Saxo Bank: Bond Usa renderanno zero

11 Settembre 2017, di Daniele Chicca

La situazione attuale di economia e mercati è all’apparenza molto semplice da decifrare secondo il chief economist e CIO di Saxo Bank. L’inflazione non sale quanto dovrebbe e l’economia mondiale on è così in buona salute come qualche indicatore potrebbe fare pensare. Il dollaro Usa ha già toccato il picco e ha dato il via a una fase ciclica multi annuale di ribassi.

Gli Stati Uniti e il mondo intero non possono generare crescita senza la presenza di un dollaro Usa più debole. Un dollaro forte ucciderebbe infatti materie prime, mercati in via di Sviluppo e la crescita economica che passa attraverso gli investimenti e le operazioni di indebitamento.

Tutti gli aspetti principali dell’economia e della società mondiale, indici demografici, progressi tecnologici, energia e le montagne di debiti, fanno pensare che gli asset principali finiranno in deflazione.

L’impulso creditizio ha toccato livelli elevati a fine 2016, inizio 2017, “lasciando la crescita economica globale vulnerabile” nel quarto trimestre di due anni fa e nel primo trimestre dell’anno scorso. I tassi di interesse Usa – e quindi i rendimenti dei titoli di Stato decennali – sono destinati ad azzerarsi entro la fine del 2018 o al più tardi a inizio 2019.

Il mercato ormai non sconta più un rialzo dei tassi della Federal Reserve quest’anno, secondo Steen Jacobsen. Questo perché l’inflazione in Usa ed Europa è più vicina all’1% di quanto non lo sia al 2%. La crescita – salvo qualche caso positivo particolare – “rimane molto più bassa di quella che storicamente si è vista durante i periodi di ripresa da una crisi”.

La ripresa dell’economia si sta raffreddando

Nel frattempo,  scrive Jacobsen nel suo ultimo articolo – “la maggior parte delle banche – in primis la Fed – continua a credere nel modello della curva di Phillips“, che invece appartiene alla vecchia scuola. “Commettendo questo errore mettono i mercati sulla cattiva strada sia sull’inflazione sia sulla crescita – un classico modo di pensare dogmatico e burocratico i cui limiti sono ovvi in un modo dalle tecnologie in continuo cambiamento.

Il CIO di Saxo Bank lascia per ultima una delle previsioni più eclatanti in termini per lo meno “numerici”: Jacobsen prevede che i prezzi energetici scenderanno di un 50% circa nei prossimi 10 anni. Nel 2017 e nel 2018 gli investitori devono rassegnarsi, secondo lui, a un livello di prezzo del petrolio ancora più basso per via della diffusione del processo di elettrificazione delle auto.

La Cina, con le sue ultime mosse pro ambiente, ha fatto capire di essere decisa a risolvere i suoi annosi problemi di inquinamento, che sono diventati la priorità sociale numero uno per le autorità di Pechino. Anche Francia e altri paesi europei si stanno muovendo in questa direzione, con l’obiettivo di ridurre l’uso di prodotti e materiali inquinanti.

I consumi di petrolio e di diesel rappresentano il 55% di tutti i consumi effettuati nel mondo e il gruppo svedese Volvo – di proprietà della casa automobilistica cinese Geely – potrebbe essere un esempio utile per capire quale direzione strategica sta prendendo l’industria automobilistica e quali sono i nuovi standard. Volvo ha annunciato che dal 2019 tutte le auto fabbricate saranno al 100% elettriche.

Asset allocation Saxo Bank

Dal primo trimestre del 2017 Saxo Bank utilizza un approccio di tipo “Permanent Portfolio” e aveva mantenuto tale esposizione:

Azionario: 25%
Reddito fisso: 50%
Materie prime: 25% (sovrappesando oro e argento)
Cash: zero

Di recente però i rischi sono stati ridotti, per rispecchiare la view più pessimista sull’economia mondiale:

Azionario: 10% (soprattutto titoli di società minerarie legate all’oro)
Reddito fisso: 25% (neutral weight)
Materie prime: 25% (neutral weight)
Cash: 40% (overweight)

Jacobsen ammette che la percentuale di liquidità è “troppo alta”, ma la banca “vuole aspettare fino a fine settembre e quindi il quarto trimestre per vedere come si sviluppa l’impulso creditizio. Bisogna rassegnarsi a rendimenti obbligazionari ancora bassi, all’appiattimento delle curva dei rendimenti, a una sottoperformance del settore finanziario e a ritorni da investimento sull’azionario dell’ordine del 2-3% su base annuale (per essere ottimisti), percentuale che si confronta con una media del 9-10%.