SCANDALO CIRIO-GERONZI,UN ALTRO SANTUARIO VIOLATO

7 Dicembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

Un altro santuario violato. L’ennesimo in un paese che dopo dieci anni di Tangentopoli vi è abituato. Ma questa volta, quando i finanzieri hanno attraversato via Minghetti e hanno varcato il grandioso portone di palazzo Simonetti- un nome che gli incroci nobiliari della Roma papalina più tardi hanno modificato in Boncompagni Ludovisi -, hanno infranto un altro tabù. Al secondo piano di quell’edificio disegnato dall’architetto Alessandro Specchia, e che è rimasto famoso nei secoli per i ricevimenti che vi organizzava l’ambasciatore di Luigi XV, il cardinale de Bernis, circondato da opere d’arte che farebbero la loro bella figura anche al Louvre, ha il suo ufficio il presidente della Banca di Roma, Cesare Geronzi, cioè il “Creditore” dell’intero sistema dei partiti, di destra e di sinistra (il suo avvocato è il senatore diessino Guido Calvi, cioè il legale di fiducia di D’Alema, Veltroni e Fassino), di buona parte dell’imprenditoria italiana e delle squadre di calcio della Capitale.

Chissà quanti potenti hanno salito quello scalone che ieri hanno imboccato i finanzieri per perquisire gli uffici del presidente alla ricerca di documenti legati allo scandalo dei bond Cirio, quello che ha coinvolto un ex-potente come Sergio Cragnotti, già presidente della Lazio. Eh sì, perchè nei palazzi che contano – quelli della politica, dell’economia, dei media – Geronzi da anni è un totem. E quando si attacca un Totem non gli si risparmia niente.

Così, alla stessa ora, altri agenti della guardia di finanza hanno superato il cancello della villa di Marino da dove il banchiere si godeva il panorama della campagna romana e dove riceveva un altro amante dei tramonti capitolini, Antonio Fazio. Non si può, infatti, parlare del presidente della Banca di Roma senza tirare in ballo il governatore: forse ai profani delle stanze del Potere, di quello con la «P» maiuscola, apparirà strano, ma da diversi anni, dalla scomparsa di un personaggio del calibro di Cuccia, il loro sodalizio fa parte dei meccanismi che governano dietro le quinte il paese.

Anche quando si ritrova sotto i riflettori, esposto alle telecamere e agli imprevisti che sconvolgono spesso chi da troppo tempo è sulla cresta dell’onda, un totem, se è tale, non si scompone. Certo, ai suoi collaboratori, Geronzi è apparso amareggiato come il sacerdote che vede il suo tempio violato. «Sono andati a cercare dei documenti anche a casa – è l’unica lamentela che è uscita dalla sua bocca – come se fossi uno che ha bisogno di nascondere chissachè: eppure tutti sanno che lì tengo solo delle opere d’arte, libri, che quando sono a casa mi dedico alla famiglia, a leggere e riflettere».

Geronzi, come ha detto anche il comunicato ufficiale di Capitalia, è sicuro del fatto suo. «Siamo assolutamente tranquilli – è la rassicurazione che il banchiere ha dato ai suoi -. L’accusa che ci fanno non sta in piedi. La smonteremo logicamente e numericamente. Non è vero che abbiamo abbattuto il nostro indebitamento con i bond della Cirio. I magistrati hanno formulato un’ipotesi indimostrabile».

Poi c’è il capitolo delle interpretazioni, quello che gli uomini più vicini al grande banchiere hanno potuto solo intuire, oppure formulare a mezza bocca, aspettandosi da lui una conferma che è arrivata, nel suo stile, più con silenzi che con esplicite ammissioni. Mezze frasi, lasciate in sospeso e un discreto numero di punti interrogativi, ma in fondo il «teorema» del presidente della Banca di Roma, ai suoi appare chiaro: «La Cirio è un pretesto. Dietro c’è un disegno politico. Da mesi è in atto una battaglia su chi potrebbe succedere a Berlusconi alla presidenza del consiglio, se la questione si ponesse. Quindi puntano su di noi per arrivare oltre».

«Oltre» il totem Geronzi può esserci solo un totem più grande, appunto Fazio, il personaggio che, a torto o a ragione, in questi mesi è stato considerato prima il possibile leader di un nuovo partito dei cattolici, poi il probabile premier di un improbabile «governo tecnico» da impiantare al posto di Berlusconi nel caso di una crisi di governo. Ma invece della «crisi» è arrivata la magistratura, e ora sull’accoppiata Geronzi-Fazio il Palazzo si divide. Il primo a tirare in ballo lo scandalo dei bond Cirio, anticipando, nei fatti, le stesse accuse che ora ipotizza la magistratura era stato, nel febbraio scorso, l’ex-dc Bruno Tabacci, il quale oltre ad esprimere riserve sull’operato della Banca di Roma tirò in ballo anche la carenza della vigilanza esercitata da Bankitalia. A luglio quelle accuse furono fatte proprie dall’attuale ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che ne chiese conto al Governatore in una riunione del Cicr (Comitato per il credito e il risparmio). Fazio prese tempo per dare una risposta. Un mese e mezzo fa l’indagine avviata da Bankitalia sul «caso» si è chiusa con un’assoluzione della Banca di Roma, ma alla riunione del Cicr del 16 ottobre il governatore non si è presentato, irritando Tremonti.

Da quel giorno, sullo scandalo Cirio, tra il ministro dell’Economia e il Governatore la tensione è cresciuta, con il presidente del consiglio in mezzo, nei panni – almeno fino a questo momento – dell’osservatore attento ma distaccato. Nel Palazzo c’è chi difende l’accoppiata Geronzi-Fazio a spada tratta e chi, invece, spara palle di cannone. «Di vicende come la Cirio – rimarca il senatore di Forza Italia, Luigi Grillo – in Europa ce ne sono state centinaia. Sono casi che non mettono a repentaglio il sistema creditizio, ma al massimo hanno fregato un migliaio di risparmiatori. Della questione si sarebbe dovuta occupare la Consob. Bankitalia non c’entra niente. La verità è che Tremonti vuole le banche ai suoi piedi».

«Il problema – osserva invece Giorgio La Malfa, presidente della commissione Finanze della Camera – è che la banca di Roma non ha i conti a posto, sui bond Cirio è successo qualcosa di molto grave, e la Banca d’Italia non ha esercitato la dovuta vigilanza. Dietro a quanto sta accadendo non c’è un disegno politico, ma ci saranno delle conseguenze politiche. Fazio, infatti, ha sbagliato ad associare Bankitalia agli schemi politici. Nella scorsa legislatura si lasciò presentare come il nemico del centro-sinistra. In questa come il possibile successore di Berlusconi. Ora le conseguenze politiche non potranno non investire anche Bankitalia».

Appunto, la battaglia è in atto. Ieri un padre della Repubblica come Cossiga e un uomo che è stato al centro di molte vicende delicate come Maccanico hanno chiesto di rivedere le competenze di Bankitalia, di fatto di privare l’istituto del potere di vigilanza sulle banche. E mentre il premier rimane a guardare, il discorso con cui il presidente della Repubblica, Ciampi, ha voluto dare un alt a quelli che sostengono che il nostro paese è «in declino» è stato considerato come un segnale proprio a Fazio, che una cosa del genere aveva teorizzato qualche giorno prima. Magari, dall’una e dall’altra parte non c’era intenzione. Ma nelle liturgie del potere, sono segnali che contano.

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