SAREMO TUTTI SPECULATORI

4 Ottobre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Facciamo l’ipotesi che il guru di tutti gli investitori mondiali, Warren Buffett, abbia ragione quando dice che la Borsa è agli «arresti domiciliari» per i prossimi dieci anni. In fondo Buffett le ha azzeccate quasi tutte quando si trattava di guadagnare soldi. Noi non siamo più abituati a pensare agli investimenti finanziari come ad organismi dal respiro lunghissimo, addirittura sospeso.

Mi fanno notare però i colleghi americani che lunghi periodi di stagnazione non sono rari: Wall Street non si riprese dalla crisi del 1929 se non 25 anni dopo. La prima volta che il Dow Jones toccò quota mille fu nel 1966 ma ci vollero una quindicina d’anni perché quel livello venisse stabilmente superato.

Se ci troviamo davvero in una fase di morte apparente dell’investimento azionario, allora il risparmiatore che si avvicina all’investimento azionario ha ragione di riflettere: non sarà sufficiente investire sugli indici di Borsa e avrà poco senso comperare titoli con un’ottica di lungo termine. Per cercare rendimenti superiori a zero sarà necessario invece adottare una strategia d’investimento inevitabilmente più rischiosa: scegliere tra le imprese quotate quelle che hanno un intrinseco potere di sviluppo, saper riconoscere quale sia l’area geografica in ascesa e saper cogliere soprattutto il tempo di uscita da mercati che subiranno scossoni al rialzo per poi riassestarsi a livello piatto. Tutto ciò significa che la vita comoda per gli investitori è finita. Ma non solo: è finita soprattutto quella dei gestori di fondi.

Niente più asset allocation basata su modelli astratti. Niente più gestioni tutte basate sul controllo del rischio. Vinceranno pochi e perderanno gli altri. Vincerà chi saprà cogliere al volo la realtà nelle sue micro-fondazioni, chi saprà riconoscere subito quale sarà la Microsoft delle nanotecnologie, o la Toyota del biotech. Ma il peggio è che il grafico della morte apparente del mercato azionario non è piatto: è una continua altalena in cui il rischio di perdere è molto più alto di quanto molti investitori non siano pronti ad accettare.

Se ben guardate dentro all’identikit si vede il profilo dei nuovi protagonisti: gli hedge funds che già da alcuni anni sono i veri timonieri dei mercati. Pensate solo a che cosa sta succedendo in America: la Fed alza i tassi per timore di una ripresa troppo allegra e invece di scendere i prezzi delle obbligazioni salgono, mentre le azioni invece di apprezzarsi (per la ripresa forte) perdono quota.

La risposta dei professionisti a Wall Street è chiara: sono gli hedgers che prendono a prestito un enorme quantità di denaro e si muovono contro il mercato e quindi contro le logiche fondamentali. Il destino degli hedge funds è quello di un mondo molto duro: o consegnano buoni rendimenti ai loro sottoscrittori oppure vengono spazzati via, scompaiono, falliscono. A Wall Street stanno raccogliendo fondi per 1.000 miliardi di dollari.

Il fatto che stiano diventando moneta comune è dimostrato perfino dal modesto rendimento medio degli indici dei fondi speculativi: solo l’1-2% nel 2004. Intanto la qualità dei gestori sta calando e le commissioni restano alte e ovviamente il rischio implicito aumenta: questo degli hedge funds di massa rischia di essere il rude mondo che ci aspetta.

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