SELL IN MAY? NO,
SE LA FED TAGLIERA’

2 Maggio 2007, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
«Sell in May and go away» (vendi in maggio e vai via, ndr), recita un famosissimo adagio di Wall Street. «Ma bisogna ancora dargli retta?», si domanda candidamente Paul Lim nel suo editoriale sul New York Times. Subito dopo Lim mette in evidenza che dal 1945 a oggi, cioè nell’arco di più di sessant’anni, il periodo compreso tra i mesi di maggio e ottobre ha generato una performance media dell’indice S&P 500 pari a circa l’1,6%, contro il 7,1% dei rimanenti sei mesi dell’anno. Un dato numerico che nella sua crudezza appare difficilmente opinabile.

STRATEGIA D’INVESTIMENTO. Dunque l’ampia statistica circa la debolezza estiva del mercato azionario americano (e non solo) sembra avvalorare l’opportunità di strategie di vendita. A maggior ragione se nel computo del semestre si considerano i mesi di settembre e ottobre, generalmente negativi, che finiscono così per controbilanciare le positive performance medie di luglio e agosto.
Da parte mia ho però voluto aggiungere una variabile all’analisi della stagionalità estiva: le scelte sui tassi della Federal reserve. Lo faccio senza peraltro provare a dare un valore di merito alle considerazioni del Fomc, ma semplicemente conferendo a ogni scelta del board il suo significato più intuitivo: se i tassi salgono ciò significa che la Fed sta stringendo il credito; se rimangono invariati vuol dire che il ciclo è neutro; se scendono la fase è accomodante.

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Una prospettiva che restituisce nuove sfumature al famoso luogo comune. In altre parole: l’opportunità di vendere in maggio viene amplificata nel caso di un ciclo restrittivo della Fed, mentre viene meno di fronte a un andamento decrescente dei tassi d’interesse, tale da controbilanciare la «presunta», ancorchè dimostrabile, negatività stagionalità dei mesi estivi.

La domanda più ovvia è quindi la seguente: cosa conviene fare al cospetto di una politica monetaria apparentemente neutra come quella attuale? In questo caso ci sono infatti evidenze che vanno nell’una quanto nell’altra direzione. Insomma, vendere a maggio può risultare conveniente al 50% delle probabilità, ma altrettanto sconveniente per il rimanente 50 per cento. C’è però un ulteriore particolare da considerare. Per molti anni, dal dopoguerra in poi, le intenzioni della Federal reserve sono sempre risultate oscure e ambigue: non veniva cioè rilasciata una guidance che lasciasse intendere le mosse future, né veniva posto alcun accento sulla trasparenza. Un atteggiamento che è venuto meno con l’arrivo di Alan Greenspan, alla guida della Banca centrale per ben 18 anni, e che l’attuale inquilino Ben Bernanke sembra voler conservare.

È così mutato anche il mercato dei future sui Fed Funds, diventato ora il vero e proprio punto di riferimento per intuire le future mosse della Fed. Si giunge così al seguente corollario: «Sell in May and go away», se il mercato dei future suggerisce un prossimo rialzo dei tassi di interesse. Ma in caso contrario rimani pure tranquillamente investito.

PREVISIONI FUTURE. Ebbene, cosa possiamo dire nelle circostanze attuali? Intanto che l’attenzione ai future, piuttosto che alle parole scritte nero su bianco sui verbali del Fomc, è dovuta alla convinzione si tratti di un mercato credibile e attento, nel quale gli investitori scommettono su ritorni reali. In secondo luogo che se all’analisi della stagionalità dei mercati azionari aggiungiamo la «variabile tassi», dobbiamo concludere che per quest’anno il fattore «estivo» non sarà così determinante come in passato. Infatti, il mercato dei future lascia intendere prossimi ribassi del costo del denaro, e di conseguenza le pressioni di vendite sull’azionario dovrebbero essere mitigate dalle attese di una politica monetaria accomodante. In conclusione: solo nel caso di un nuovo scenario, che includa fenomeni inflativi al momento poco scontati dagli investitori, il vecchio adagio dovrà essere rivalutato. Almeno fino a prova contraria.

*David Kotok e’ stato tra i fondatori, nel
1973, della Cumberland
Advisor, di cui è
responsabile degli
investimenti. Articoli
e commenti sono apparsi
su “The New York
Times”, “The Wall Street
Journal” e “Barron’s”.
La società di investimenti
Cumberland Advisor
(www.cumber.com)
ha sede a Vineland
nel New Jersey (Usa).

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