SENZA BERLUSCA,
FORZA ITALIA
VALE IL 15%

21 Gennaio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Chissà se avverrà per sopraggiunti limiti d’età, per un ritorno alle aziende di famiglia, per motivi di salute o magari per l’elezione a presidente della Repubblica. Fatto sta che arriverà il giorno in cui Silvio Berlusconi lascerà la guida di Forza Italia. Dunque, la domanda è lecita: potrà il partito sopravvivere una volta orfano del suo leader? Insomma, dopo il decennale, ci sarà mai un ventennale da festeggiare?

La dottrina dominante esclude che senza il suo leader il «fenomeno azzurro» possa cristallizzarsi: finita l’era Berlusconi, Forza Italia si dissolverà in mille rivoli. Colpa soprattutto di quattro fattori: l’assenza di politica sul territorio, l’inevitabile crack del partito-azienda, la sua eterogeneità culturale, la mancanza di una classe dirigente adeguata. Ma se nel bene e nel male sono stati indiscutibilmente questi, e per lungo tempo, i tratti caratteristici di Forza Italia, è anche vero che molto è cambiato negli ultimi tempi, e, stando alle novità recentissime, ancora altro c’è da attendersi.

Innanzitutto, per quel che riguarda le politiche sul territorio, è finito il tempo in cui si consideravano le amministrative un inutile ammennicolo delle elezioni nazionali. La lezione del maggio scorso è stata salutare, e il partito si è mosso per ridurre il gap dal centrosinistra e persino da alcuni alleati di governo. Ad esempio, si è lavorato con relativo anticipo sulle candidature rispetto ai ritmi pachidermici del passato.

Inoltre, complice un’idea di Sandro Bondi, si sta recuperando il ruolo dei circoli azzurri per trasformarli in postazioni d’avanguardia utili a far comprendere agli elettori-cittadini, dal basso, le ragioni berlusconiane. Persino ai parlamentari, piuttosto sedentari, è stato imposto un diverso regime di vita politica. Ora stanno molto nei collegi e poco a Roma, più a parlare con la gente e meno a occuparsi dei loro affari privati, visto che sono quasi tutti imprenditori, manager o avvocati. D’altronde, non avevano scelta, pena la non ricandidatura alla prossima tornata, che dovrebbe giustappunto vedere un ritorno dei «classici» portatori di voti.

Sono stati poi realizzati studi e sondaggi sul territorio. Due in particolare hanno fornito una argomentazione che definisce indirettamente la capacità elettorale degli azzurri privi di Berlusconi. Il ragionamento, complesso, è il seguente. Con il Cavaliere capolista alle europee e l’election day, ovvero con amministrative ed europee insieme, Fi viene data in una forbice compresa tra il 22,8 e il 26,8%. Senza election day, alle europee si conferma lo stesso dato, mentre per le amministrative, quindi senza il premier in campo, si scende a una percentuale compresa tra il 14 e il 17%.

Guarda caso una intenzione di voto in linea con il risultato medio (più o meno il 15%) raggiunto dal partito nei suoi dieci anni di vita alle elezioni locali, pur senza campagne elettorali faraoniche. In sintesi, vuol dire che Berlusconi è decisivo, ma almeno elettoralmente non rappresenta l’intera Forza Italia, che comunque resisterebbe anche senza di lui su cifre decenti, da terzo partito italiano. A patto, naturalmente, che tutti restino dentro la casa azzurra il giorno in cui il leader, politicamente parlando, non ci fosse più.

Veniamo dunque al secondo fattore di rischio di dissolvimento post-berlusconiano: la presunta natura di partito-azienda. Da più parti si sostiene che dimessosi l’amministratore unico, il «modello Publitalia» finirà con lui, provocando una sorta di notte dei lunghi coltelli fra le correnti. Detto che nessuna impresa in salute chiude il giorno in cui il fondatore se ne va, va però sciolto un nodo: Forza Italia è ancora un partito-azienda? Piuttosto, è vero l’inverso: parliamo di un partito come tutti gli altri, con faide e alleanze tipiche di ogni forza politica italiana. Semmai il problema è un altro, ovvero l’eterogeneità di provenienza culturale dei suoi soci.

Finora, a tenere insieme socialforzisti, cattoforzisti e liberalforzisti è stato solo l’anticomunismo viscerale. Poi, null’altro, soltanto deferenza verso il leader. Esemplare il caso della fecondazione assistita, dove i laici e liberali sono completamente spariti dalla circolazione. E che dire del silenzio cattoforzista sulla Bossi-Fini, o sulla Gasparri, nonostante le critiche della Chiesa? Per alcuni è facile prevedere, dunque, che senza Berlusconi salterà tutto, che ognuna delle correnti seguirà il suo istinto naturale. Anche sul deficit di unità culturale, però, le cose stanno cambiando.

Lo sforzo compiuto negli anni da Dell’Utri prima e da Adornato dopo (senza sottovalutare il recente attivismo di Bondi), potrebbe non risultare vano. In particolare, la Carta dei valori di Forza Italia, scritta da Adornato, traccia un percorso comune sul pensiero politico azzurro, definito «cattolicoliberale, laicoumanista e liberalsocialista». Sintesi ardita, ma che rappresenta se non altro un punto di partenza. Starà agli eredi, un giorno lontano, farla fruttare.

Ecco, gli eredi. Impossibile definire fin da subito il leader e la natura degli azzurri orfani di Berlusconi. C’è qualcuno che comincia a pensare a Tremonti e a un partito più nordista, chi fa il nome in chiave bipartisan (nel senso delle correnti) di Frattini, e non mancano i sostenitori dell’umanesimo cattolico di Pisanu. Ma il punto è un altro, ed è ben più importante: dietro al nuovo leader, quali saranno i protagonisti? Insomma, da chi sarà composta la classe dirigente della nuova Forza Italia?

(1-continua).

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