Società

SCENE DI CAPITALISMO AI TEMPI DELL’ ULIVO

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(WSI) –
Ma qual è il nuovo ordine che il centro trattino sinistra vuole portare nelle anguste e confuse stanze del capitale? Sono passati due mesi da quando Romano Prodi si è insediato a Palazzo Chigi, qualcuno dirà che non sono ancora i fatidici 100 giorni, la soglia minima che consente agli esegeti di guardare indietro e stilare i primi bilanci, eppure qualcosa si sarebbe dovuto intuire.

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Si sa cosa farà il governo alle prese con i parametri di Maastricht, le staminali, i ticket sui ricoveri, quello che avrebbe voluto fare con i tassisti, ma poco o nulla si capisce su come intende ridisegnare la mappa di poteri forti, salottini buoni e outsider.

Eppure, sempre guardando indietro, non si può dire che sul tema le coalizioni di centrosinistra siano rimaste inerti, o abbiano cincischiato. Fu proprio il Prodi uno, sul finire dello scorso decennio, ad avviare la più massiccia campagna di privatizzazioni che l’economia italiana ricordi.

Fu il di lui successore Massimo D’Alema a intervenire pesantemente sulla madre di tutte, la Telecom, prendendo a schiaffi i soliti noti che pretendevano di comandare con un pugno di azioni, spianando così la strada ai «nouveaux entrepreneurs» di conio padano. Già, la Telecom: se l’esperienza insegna, è quasi sicuro che si dovrebbe cominciare da lì, la storia dice che quando cambia il vento della politica difficilmente la regina dei telefoni la passa indenne.

Lo sa bene Marco Tronchetti Provera, avvisaglie ne ha avute anche troppe, a partire dal cannoneggiamento ad alzo zero cui i giornali di Carlo De Benedetti quotidianamente lo sottopongono, e dalla schietta mai paludata antipatia che Prodi nutre nei suoi confronti. Non passa giorno senza che La Repubblica e l’Espresso gli tirino qualche bordata. Si va dalla roba seria, che scotta, le intercettazioni, fino alle critiche nelle pagine di moda per il portamento ingessato di quello che il Financial Times elesse erede dell’Avvocato.

«Meglio prevenire» deve aver pensato Tronchetti, aprendo un inopinato tavolo di trattativa con Rupert Murdoch: si discute, si parlotta, si abbozza qualche strategia in vista di un possibile matrimonio. Alla grande. Il padrone della NewsCo gli cederebbe la Sky in cambio di azioni Telecom da mettere nella cassaforte Olimpia. Così, il marito di Afef prenderebbe due piccioni con una fava, rendendo il gruppo praticamente inscalabile e rianimando il prezzo del titolo che in borsa se ne sta stravaccato su minimi preoccupanti. Il gioco vale la candela? Portarsi in casa un socio ingombrante come Murdoch, soprannominato lo Squalo, serve ad affrontare il futuro con più tranquillità?

E non sarà, ma queste sono rogne del governo, un cavallo di Troia per l’entrata dell’australiano nel sistema radio-tv su cui il ministro Paolo Gentiloni sta per mettere mano? Forse, ma Tronchetti non sembra avere molti margini di manovra. Il pimpante De Benedetti, che tutti dicono interessato alla 7 o addirittura a bersagli più grossi, se la ride sventolando una lettera scrittagli in tempi non sospetti, quand’ancora era consigliere della Pirelli, dove marchia con parole di fuoco l’incauto acquisto della Telecom. E Alessandro Penati impietosamente ricorda dalle colonne della Repubblica quanto sia costata quell’avventura, 5 miliardozzi che teoricamente mancano all’appello e rendono inquieti i soci di quella che fu la multinazionale della gomma.

Ma torniamo a De Benedetti. Pimpante è l’aggettivo giusto per descrivere il suo stato d’animo di questi tempi. Il cambio di maggioranza lo ha galvanizzato, la presidenza dell’Espresso lo ha come riportato al centro di quel mondo che ormai circumnavigava in barca per mari lontani, la tessera numero 1 del futuro partito democratico gli garantisce benevolenza a prescindere dalle forme che prenderà il complesso aggregato ulivista.

L’Ingegnere è consapevole di fare asse con Giovanni Bazoli (Intesa) e lo stesso Prodi, e che quell’asse è destinato a cambiare molti equilibri. Tronchetti è solo il suo tormentone, accademico bersaglio su cui riversare botte da orbi in nome anche della sempiterna guerra cartacea col Corriere, in più eccitato alla vista del sangue che di questi tempi scorre in via Solferino. Ce n’è abbastanza, ce n’è D’Avanzo per menare fendenti forte anche del fatto di essere l’unico editore che può farlo senza remore.

Lo sa bene l’Ingegnere che se la ride quando qualcuno gli propone scoop come fossero oro colato. Raccontano nei corridoi dell’azienda di «Life is now» che a Paolo Guindani, il capo della Vodafone, che giorni fa gli ha offerto come una primizia dell’orto la notizia della causa multimilionaria alla Telecom, De Benedetti abbia risposto: «Scusi, ma se non la dà a noi chi gliela pubblica?». Ma per l’Ingegnere, almeno adesso, la ciccia sta altrove, lontana da Tronchetti, perché, come ricorda alle banche che gli sottopongono l’affare, se lui avesse voluto la 7 se la sarebbe comprata quando ancora si chiamava Telemontecarlo ed Enrico Cuccia gliel’aveva portata su un piatto d’argento prima che se la prendesse Raul Gardini.

Col nuovo giocattolo che lo diverte, il fondo salva imprese dove doveva entrare anche Silvio Berlusconi, se molti non avessero gridato allo scandalo («Con me mentre era al governo si è comportato con correttezza esemplare» ha confessato in più occasioni a proposito del Cav), vuole iniziare col botto, prendendosi l’Alitalia. Col botto o col morto? Sembra che i reiterati suggerimenti dei suoi collaboratori a lasciar perdere non abbiano scalfito la sua voglia di volare.

Nell’attesa, ha preso il telefono e chiamato i Benetton per chiedere qualche pezzo di Autostrade, come la Udine-Tarvisio, ma anche la Venezia-Belluno, forse per il gusto di farsi versare il pedaggio da quelli che la percorrono per andare a Cortina, lui che invece ha la villa a Sankt Moritz e la perla delle Dolomiti l’ha sempre snobbata. Ma i fratelli di Ponzano, convinti che 160 milioni di euro tirati fuori sull’unghia per comprarsi un esiguo pezzettino del Corsera bastino e avanzino per lustrare la loro appannata immagine, gli hanno risposto picche.

Come si vede, alla fine tutto torna sempre al giornale diretto da Paolo Mieli, imprescindibile costante di ogni movimento che scuote le stanze del potere. Sul Corriere dal condominiale azionariato si litiga che è un piacere, si formano nuove amicizie e se ne rompono di vecchie. Un esempio? Saputo che Luca di Montezemolo voleva sostituire la testa dell’ad Vittorio Colao con quella dell’ottimo Antonello Perricone, da Alessandro Profumo (Unicredito) è partita una telefonata di fuoco al presidente della Confindustria.

Tema: le trame non proprio trasparenti con cui la premiata ditta Montezemolo-Della Valle inziga dietro le quinte. Profumo, all’epoca sponsor di Colao, non ha gradito l’approccio fa e disfa. Eppure Perricone, come lo stesso capo dell’Unicredito, non disdegna vedersi attribuire un comun sentire prodiano. E allora? Forse che Profumo mal tollera il patronage che Bazoli esercita sul più prestigioso quotidiano d’Italia e ha deciso di rompere lo splendido isolamento in cui si era rinchiuso dopo l’acquisizione in Germania?

Risultato: Bazoli ha telefonato ad Angelo Rovati, plenipotenziario del premier, chiedendogli di trovare un posto a Colao. Non saranno le concupite Poste. Sarà l’Alitalia, così che Colao si troverebbe a volare con il suo vecchio padrone? Finisse qui la storia, sarebbe niente. Pare che Profumo, magari stuzzicato ad arte sui tentennamenti di Bazoli, abbia messo gli occhi sulla Capitalia proponendo al coriaceo amministratore Matteo Arpe un patto di ferro: in cambio dell’ingresso della banca nella galassia di piazza Cordusio la poltrona di amministratore delegato delle Generali.

Che bel colpo di scena sarebbe, dopo tanto estenuante andirivieni di profferte tra Intesa e banca di Geronzi, un tira e molla che ha fatto perdere l’aplomb persino al sempre inappuntabile Mario Draghi. Il quale, fin dal primo giorno del suo insediamento al timone di via Nazionale, ha invitato le banche a sposarsi, o almeno a fare dei pacs. Restando, per ora, largamente inascoltato, visto che il tanto auspicato risiko si è tradotto in ammuina.

Certo che se Profumo muove su Roma salta tutto, e sprizzeranno scintille. Perché, a cascata, si va su Mediobanca, Generali e (ancora) il Corriere. E se Murdoch si pappa la Telecom, diventa una rivoluzione di sistema nel Paese dove le rivoluzioni non scoppiano mai e, specie quando si ha a che fare con soldi e capitalisti, si procede solo per aggiustamenti.

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