del sistema finanziario sono i mutui e i Btp che compongono gli attivi bancari. “In quest’ottica, la disoccupazione ai massimi storici e le tensioni sul debito sovrano potrebbero costituire una minaccia”, avverte Vincenzo Longo di IG Markets.

Il pericolo, in particolare per Roma, non è tanto costituito dalla mancanza di liquidità, di cui alcune banche nostrane sono patologicamente a corto, quanto piuttosto da una crisi di fiducia.

L’analista sottolinea che se da un lato “gli istituti più grandi non dovrebbero avere grossi rischi di ritrovarsi a corto di liquidità, dato che possono attingerla da varie fonti (azionario, obbligazionario, Bce), qualche timore in più potrebbe arrivare da qualche banca minore“. Ma sono rischi molto limitati, che potrebbero vedere l’ingresso della Cassa di Depositi e Prestiti nel capitale della banca in oggetto.

La decisione dell’Ecofin di stabilire i criteri specifici di ripartizione delle perdite esclude che vengano messi a rischio i fondi sui conti correnti al di sotto dei 100.000 euro. A partecipare alle perdite saranno in primis gli azionisti, seguiti dagli obbligazionisti e infine dai depositanti sopra questa soglia.

Tuttavia i piccoli risparmiatori non dovrebbero esultare troppo presto. I ricercatori del gruppo Corporate Europe Observatory sono convinti che tale progetto non debba essere visto come un antidoto ai costosi piani di aiuto che attingono dalle casse statali e puniscono a suon di rigore i contribuenti ‘innocenti’, minacciando peraltro la tenuta sociale.

Quei programmi dolorosi studiati in nome dal rigore e caratterizzati da tagli alle spese e aumento della pressione fiscale non spariranno.