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Sanzioni doganali esluse se c’è la buona fede

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Se si vuole escludere l’applicazione di sanzioni in materia doganale, è compito del giudice verificare l’esistenza di condizioni tali da giustificare la buona fede . Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 13065 del 1 giugno scorso, richiamando il principio, più volte riaffermato dalla Corte di Giustizia Europea, dell’affidamento dell’operatore , al quale non può essere imposto il pagamento di maggiori diritti doganali (e, quindi, anche dell’Iva all’importazione), quando si sia adeguato a un erronea determinazione delle autorità competenti. In particolare ricordiamo che , secondo i giudici europei, le stesse autorità “…hanno la facoltà di non procedere al recupero a posteriori dell’importo dei dazi all’importazione o dei dazi all’esportazione qualora tali dazi non siano stati riscossi a causa di un errore delle autorità competenti medesime che non poteva essere scoperto dal debitore, purché questi abbia, dal canto suo, agito in buona fede e osservato tutte le disposizioni previste, per la sua dichiarazione in dogana, della regolamentazione vigente” (causa C-251/200 ) . La pronuncia della Suprema Corte è stata originata dal caso di una Srl che ha portato in giudizio il Ministero delle Finanze, opponendosi ad una richiesta di pagamento di maggiore Iva in seguito all’inserimento – nel plafond disponibile per l’esenzione da imposta nel 1996 — dell’importo di due fatture emesse nel 1995, per un’esportazione avvenuta, di fatto, nel gennaio 1996. Il tutto perché la normativa vigente all’epoca stabiliva che come ammontare di riferimento dovesse essere assunto quello relativo ai corrispettivi delle importazioni effettuate nei dodici mesi precedenti; nella fattispecie in questione, l’operazione aveva avuto luogo nel 1996 e, quindi, anteriormente all’entrata in vigore dell’articolo 2 della legge 18 febbraio 1997, n. 28, in cui l’anno di riferimento era stato indicato come quello delle cessioni registrate. Opposizione accolta sia dal Tribunale interessato dalla vicenda che in appello , in base al fatto che la società aveva osservato una condotta coerente con il metodo impiegato, nel rispetto della legge vigente interpretata in buona fede, senza porre in essere alcuna evasione. Di conseguenza il ricorso in Cassazione da parte del Ministero delle Finanze e dell’Agenzia delle Dogane, basandosi sul fatto che, senza fornire adeguate motivazioni, sia in primo grado che in appello si era ritenuto “a priori” immune da censure il metodo seguito dalla società, in quanto in buona fede. Quali criteri erano stati applicati per riscontrare la buona fede ? Come individuare con chiarezza l’affermato principio di buona fede in materia impositiva ? A queste domanda ha dato risposta la Corte di Cassazione richiamando i principi affermati dalla giurisprudenza comunitaria, in particolare nella sentenza della Corte di giustizia, 17 luglio 1997, causa C-97/95, secondo cui, “….nel calcolare i vantaggi realizzabili attraverso il commercio di merci in regime di preferenze tariffarie, l’operatore economico accorto e al corrente della normativa vigente deve valutare i rischi inerenti al mercato al quale è interessato e accettarli…”. Considerando anche che, nella stessa sentenza dei giudici europei, “…l’errore delle autorità può consistere anche in un’errata interpretazione della normativa doganale applicabile, e che lo stesso, che ha dato origine al comportamento dell’operatore, deve essere imputabile a un comportamento attivo delle stesse autorità….” e che pertanto “…un mero comportamento passivo dell’Amministrazione doganale non può dar luogo a tutela dell’affidamento….”, la Corte ha accolto il ricorso dell’Amministrazione Finanziaria , chiarendo, però, che l’esonero dal pagamento del maggiore tributo dovuto non può fondarsi esclusivamente su un mero errore interpretativo, sia pure incolpevole, dell’operatore. Più specificamente, la Cassazione ha osservato che la decisione della Corte di appello -la quale ha ritenuto che la maggiore Iva non fosse dovuta, essendosi l’operatore adeguato a un comportamento coerente col metodo di contabilizzazione del plafond impiegato, sulla base di un’interpretazione in buona fede della normativa applicabile- fosse basata su una motivazione sintetica, che non le consentiva di verificare se la scelta operata dalla società fosse conseguenza di legittimo affidamento determinato da errore delle autorità doganali, alle condizioni stabilite dalla giurisprudenza comunitaria.
di Alberto Savarese