Società

SE LA BOLLA CINESE SCOPPIA
SUI MERCATI

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(WSI) –
Fino agli anni Novanta, all´apice dell´egemonia economica degli Stati Uniti sul resto del mondo, si usava dire che “quando l´America ha il raffreddore l´Europa si prende la polmonite”. Il fatto che martedì uno starnuto della Borsa di Shanghai abbia fatto tremare i mercati globali dimostra com´è cambiato il mondo.

E quanto il baricentro del potere economico si è spostato verso l´Asia, quanto si sono alterati i rapporti di forze in favore dei giganti orientali. La Cina è il nuovo “elefante nella cristalleria” del pianeta: un suo movimento brusco può creare sconquassi inimmaginabili fino a pochi anni fa. Perciò il martedì nero della Borsa di Shanghai ha rilanciato interrogativi che ci riguardano da vicino. Esiste una vera bolla speculativa cinese, di quali dimensioni, ed è destinata a sgonfiarsi ulteriormente? Stiamo per vedere l´inizio della fine del miracolo asiatico?

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Che la Borsa di Shanghai sia una pericolosa bolla speculativa, è noto da mesi alle stesse autorità cinesi. L´anno scorso quel listino azionario è salito più di ogni altro mercato al mondo, raggiungendo quotazioni tanto stratosferiche quanto irrealistiche.

Il governo di Pechino ne è seriamente preoccupato, per motivi comprensibili. Quando un quarto di secolo fa Deng Xiaoping avviò la Cina verso il capitalismo con il celebre slogan “arricchirsi è glorioso”, il messaggio sottinteso era: “fate soldi e tacete”. Per chi non volle capirlo, come gli studenti di Piazza Tienanmen, ci pensarono i carri armati nel 1989 a rendere esplicite le clausole del patto sociale: un nuovo modello di capitalismo sigillato dall´autoritarismo. Oggi che il ceto medio-alto ha scoperto il gioco della speculazione in Borsa (in soli dodici mesi sono stati aperti sette milioni di nuovi conti-titoli individuali nelle banche), un crac potrebbe aprire delle crepe nell´edificio del consenso.

Perciò i leader del regime da tempo moltiplicano gli avvertimenti. Vari esponenti del governo hanno ammonito ripetutamente i risparmiatori sui rischi della Borsa, sui prezzi troppo alti delle azioni, sui rischi di perdite improvvise e pesanti. Lo stesso martedì nero è stato scatenato da voci sull´introduzione di un´imposta sulle plusvalenze azionarie: una tassa che oltre a essere logica e legittima, ha anche l´evidente scopo di sgonfiare la bolla prima che essa scoppi da sola con troppa violenza.

Le peripezie della Borsa di Shanghai tuttavia non sono un indicatore molto significativo dello stato dell´economia reale nella nazione più grande del mondo. Quel mercato azionario è notoriamente opaco, povero di controlli sulla qualità dei bilanci, con regole di corporate governance inesistenti. Le stesse aziende cinesi più solide e serie vanno a quotarsi a Hong Kong o New York o Londra. L´economia cinese è molto meno “finanziarizzata” delle nostre, il sistema bancario resta la fonte principale di sostegno alle imprese. I veri problemi dell´economia cinese sono di altra natura. In certi settori industriali c´è sovrainvestimento e la capacità produttiva è troppo elevata. La crescita è surriscaldata nelle zone più ricche della fascia costiera, è insufficiente nell´ampio retroterra del centro-ovest. Il governo tenta di riequilibrare il modello di sviluppo per spostare risorse verso le regioni arretrate.

In questa difficile operazione c´è sempre il rischio dell´over-shooting, di una manovra troppo violenta che perturbi la fantastica crescita del 10% annuo del Pil messa a segno da un decennio. Le Olimpiadi del 2008 potrebbero perfino avere un effetto boomerang: per eccesso di efficienza i grandi cantieri di opere pubbliche saranno già conclusi alla fine di quest´anno, all´avvicinarsi dei Giochi l´attività potrebbe sgonfiarsi più di quanto sia desiderabile. Al tempo stesso, nessuno di questi rischi è ineluttabile.

Il vero tallone d´Achille della Cina, paradossalmente, in questo momento sta fuori dalle sue frontiere e sfugge al controllo del governo di Pechino. Il boom degli ultimi anni è stato largamente alimentato dalle esportazioni. Il rallentamento dell´economia americana – anch´esso provocato dallo sgonfiarsi di una bolla speculativa, quella immobiliare – è la minaccia più seria per il made in China. Se alla minore domanda di consumi delle famiglie americane dovesse aggiungersi una virata protezionista di Washington – i democratici sono sempre stati meno liberisti dei repubblicani nel commercio estero – allora si guasterebbe la simbiosi sino-americana su cui si reggono gli equilibri mondiali.

L´intera economia globale ha due motori: la produzione cinese e i debiti dei consumatori americani che comprano made in China (debiti generosamente rifinanziati dalla banca centrale di Pechino con l´acquisto dei Bot Usa). Un granellino di sabbia in questo delicato ingranaggio può avere effetti rovinosi, da cui noi non siamo al riparo. Una quota crescente di capitali europei – spesso all´insaputa dei risparmiatori – sono stati investiti tramite fondi comuni, derivati e hedge funds sulle Borse dei paesi emergenti: Cina, India, Russia, Brasile. Una prolungata caduta delle quotazioni azionarie in quelle zone del mondo lascerebbe delle tracce sui risparmi degli italiani.

L´Unione europea, così poco dinamica da salutare come un evento fausto una modestissima ripresa del 2%, non ha davvero nessun motivo di augurarsi il deragliamento nel miracolo asiatico. Dopo aver tanto demonizzato la Cina, ci scopriremmo orfani del suo vigore, e tutti più poveri.

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