SAPETE PERCHE’
GLI AMERICANI LAVORANO DI PIU’?

12 Ottobre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Il mio fine è di contribuire ad aprire una discussione tra i lettori sui temi dell’imposta e del suo effetto sull’economia reale. Ma la premessa è la disponibilità ad aprirsi a punti di vista diversi da quelli canonici: quanto a quelli della sinistra, per intenderci, il recente saggio su La giustizia e le tasse di Laura Pennacchi ne è un perfetto esempio, laddove l’imposta è per definizione difesa dal presunto attacco ideologico dei presunti assatanati che intenderebbero minarne il ruolo principe di strumento della funzione di redistribuzione.

La critica rivoltami dal professor Baldini è ben accetta, ma poco attenta. Perché io ho accusato di dire balle non tutti coloro che difendono l’attuale livello delle aliquote in Italia – se lo credono incomprimibile in base a un’idea di giustizia sociale che io invece non so vedere, in un’intermediazione così alta del reddito nazionale da parte della mano pubblica, a sostegno “non” di standard elevati di servizio pubblico, “bensì” di milioni di dipendenti pubblici, il che non solo non è la stessa cosa ma in tempi di outsourcing è sempre più in diretta contraddizione.

Ho contestato chi scrive che la crescita economica non ci fu negli anni di Reagan dopo i suoi abbattimenti fiscali: mi riferivo espressamente a un editoriale del fondatore di Repubblica, e torno a dirlo come invito valido per tutti, me per primo, a stare ai dati di fatto.

Che la crescita non sia “solo” figlia delle basse aliquote, ci mancherebbe altro. Ma gli effetti che livello e forme del prelievo esercitano sull’offerta di lavoro sono comprovati da una letteratura sterminata e non solo propria dei «supplysiders», tanto odiati dalla sinistra tradizionale, e con cui il riformismo blairiano ha bontà di Dio fatto pace invece da dieci anni. Di buone letture me ne mancano tante, ma rivendico di essere tra i pochi che da mesi e mesi, allora su un altro giornale, ha segnalato le tesi di un economista che tanto sprovveduto non è, visto che proprio ieri gli hanno assegnato il Nobel.

Sto parlando di Edward Prescott, 30 anni fa alla Carnegie-Mellon, poi all’Università di Chicago e alla Northwestern, poi a quella del Minnesota e oggi in Arizona, oltre a essere Senior Monetary della Fed di Minneapolis. Già due anni fa, nel suo bellissimo Barrier to Riches, aveva esposto la sintesi di che cosa impedisse ai concorrenti degli Usa di adottare la chiave del nuovo “business cycle” americano, caratterizzato da forte crescita e bassa inflazione: la massimizzazione della produttività multifattoriale.

Ma la sua più recente ricerca, quella che già gli era valso l’Erwin Emmers Prize della Northwestern, affronta proprio il tema di cui qui parliamo: «Come mai gli americani lavorano così tanto più degli europei?». La risposta indica quale sia la strada da battere anche in Italia. Una strada in cui diminuzione delle aliquote e contrattazione decentrata si intrecciano.

Ovvio che la siderale attuale differenza tra produttività americana ed europea dipenda da diversi fattori, e primariamente dall’effetto che il massiccio investimento in tecnologie dell’informazione ha realizzato in processi e prodotti, logistica e distribuzione, oltre che nel massimizzare l’efficienza dei servizi finanziari e infrastrutturali alla produzione.

Quanto alla manodopera, il problema non sta nella produttività oraria. La maggior produttività americana dipende dal fatto che i lavoratori americani sono attivi più ore al giorno, più giorni alla settimana, più settimane l’anno, e nella popolazione in età da lavoro sono molto più alte le percentuali di chi partecipa al mercato del lavoro invece di stare a casa, a studiare o a far finta o in pensione.

Per analizzare tale gap Prescott ha riconsiderato i parametri tradizionali della produttività per addetto. Rispetto alle ore di lavoro prestate annualmente per addetto e al Pil procapite per ora lavorata, i due standard tradizionali, ha ricalcolato le statistiche computando il prodotto procapite annualmente dell’intera classe dei potenzialmente attivi tra i 15 e i 64 anni. Ha «lisbonizzato» il parametro. Lo ha riclassificato a parità di potere d’acquisto, e ha consdierato solo il Pil «ufficiale» su cui si pagano imposte e contributi, per cui il dato italiano scende di quasi il 20 per cento visto il «nero» che vi si ingloba.

Il risultato è che negli anni tra il 1970 e il 1974, fatto pari a 100 il pil procapite annuale realizzato dal lavoratore americano, quello tedesco era 75, quello francese 77, quello italiano 53. Dopo 20 anni, tra il 1993 e il ’96, i dati erano pressoché invariati, 100 l’americano, tedesco e francese 74, l’italiano 57. Ma la produttività per ora lavorata europea era enormemente accresciuta, passando da 72 a 99 per il tedesco rispetto al 100 americano, da 74 a 110 per il francese, da 65 a 90 per l’italiano. A scendere tragicamente erano le ore lavorate, da 105 a 75 per il tedesco, da 105 a 68 per il francese, da 82 a 64 per l’italiano.

E che cosa spiega una tale divaricazione nell’offerta reale di lavoro? Che il picco di maggior partecipazione al lavoro sia stato determinato negli Usa tra donne sposate e nelle classi di età medio-alte, dipende dall’abbassamento delle aliquote fiscali e contributive realizzato a loro beneficio con la riforma fiscale del 1986. Prescott arriva a calcolare quanto sarebbe il miglioramento di occupati, produttività e finanziamento del welfare per ogni paese europeo, abbassando di un decimo rispetto agli attuali i gravami impositivi e contributivi.

Quel che conta però non è la previsione al decimale. E’ la conferma che la maggior crescita e produttività dipendono in maniera essenziale da aliquote più basse. Non solo ai redditi più bassi per sostenere domanda e consumi, come dice Baldini. Ma per modificare la propensione all’offerta di lavoro. Come dice, tra gli altri, non il provocatore sottoscritto ma il fresco Nobel. Invece di scomuniche, in tempi in cui a sinistra si ventilano patrimoniali, vale la pena di rifletterci.

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