SE I CINESI
SI COMPRANO
UN PEZZO DI IBM

9 Dicembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

*Ferruccio de Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera, sara’ direttore del Sole 24 Ore dal 3 gennaio 2005.

(WSI) – Un film di Wenders del ’91, peraltro non dei migliori, parlava delle meraviglie future dei microprocessori vietnamiti. Immaginazione pura (all’epoca), soprattutto in una pellicola dal titolo speriamo non profetico: «Fino alla fine del mondo». Ora che i cinesi di Lenovo acquistano per 1,25 miliardi di dollari le attività nei personal computer di Ibm, dovremmo dire che un mondo è finito e ne inizia un altro. In realtà il tempo della Cina, protagonista assoluta dell’economia, è cominciato molti anni fa. E il mondo di Ibm è tutt’altro che tramontato. Big Blue produrrà più idee, più servizi e meno macchine, ormai commodities a margini ridottissimi, e godrà di un vantaggio decisivo in quello che sarà il più grande mercato del mondo.

Perché stupirsene? Dimostreremmo solo quanto provinciali e marginali siamo diventati noi italiani, ma anche noi europei. Certo, fa impressione scoprire che Lenovo, ormai tra i leader mondiali del mercato dei pc, insieme a Dell e Hp, vent’anni fa non esisteva ancora. E quando nacque con il nome di Legend fu il risultato di una sfida temeraria di scienziati e tecnici vicini al partito comunista cinese.

Gli eredi di Deng, lasciamo perdere Mao, che vanno ad Armonk, sede di Big Blue, e si comprano un pezzo della multinazionale che si vanta non solo di averli prodotti, i personal computer, ma anche inventati insieme a Apple. Potevano immaginarla questa scena, trent’anni fa, Nixon e Kissinger, all’epoca della diplomazia del ping pong? Sì, in una bella sceneggiatura. Se lo aspettavano invece da mesi i principali analisti del mercato dei personal computer. Troppi i competitori, bassa la redditività, inevitabile il trasferimento delle produzioni mature dalle economie avanzate a quelle in via di sviluppo o appena sviluppate. Qui cambia anche la proprietà, è vero. Ma resta il marchio, almeno per un po’. Lenovo continuerà a commercializzare per cinque anni i suoi pc con il marchio Ibm. Made in China, come di fattura asiatica sono molti dei prodotti di elettronica di consumo delle nostre case.

Nulla di strano. Se non la prova che la globalizzazione procede a tappe forzate e che i mercati sono sempre più integrati fra loro. I cinesi, e altri Paesi asiatici, hanno acquistato quasi la metà dei titoli del debito pubblico americano emessi negli ultimi tre anni. Lenovo andrà a Wall Street, Ibm si rafforza in Cina. L’intesa apre la porta anche a una migliore protezione della proprietà intellettuale. Pechino avrà sempre più interesse a ridurre le contraffazioni, a copiare meno i software e a proteggere il valore dei marchi, visto che ormai è leader in diversi mercati, anche a tecnologia avanzata. Sarà maggiore la collaborazione fra Stati Uniti e Cina nel Wto, l’organizzazione mondiale del commercio. Strategie aziendali e leadership politica sono andate, in questo caso, di pari passo. Come dovrebbe accadere sempre. Come avviene, quasi quotidianamente, con le continue visite di ampie delegazioni occidentali a Pechino. Ultima la nostra, guidata con successo da Ciampi: un passo avanti importante, anche se le posizioni da recuperare nel rapporto con la Cina, soprattutto rispetto agli altri Paesi europei, sono ancora molte.

La fortunata storia dei personal computer, cominciata all’inizio degli Anni Ottanta, alla quale molti non credevano, ha segnato ieri una data comunque importante e significativa. Noi italiani potremmo consolarci pensando che il primo microprocessore lo si deve a un veneto di nome Faggin e che un connazionale guida la Acer, concorrente di Lenovo e di altri produttori globali. Di più non si può. E non è il caso di ricordarci la sfortunata avventura dell’Olivetti e del suo improbabile personal. Ne rimane solo qualche pezzo, a valore di modernariato. E già allora quei pc erano fatti a Taiwan e non a Scarmagno.

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