SARA’ IL DOPPIO DEFICIT LA POLPETTA AVVELENATA
PER BERNANKE

7 Novembre 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – «Tutti e quattro i precedenti capi della Federal Reserve, Arthur Burns, William Miller, Paul Volcker e Alan Greenspan, sono stati subito, appena messo piede nell’ufficio, chiamati a misurarsi con problemi per i quali non erano preparati. Burns si trovò con un’inflazione impazzita, Miller dovette fronteggiare un crollo del dollaro, Volcker una dura recessione e Greenspan la caduta delle azioni del 1987. Bene, io credo che un destino analogo attenda Ben Bernanke: dovrà fronteggiare un’emergenza per la quale non è preparato».

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Stephen Roach, capo economista della Morgan Stanley, uno degli analisti e dei Fed watchers più prestigiosi del mondo (tra l’altro alla Fed ha anche lavorato), invita a temperare gli entusiasmi, e ci spiega quale sarà quest’emergenza: «Bernanke puntualizza è famoso per la sua conoscenza e la sua attenzione sui temi dell’inflazione, ed è stato scelto da Bush proprio perché si pensa che l’inflazione sarà il maggior problema dei prossimi anni. Io credo che la realtà sarà molto diversa: l’inflazione non è né sarà un problema, la vera questione che esploderà fra le mani del prossimo presidente della Fed sarà la crisi dei conti pubblici americani».

Bè, veramente Bernanke ha fama di solido economista in senso lato, possibile che andrà nel panico per una questione imprevista?
«Senta, io sono 33 anni che seguo la Fed, e tutte le volte mi è capitato di dover assistere con palpitazione alle difficoltà di un presidente, prestigioso quanto si vuole, alle prese con un problema per cui era impreparato. Poi, certo, se l’è cavata, ma le difficoltà per il paese sono state molto forti. Ora, Bernanke arriva con le migliori credenziali. Il suo pedigree è impeccabile, ha studiato e poi insegnato nelle migliori università, i giornali accademici sono pieni dei suoi editoriali, è forse l’economista più sofisticato oggi disponibile. Però ha scarsa esperienza sui mercati ed è tutta da dimostrare la sua capacità di leadership internazionale in circostanze eccezionali e, ripeto, impreviste».
Lei però è da tempo che ripete i suoi allarmi sui conti pubblici, il deficit in effetti si aggrava di anno in anno, però non succede niente…

«Proprio niente direi di no, dodici rialzi consecutivi dei tassi le sembrano niente? Comunque, è vero, rischio di ripetermi e di andare a finire come il ragazzo che gridava “al lupo, al lupo”. Per la precisione, sono quattro anni e mezzo che immancabilmente ad ogni uscita pubblica mi sento ripetere: e allora? Quando avremo questo drammatico aggiustamento dovuto ai deficit americani e al loro finanziamento? Io resto convinto che la situazione sia insostenibile. Anzi, quanto più a lungo si tira avanti e il mondo deve sostenere un disequilibrio come l’attuale, e tanto più aumentano i pericoli di una crisi globale e molto profonda. Molti sono gli aspetti da tener presente: per esempio, in diversi paesi si assiste ad una crescita economica interna, a partire dal Giappone ma anche probabilmente in Germania, che finirà con l’assorbire risorse sottraendole ad un mero investimento in attività denominate in dollari. E anche la Cina, altra fondamentale ‘sostenitrice’, sarà sempre più orientata a stimolare i consumi interni».

Per inciso, l’attuale situazione dei prezzi petroliferi sta dando il suo contributo alle tensioni internazionali? E quanto durerà?
«Diciamo che sicuramente contribuisce all’inflazione, però in misura contenuta e contenibile. Voglio dire che ha alzato di qualche decimo di punto gli indici dei prezzi, ma assolutamente niente di drammatico, e questo perché l’occidente è meno dipendente dal petrolio, perché anche se costa caro ce n’è tantissimo, perché oggi l’industria non dipende più dal manifatturiero ma dai servizi, e mille altri motivi. Per tutto questo, dico che l’effetto maggiore è stato paradossalmente che ha diffuso la paura, anzi il terrore, di un boom dell’inflazione. E questo è ingiustificato. Per la seconda parte della sua domanda, quanto durerà il rialzo, è veramente difficile da dire, dipende da mille fattori, dai conflitti, dalle capacità di assorbimento dei paesi di nuova industrializzazione, anche dal tempo che farà quest’inverno. In linea di massima, potrei azzardare che il peggio è passato, e infatti i consumatori americani hanno ricominciato subito a comprare appena i prezzi del petrolio sono scesi un minimo, però è veramente difficile da dire. E poi il problema per i consumatori americani non è che non comprano, è che pur di farlo finiscono con l’indebitarsi oltre ogni ragione».

E qui veniamo al tema centrale. Lei sostiene da anni che non è possibile che l’America viva ‘a credito’, basandosi sul fronte dei conti pubblici sul flusso di denaro che arriva dai grandi investitori stranieri, soprattutto orientali, e sul fronte dei conti privati sui soldi che la gente affannosamente prende in prestito. E’ sempre questo il problema?
«Certo, anzi come le dicevo è in continuo peggioramento. Ma lo sa che il tasso di risparmio è arrivato all’1,5 per cento del pil Usa, e che non è mai stato più basso? E che entro l’anno prossimo, secondo i nostri calcoli, arriverà a zero? Ora, mi dica se è sostenibile che un paese come l’America, il leader economico mondiale, non riesca a risparmiare neanche un centesimo e che continui a investire montagne di capitali presi a prestito dall’estero. E le lascio solo immaginare cosa accadrà se, come tutti gli economisti all’unanimità ormai indicano, il boom immobiliare finirà fra poco e con esso si prosciugherà la possibilità per i privati di rifinanziare continuamente il loro mutuo secondo il modello diffusissimo in America. Ecco, su questo dovrebbero concentrarsi le autorità monetarie, non su una paura dell’inflazione assolutamente esagerata. Tutti si preparano alla battaglia come negli anni 70, quando si andò a finire con la stagflazione, cioè recessione più inflazione, ma le condizioni erano totalmente diverse».

Significa che Bernanke si prepara ad affrontare battaglie nuove con metodi antichi?
«Guardi, vuol dire semplicemente che ci si dovrebbe concentrare su un problema preciso: qui sta per scoppiare la madre di tutte le bolle speculative, quella dei conti pubblici e privati insieme, perché c’è un mostruoso deficit dei pagamenti, e lo scoppio sarà rafforzato dalla contemporanea crisi dei valori immobiliari. E non bisogna fare errori come quelli che ha fatto Greenspan».

Greenspan? Il Maestro, come lo chiamano, in italiano e con la maiuscola, i suoi connazionali?
«Sì, il Maestro. Ha di fatto incoraggiato gli americani, tenendo i tassi incredibilmente bassi per un periodo protratto di tempo, a non risparmiare più nulla, ed è come dicevo la prima volta che il national savings rate finisce in negativo nella storia, o almeno dal 1933 quando questi conteggi hanno cominciato ad essere fatti. Parallelamente, con il deficit pubblico che è andato crescendo in modo anch’esso incontrollato, la Fed ha dovuto fare equilibrismi finanziari per attrarre capitali stranieri. Il capitolo finale di questa storia, dell’America povera che vive da ricca, dev’essere ancora scritto, e lo sarà sotto la nuova presidenza della Federal Reserve. La crescita economica del paese, e con essa dell’occupazione, dello sviluppo, anche dei partner occidentali, è appesa a questo filo sempre più sottile. Questa è la vera sfida per Bernanke. Come se non bastasse, ora ci si è messa anche Katrina».

Katrina? L’uragano?
«Guardi che i costi della ricostruzione, anzi prima del cleaningup che è appena cominciato, sono enormi. E anche pieni di incognite come il recupero della piena funzionalità delle raffinerie petrolifere e dei terminal portuali. Abbiamo calcolato che i costi finali, a carico per lo più delle amministrazioni federali e locali, potrebbero costare fino a un punto di più nel rapporto deficitpil rispetto a quanto oggi preventivato, si potrebbe cioè arrivare al 3,8% nel 2005».

Aumentano insomma le spese senza che a questo corrispondano risorse interne adeguate. Fino a quando durerà?
«Senta, per non ricadere nella sindrome del richiamo “al lupo” le dico solo che il deficit delle partite correnti, il più preoccupante fra i vari deficit di cui stiamo parlando, nella prima metà del 2005 ha viaggiato sulla base di una media annuale di 800 miliardi di dollari. Significa che attualmente occorre che 3 miliardi di dollari per giorno lavorativo arrivino in America dall’estero. Ora, visto anche le conseguenze di Katrina di cui parlavo, la situazione è destinata a peggiorare. Per sostenere quest’afflusso serve una solidissima fiducia nei confronti dell’America da parte del resto del mondo. E tenere alta questa fiducia è il compito su cui dovrà concentrarsi Bernanke, altro che l’inflazione. Altrimenti ogni giorno rischiamo due cose: un crollo del dollaro, un crollo vero intendo, e un correlato brusco rialzo dei tassi d’interesse, che a sua volta ovviamente porterebbe ad una contrazione dell’economia. Mi pare evidente che non possiamo continuare a fidarci solo della benevolenza degli stranieri». Oltretutto, la benevolenza verso l’America non sembra un sentimento molto diffuso nel mondo…

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