SAPER LEGGERE
IL PREZZO
DELLA BENZINA

7 Ottobre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
Il prezzo del petrolio grezzo, che nel corso dell’estate minacciava di superare gli 80 dollari al barile, ultimamente è sceso per la prima volta in sei mesi – anche se per poco – sotto i 60 dollari, un ribasso del 23% rispetto ai picchi di luglio. Secondo il Dipartimento dell’Energia Usa, il prezzo della benzina nel Midwest, che fino a poco tempo fa era salito vertiginosamente fino a 3 dollari alla pompa, ora si mantiene su scala nazionale a un minimo di 2.20 al gallone (addirittura 1.89 in una stazione di servizio di Jackson, nel Missouri).

Al tempo stesso, un’altra percentuale cresce rapidamente. Secondo un recente sondaggio Gallup, il 42% degli Americani “concorda che l’amministrazione Bush ha deliberatamente manipolato il prezzo della benzina per far sì che scendesse poco prima delle elezioni autunnali”. Due terzi degli intervistati sono esponenti del partito Democratico, per il quale la questione del costo del petrolio alla pompa si è rivelato un’argomentazione vincente.

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Tali opinioni potranno sembrare faziose, ma non mancano di logica. Dopotutto, il presidente Usa Bush e il suo vice Cheney sono saliti al potere grazie al solido legame con l’industria energetica (grande sostenitrice del partito repubblicano Usa) e hanno subito favorito la compagnia Halliburton prima nell’esercito, poi in Iraq, e più tardi ancora a New Orleans; la Chevron aveva già battezzato una sua petroliera a doppio scafo con il nome di Condoleeza Rice, in onore del primo consigliere per la sicurezza nazionale (ora segretario di Stato). Infine, sia il primo ambasciatore americano in Afghanistan dopo la caduta dei talebani sia l’attuale ambasciatore (leggi: viceré) di Baghdad, Zalmay Khalilzad, erano già consiglieri di Unocal, la compagnia che aveva trattato, senza successo, per la costruzione di un condotto di gas naturale attraverso l’Afghanistan dei talebani.

Inoltre, Dick Cheney, responsabile del governo per la politica energetica nazionale, seguì tale progetto – com’è noto, per quanto lui neghi – organizzando incontri segreti con i dirigenti di Big Oil, nel 2001. Vari funzionari di Exxon Mobil, Conoco, Shell e BP America si incontrarono con gli assistenti di Cheney, e il direttore generale di BP fu ricevuto da Cheney in persona. La Chevron fu una tra le molte compagnie energetiche che, secondo il GAO (Government Accountability Office), “fornirono dettagliate raccomandazioni sulla politica energetica” allo staff del vice presidente Usa – mentre gli tutti ambientalisti venivano, è ovvio, completamente ignorati.

Le compagnie petrolifere – com’è altrettanto noto – hanno fatto un bel po’ di quattrini grazie ai profitti sproporzionati degli ultimi anni (e i petrolieri grazie agli esagerati benefit aggiuntivi), con la benedizione dell’amministrazione Bush; non si può quindi escludere che i funzionari di Washington possano aver abusato del proprio potere per ottenere qualche mese di energia a basso costo in cambio di un altro paio di anni di mega-profitti. Non esiste al momento però nessuna prova che lo confermi. Quanto agli altri motivi che hanno portato alla caduta del prezzo della benzina, se ne conoscono diversi – soprattutto grazie a Michael Klare, ospite fisso delle pagine di ‘Tomdispatch’ e autore del noto Blood and Oil. Riportiamo di seguito le sue risposte alle domande che tutti noi abbiamo per la testa.

Tom Engelhardt

Ma che diavolo sta succedendo? Appena un paio di mesi fa, il prezzo della benzina alla pompa si aggirava sui 3 dollari al gallone; oggi scende a poco a poco verso i 2 – e alcuni osservatori prevedono cifre ancora più basse prima delle elezioni di novembre. Il netto calo del costo della benzina è una buona notizia per il consumatore, che attualmente non ha più in tasca nemmeno un soldo per cibo e generi di prima necessità. Ma è una buona notizia anche per Bush, il cui indice di gradimento ha conosciuto un’improvvisa impennata.

Che sia il risultato di una cospirazione segreta tra la Casa Bianca e Big Oil per sostenere la causa repubblicana nelle prossime elezioni, come qualcuno suggerisce? Ma come si inserisce un’eventuale guerra contro l’Iran in questa equazione tra costi e benzina? E ancora, cosa ci dicono i prezzi in discesa sulla teoria del “peak oil”, secondo la quale abbiamo già raggiunto il limite massimo di disponibilità energetica sul pianeta?

Dopo che il prezzo dei carburanti ha iniziato a scendere rapidamente verso la metà di agosto, molti esperti hanno tentato di giustificare tale caduta, ma nessuno è ancora riuscito a fornire una spiegazione del tutto convincente. Il che rende plausibili le asserzioni secondo le quali l’amministrazione Bush e i suoi alleati di vecchia data nell’industria petrolifera starebbero manipolando i prezzi dietro le quinte. Secondo il mio punto di vista, il risultato determinante di questa flessione dei prezzi è stato semplicemente quello di attenuare considerevolmente “l’elemento paura” – la preoccupazione che il costo del greggio raggiungesse i 100 e più dollari al barile per via dell’allargamento della crisi in Medio Oriente, o che l’amministrazione Bush colpisse gli stabilimenti nucleari in Iran, o ancora che si scatenassero nel Golfo del Messico altri uragani come Katrina che avrebbero danneggiato le piattaforme petrolifere al largo della costa.

All’inizio dell’estate, quando il prezzo del petrolio cominciò la sua scalata, molti analisti avevano previsto per la fine della stagione o l’inizio dell’autunno uno scontro tra Stati Uniti e Iran (che coincideva grossomodo con l’altrettanto prevista intensa stagione degli uragani). Questo spinse commercianti e petrolieri a riempire i depositi con petrolio al prezzo di 70-80 dollari al barile. Costoro si aspettavano infatti di poter trarre grossi profitti dalla vendita delle scorte, nel caso in cui i rifornimenti dal Medio Oriente fossero stati sospesi e/o eventuali tempeste avessero devastato il Golfo del Messico.

Poi fu la volta della guerra in Libano. Inizialmente la crisi sembrò confermare le previsioni, aumentando soltanto la paura di un conflitto esteso a tutta la regione, che coinvolgesse anche l’Iran. Il prezzo del greggio raggiunse livelli da record. Nei primi giorni di guerra, l’amministrazione Bush assecondò tacitamente Israele nell’azione contro il Libano, credendo di poter in tal modo porre le basi per una campagna analoga contro gli obiettivi militari iraniani. Ma il successo riscosso da Hezbollah nel respingere l’esercito israeliano, sommato alle terrificanti immagini delle vittime civili trasmesse, costrinse i leader statunitensi ed europei a intercedere ponendo fine alle ostilità.

Non sapremo mai esattamente cosa spinse la Casa Bianca a cambiare rotta in Libano, ma il rincaro del prezzo del petrolio – e l’idea che il peggio dovesse ancora arrivare – giocarono sicuramente un ruolo determinante nelle valutazioni del governo americano. Non appena fu chiaro che la resistenza contro gli israeliani era più forte del previsto, e che gli iraniani sarebbero stati capaci di provocare danni di ogni sorta (tra cui, potenzialmente, lo scompiglio più totale del mercato mondiale del petrolio), i più saggi tra le schiere del partito repubblicano conclusero senza esitazione che un’ulteriore escalation o estensione della guerra avrebbe immediatamente spinto il prezzo del greggio oltre i 100 dollari al barile. Il costo della benzina alla pompa sarebbe quindi salito a 4-5 dollari al gallone, assicurando la sconfitta repubblicana alle prossime elezioni. Questo naturalmente succedeva all’inizio dell’estate, molto prima dell’arrivo della stagione degli uragani; sarebbe bastato aggiungere anche solo una tempesta della stessa potenza di Katrina a questo scenario per segnare il destino dei repubblicani Usa.

Ad ogni modo, alla fine Bush ha dato il suo consenso al segretario di Stato Condoleezza Rice per condurre, assieme all’Europa, le trattative per fermare la guerra in Libano, e da allora ha evitato qualsiasi accenno evidente a un possibile attacco all’Iran. Sempre attento a non scartare in maniera esplicita l’opzione militare quando si parla di impianti nucleari in Iran, da giugno il presidente Bush insiste fermamente nel dare una possibilità all’intervento diplomatico. Nel frattempo, siamo quasi riusciti a superare la stagione degli uragani, e non una singola tempesta-catastrofe ha finora colpito gli Stati Uniti.

Per tutte queste ragioni, nell’immediato si sono dissipati i timori di uno scontro con l’Iran, di una possibile estensione del conflitto ad altre regioni petrolifere del Medio Oriente, e di eventuali uragani provenienti dal Golfo del Messico – di conseguenza il prezzo del greggio è crollato. In aggiunta, sembra che l’economia mondiale stia rallentando in maniera percepibile – situazione aggravata, in parte, dai prezzi in aumento delle materie prime – portando quindi a una minore richiesta di petrolio. Risultato? I commercianti al dettaglio hanno a portata di mano abbondanti scorte di benzina: da qui – per la legge della domanda e dell’offerta – i prezzi in discesa.

Trovare energia in aree di difficile accesso

Per quanto ancora prevarrà questa combinazione di fattori?

Ipotesi migliore: il rallentamento nella crescita economica mondiale continuerà ancora per qualche tempo, portando il costo della benzina ad un ulteriore calo. Questo potrebbe favorire i venditori al dettaglio giusto in tempo per Natale – stagione degli acquisti che si prevede in generale leggera ripresa rispetto allo scorso anno, proprio grazie alla benzina più economica.

Ma una volta trascorso il periodo elettorale, Bush avrà meno interesse a mantenere contenuta la sua retorica nei confronti dell’Iran, e si potrebbe assistere a una netta ripresa degli attacchi ad Ahmadinejad. Se per la fine dell’anno non ci saranno progressi sul fronte diplomatico, dovremo aspettarci un’accelerazione dei preparativi per la guerra – che in realtà è già in moto – nel Golfo Persico (scenario già visto all’epoca dei preparativi militari di fine 2002 – inizio 2003, prima dell’invasione dell’Iraq). Tutto questo naturalmente porterà a un intensificarsi della “paura” e all’inversione della tendenza dei prezzi della benzina, che però ripartiranno al rialzo da un livello di molto inferiore ai 2 dollari al gallone.

Arrivati a questo punto, possiamo dire che il recente calo del prezzo dei carburanti e l’apparente improvvisa abbondanza relativa di petrolio smentiscano la tesi secondo la quale avremmo già raggiunto il “peak oil”? La teoria del peak-oil, che è andata catturando sempre maggior attenzione fino a quando il prezzo alla pompa è tornato a scendere, sostiene che le riserve di petrolio del pianeta sono limitate e che, non appena avremo consumato circa la metà delle riserve mondiali originarie, la produzione raggiungerà un livello massimo o “di punta”, superato il quale la disponibilità giornaliera entrerà in una fase decrescente senza ritorno, nonostante gli sforzi sul fronte dell’esplorazione e delle nuove tecnologie di estrazione.

La maggior parte degli analisti concordano che la produzione mondiale di petrolio raggiungerà prima o poi il suo culmine massimo, ma stabilire quando arriverà quel momento è questione ancora aperta. Un numero sempre maggiore di esperti – molti dei quali hanno fondato l’ASPO (Association for the Study of Peak Oil) – hanno recentemente dichiarato che circa metà dell’originaria eredità del pianeta, consistente in 2 mila miliardi di barili di petrolio convenzionale (allo stato liquido), sia stata già consumata. Siamo arrivati a quel famoso peak-oil, o ci siamo comunque molto vicini. Possiamo dunque aspettarci un imminente calo della produzione.

Nell’autunno 2005, quasi a conferma di questa tesi, il direttore generale di Chevron, David O’Reilly, finì su giornali e riviste a con la seguente dichiarazione: “Una cosa è certa: l’era del petrolio a basso costo è finita… La richiesta è alle stelle, come mai prima d’ora… Allo stesso tempo, molti bacini di petrolio e gas sul pianeta si stanno esaurendo. Nuove riserve energetiche sono presenti in luoghi in cui tali risorse sono difficili da estrarre – dal punto di vista fisico, economico, e anche politico. Se l’aumento della richiesta si scontra con un’offerta sempre più limitata, il risultato non potrà che essere lo scatenarsi di un’agguerrita competizione per le risorse stesse”.

Non è questo però lo scenario cui stiamo assistendo. Le riserve di petrolio oggi, in effetti, sono più abbondanti di sei mesi fa. Sono stati rinvenuti nuovi promettenti giacimenti di gas e di greggio nel Golfo del Messico, e allo stesso tempo un contributo alle riserve mondiali è stato dato anche dalla realizzazione di nuovi condotti – tra cui il Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), da 4 miliardi di dollari, che va dal mar Caspio alla costa mediterranea della Turchia. Possiamo quindi pensare che la teoria del peak-oil sia ormai superata o che per lo meno il momento del picco sia ancora lontano?

La situazione attuale non dovrebbe affatto farci concludere che la teoria del peak-oil sia sbagliata. Tutt’altro. Come suggeriva il direttore generale di Chevron, O’Reilly, le scorte energetiche rimanenti sul pianeta sono situate per lo più “in zone in cui le risorse sono difficili da estrarre – dal punto di vista fisico, economico, e anche politico”. Così è come stanno le cose.

Per fare un esempio, la tanto proclamata nuova scoperta nel Golfo del Messico, la cosiddetta “Sorgente Jack No. 2” di Chevron, è situata a 5 miglia di profondità tra mare e roccia, e circa 175 miglia a sud di New Orleans, in un’area in cui negli ultimi anni, come abbiamo visto, gli uragani Ivan, Katrina e Rita hanno raggiunto la massima potenza, infliggendo enormi danni alle piattaforme petrolifere al largo della costa.

Per quanto Jack No. 2 possa sembrare promettente a seguito della macchina pubblicitaria dell’industria petrolifera, è piuttosto ingenuo escludere che in futuro non potrà subire l’azione di uragani forza 5, soprattutto in tempi in cui il riscaldamento globale agisce nel Golfo del Messico generando tempeste ancor più violente. Naturalmente, Chevron non investirebbe miliardi di dollari in costose tecnologie per sfruttare una sorgente energetica così precaria se sulla terraferma o nei pressi della costa ci fossero opportunità migliori – la maggior parte delle riserve facilmente accessibili, però, sono ormai esaurite, lasciando ai magnati ben poca scelta.

E parliamo pure del condotto BTC, altrettanto decantato, che nel mese di luglio ha trasportato il suo primo carico di petrolio, paternamente assistito dai più alti funzionari statunitensi. Il condotto si estende lungo un percorso di 1.040 miglia da Baku, nell’Azerbaijan, al porto mediterraneo di Ceyhan, in Turchia, attraversando non meno di sei potenziali o effettive zone di guerra: l’enclave armena di Nagorno-Karabakh, nell’Azerbaijan; la Cecenia e il Dagestan in territorio russo; l’Ossezia del Sud e l’Abkazia, aree musulmane separatiste in Georgia; infine, le regioni curde in Turchia. Sono questi i luoghi in cui chiunque sia sano di mente costruirebbe un condotto petrolifero? Certamente no, se non fosse alla disperata ricerca di petrolio, e se i giacimenti più sicuri non si stessero prosciugando.

In realtà, quasi tutti gli altri nuovi giacimenti acquisiti o presi in considerazione dagli Stati Uniti e dalle compagnie energetiche internazionali – come la riserva ANWR in Alaska, le giungle colombiane, la Siberia settentrionale, l’Uganda, il Chad, l’isola di Sakhalin all’estremità orientale della Russia – sono situati in aree difficilmente accessibili, ecologicamente sensibili, o semplicemente pericolose. La maggior parte di questi giacimenti verranno sfruttati e produrranno rifornimenti di petrolio supplementari, ma se si è costretti ad appoggiarsi a queste zone significa che il peak-oil è già realtà e che, in generale, il prezzo del petrolio, nonostante alcune flessioni, tenderà a salire, perché i costi di produzione in queste insidiose zone continueranno a salire a loro volta.

La vita sull’altopiano del peak-oil

I teorici del peak-oil, tuttavia, affermando a scopo retorico che “il momento fatidico sarà… un picco decisamente a punta”, rendono un disservizio un po’ a tutti. Descrivono un grafico in cui la curva di produzione sale semplicemente e rapidamente verso l’alto giungendo a un apice, cui segue una discesa altrettanto netta e ripida. Forse, guardando indietro tra 500 anni, questo periodo potrà essere raffigurato proprio così sui grafici dei produttori mondiali di petrolio. Ma per noi che lo viviamo adesso, il “picco” sembra più che altro un altopiano – che durerà forse una decina d’anni o più – all’interno del quale la produzione globale di greggio attraverserà occasionalmente alti e bassi senza sostanziali impennate (come sostiene chi rifiuta la teoria del peak-oil) o cadute precipitose (come predetto invece dai suoi più accaniti sostenitori).

In questo “periodo di mezzo”, eventi particolari – un uragano, lo scoppio di un conflitto in una regione petrolifera – limiteranno temporaneamente i rifornimenti, facendo salire il costo dei carburanti; la realizzazione di nuovi bacini o condutture – o più semplicemente, come sta accadendo oggi, l’attenuazione dei timori immediati e un incremento temporaneo delle scorte energetiche – produrranno un calo dei prezzi. Alla fine, inevitabilmente, raggiungeremo l’estremità dell’altopiano, e il declino previsto dai teorici potrà avere inizio.

Nel frattempo, viviamo su questo altopiano, nel bene e nel male. Se quest’anno la stagione degli uragani passerà senza tempeste di rilievo, e se i prossimi mesi trascorreranno senza nuove gravi crisi in Medio Oriente, allora è probabile che il 2007 inizierà con un ribasso del costo dei carburanti come non si vedeva da tempo. Ma che non è, in realtà, sintomo di una comprovata tendenza. Dato che le riserve mondiali di petrolio non saranno mai più realmente abbondanti, basterà un nuovo sussulto a riportare il prezzo del greggio sugli 80 dollari al barile e oltre. Questo è il mondo in cui viviamo; la situazione non migliorerà fino a che non riusciremo a dare vita a un nuovo sistema energetico, basato su fonti alternative al petrolio e combustibili rinnovabili.

Micheal T. Klare è docente all’Università di Hampshire, Massachusetts, dove insegna Pace e Sicurezza Mondiale. È autore di ‘Blood and Oil: The Dangers and Consequences of America’s Growing Dependence on Imported Petroleum’ e di ‘Resources Wars, The New Landscape of Global Conflict’.

Fonte: www.tomdispatch.com

Traduzione a cura di Francesca Campisi per Nuovi Mondi Media