SE QUESTA E’ UNA RIPRESA

9 Settembre 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – La crisi non è ancora finita e quindi è troppo presto per interrompere i piani di stimolo fiscale e la politica monetaria espansiva degli ultimi mesi. Questo il verdetto di ministri delle Finanze e banchieri centrali riunitisi a Londra durante lo scorso fine settimana per preparare il vertice del G20 che si terrà a Pittsburgh il 24 e 25 settembre.

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Il giudizio è chiaro: vi è un miglioramento della situazione economica (anche abbozzi di ripresa), ma non si sa quanto sia solido e soprattutto quanto sia sostenibile nel tempo. Insomma, permane un forte timore di una nuova caduta in recessione dell’economia mondiale, che addirittura potrebbe diventare una certezza se le banche centrali dovessero cominciare a chiudere i cordoni monetari.

Le conclusioni delle autorità monetarie e politiche appaiono assolutamente condivisibili. Banche centrali e governi sono riusciti ad evitare il peggio, ossia il collasso del sistema bancario. Sono pure riusciti a ripristinare, almeno in parte, il funzionamento del mercato dei capitali e a stabilizzare un’economia che all’inizio dell’anno era in caduta libera. Questi risultati, frutto di eccezionali misure di politica economica, non possono essere confusi con una ripresa economica sana e duratura, anche perché non è stato finora risolto nessuno dei problemi che hanno causato la crisi.

In primo luogo, il sistema bancario non è stato risanato. I titoli tossici detenuti dalle banche sono apparentemente scomparsi nel nulla. In realtà sono ancora nascosti nelle pieghe dei bilanci bancari, ma nessuno ne parla, poiché non provocano più perdite miliardarie a causa del cambiamento delle regole contabili. Le banche centrali hanno inoltre inondato di liquidità il sistema bancario, risolvendo i problemi di rifinanziamento. Dopo aver rischiato il collasso solo pochi mesi fa, gli istituti bancari sembrano ora scoppiare di salute.

Le autorità monetarie e politiche sono perfettamente consapevoli che non è tutto oro quello che luccica e hanno trovato un’intesa per aumentare sensibilmente i requisiti del capitale delle banche e anche la sua qualità, ma sanno che queste proposte non potranno essere adottate immediatamente da un sistema bancario ancora molto fragile. Infatti aumentare la dotazione di capitale non è un’operazione indolore: il Fondo monetario internazionale ha calcolato che le banche americane ed europee dovrebbero attuare aumenti di capitali per 875 miliardi di dollari, se il rapporto minimo tra mezzi propri e quelli di terzi venisse fissato al 4%, e ben 1.700 miliardi di dollari se fosse stabilito al 6%.

Gli altri cambiamenti prospettati comporterebbero ulteriori aumenti di capitale che si aggiungerebbero a quelli dovuti alle perdite «nascoste» che le grandi banche prima o poi dovranno denunciare. È molto probabile che questi principi vengano fatti propri dal G20, ma che la loro entrata in vigore sia rinviata. Da un lato si constata dunque che le banche sono ancora malate; dall’altro si agisce come se i loro problemi fossero invece risolti. In pratica si stanno ripetendo gli errori del Giappone, che negli anni Novanta si rifiutò di prendere atto dei buchi presenti nei bilanci bancari con il risultato che occorse praticamente un decennio per smaltire le perdite nascoste.

In secondo luogo è difficile intravedere miglioramenti in relazione, da un canto, allo scoppio della bolla formatasi nel mercato immobiliare di alcuni Paesi e, d’altro canto, al livello eccessivo di indebitamento delle famiglie. Anzi, il forte aumento della disoccupazione induce a ritenere che non siano stati fatti passi avanti. Ad esempio, negli Stati Uniti non è detto che sia veramente finita la caduta dei prezzi delle case, che sono già scesi in media del 30% rispetto ai massimi, mentre il continuo aumento dei pignoramenti non tocca più solo i subprime, ma anche i migliori debitori, i quali o abbandonano le loro case perché il mutuo ipotecario è nettamente superiore al prezzo di mercato oppure perché hanno perso e non riescono più a pagare le rate del mutuo.

Ma c’è di più. Impressionanti scricchiolii giungono dal commercial real estate (ossia dai prestiti concessi per la costruzione di supermercati, alberghi, edifici per uffici, ecc.). Questo segmento di mercato è stimato attorno ai 7.000 miliardi di dollari (al confronto i subprime sembrano noccioline) e ha caratteristiche particolari: una parte di questi prestiti è stata cartolarizzata (come le carte di credito, i mutui ipotecari, ecc.), ma una parte consistente è ancora a carico delle banche, soprattutto quelle di medie e piccole dimensioni. Non a caso è proprio verso questo tipo di istituti, a rischio di moria, che si stanno ora indirizzando gli aiuti della Federal Reserve.

I vecchi problemi non sono stati risolti. In più se ne sono creati di nuovi. I principali sono due: il forte aumento della disoccupazione e l’esplosione dei disavanzi pubblici. Gli analisti sostengono che non bisogna guardare i dati della disoccupazione, poiché storicamente essa comincia a diminuire solo molto tempo dopo l’avvio di una ripresa. Questa tesi è valida per recessioni tradizionali (e quindi di una durata variabile tra i due e i tre trimestri), ma non per questa crisi.

Infatti se si esclude il crollo dell’occupazione negli Stati Uniti a metà degli anni Settanta, una perdita di posti di lavoro mensile di 216.000 unità, come in agosto, avveniva all’inizio di una recessione e non alla vigilia di una ripresa. Tra l’altro, occorre rammentare che il PIL americano si è contratto nel secondo trimestre anche nei confronti dei primi tre mesi dell’anno. La durata di questa recessione, iniziata nel dicembre 2007, la sua profondità, il forte indebitamento delle famiglie americane, che è ancora superiore al 120% del reddito disponibile, e le perdite dovute al crollo dei prezzi delle case e di quelli delle azioni (che vuol dire anche una perdita dei piani pensionistici) fanno ritenere che l’evoluzione del mercato del lavoro americano sarà questa volta molto rilevante per capire se vi sarà una ripresa dei consumi, che rappresentano il 70% del PIL statunitense.

L’ottimismo che sgorga dall’impressionante rally dei mercati azionari appare scarsamente fondato. Il miglioramento appare dovuto essenzialmente alle misure straordinarie di politica economica adottate dai diversi Paesi e non ad una ripresa dell’attività economica sostenibile e duratura. Queste politiche non possono però protrarsi all’infinito. Ciò induce a ritenere che la fine della crisi sia ancora lontana e che i rischi di ricaduta siano molto alti.

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