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Scambi tra Cina e India: preoccupato l’occidente

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La Cina e l’India si fanno sempre più vicine: la riapertura dello storico passo himalayano di Nathu La, tra l’altro appena pochi giorni dopo l’inaugurazione della prima linea ferroviaria che collega la Cina orientale al Tibet, potrebbe infatti rappresentare l’ennesimo tassello di una coalizione tra due potenze economiche in forte crescita e, per questo motivo, fonte d’inquietudini sempre maggiori in Occidente. Rimasto chiuso per circa mezzo secolo dopo lo scoppio della guerra tra Cina e India nel 1962, Nathu La fa un tempo parte della Via della Seta, quella di Marco Polo, l’antico percorso commerciale che collega Cina, India, Asia occidentale ed Europa. Nonostante l’ovvia inclemenza del tempo (Nathu La si trova a quattromila metri sul livello del mare, sul confine tra lo Stato indiano di Sikkim e la regione cinese del Tibet), l’atmosfera della cerimonia è festosa, tra bandiere al vento, bande militari e l’entusiasmo delle centinaia di commercianti giunti da entrambi i Paesi. L’ambasciatore cinese in India, Sun Yuxi, esprime la speranza che la riapertura di Nathu La possa rafforzare le relazioni tra i due Paesi e divenire presto un’attrattiva turistica oltre che un importante snodo commerciale. Secondo alcuni corrispondenti stranieri si tratterebbe d’un atto simbolico più che sostanziale, considerato che vi passeranno principalmente scambi di prodotti locali, tra cui pelli di capra e pecora, code di yak e seta cruda dalla Cina e the, riso e spezie dall’India. Non mancano però analisti convinti che questi scambi commerciali presto muoveranno invece milioni di dollari, con un considerevole impatto sull’economia della regione. E la maggior parte di loro sembra decisamente convinta che, prima di quelli economici, saranno proprio i benefici di natura politica e diplomatica del “disgelo” tra le due tigri asiatiche a farsi sentire nell’immediato, tanto che c’è chi ha parlato apertamente di “trionfo diplomatico”. Anche Jayantanuja Bandopadhyay, docente di relazioni internazionali all’Università Jadavpur di Calcutta, sottolinea il grande valore diplomatico della riapertura del passo. Sikkim è infatti un ex regno buddista annesso all’India nel 1975 malgrado la forte opposizione della Cina che lo reclama per sé. Ma adesso, come spiega Bandopadhyay, il fatto che la Cina abbia consentito il commercio attraverso il passo di Nathu La sta a significare “un’accettazione da parte della Cina di Sikkim come parte della nazione indiana, cosa che finora aveva sempre rifiutato di fare”. Intanto non si pongono limiti, né finanziari né geografici, le strategie di espansione di Mittal, il colosso siderurgico indiano, con il risultato che ormai basta anche solo l’annuncio dell’intenzione di voler fare investimenti per trasformare in duellanti personalità vissute in perfetta armonia fino a un attimo prima. Dopo aver creato con un’Opa di 32,5 miliardi di dollari la spaccatura tra il board e l’assemblea degli azionisti di Arcelor, il maggior produttore europeo di acciaio, dalla quale scaturisce la fine dell’idillio con Severstal, la siderurgica russa di proprietà del discusso magnate, Alexei Mordashov, ora Mittal rischia di trovarsi al centro della contesa addirittura tra due Stati indiani, quello di Orissa, sul golfo del Bengala, e quello del Jharkhand, poco più a Nord verso la Cina. Tutta colpa dell’annuncio del signor Mittal in persona, di voler insediare nell’Orissa il trampolino di lancio per il commercio di acciaio con l’economia più affamata di materie prime del mondo, quella cinese appunto. La scelta di Orissa non è casuale, visto che è lo Stato indiano con più risorse minerarie, tanto che anche la siderurgica sudcoreana Posco ha intenzione di insediarvi un impianto estrattivo da 12 miliardi di dollari, ma, come riporta il Telegraph India, tutto questo non impedisce a Madhu Koda, il ministro delle miniere del Jharkhand, di biasimare la scelta del magnate indiano dichiarando senza mezzi termini: “Orissa potrà mai soddisfare le esigenze della Mittal. Solo il Jharkhand può sviluppare il potenziale estrattivo adeguato alle sue necessità”. Per poi annunciare che “il Governo di Jharkhand farà tutto il possibile per facilitare l’estrazione di 10 milioni di tonnellate all’anno di acciaio come pianificato da Mittal, a cominciare dalla creazione di una joint venture con Jharkhand State Mineral Development Corporation”. Dunque, par di capire che nonostante Orissa sia uno degli Stati indiani più ricchi di minerali, quello di Jharkhand non rinuncerà tanto facilmente a contendergli i 6,5 miliardi di dollari che Mittal intende investire nel progetto minerario. Dal canto suo, Naveen Patnaik, primo ministro di Orissa, mostrando tutto l’aplomb di chi è consapevole di essere vicino alla vittoria dichiara: “Ci stiamo organizzando per dare a Mittal tutto il supporto necessario alla pianificazione dell’opera”.