Salvare l’Italia? Serve una patrimoniale. Ma solo per i piu’ ricchi

8 Luglio 2011, di Redazione Wall Street Italia
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Caro direttore, in molti avvertiamo, in questi giorni, il senso di un’emergenza e di una responsabilità. L’emergenza è finanziaria, politica e civile: colpisce tutti. La responsabilità è quella di chi ha di più, magari perché ha saputo cogliere (come è capitato anche a me nella mia vita bancaria) le opportunità degli anni buoni. Esercitarla significa essere disponibili ad assumere su di sé una quota di quella riduzione del debito pubblico che è la precondizione della crescita futura.

Parlo, sì, di un’imposta patrimoniale. Ma di un’imposta patrimoniale solidale e intelligente: non vendicativa, ma accettata, addirittura promossa, da chi è destinato ad accollarsela con il senso di responsabilità di una classe dirigente, e la cui durezza sia compensata dall’efficacia e dall’equità. Che abbia un po’ il significato dell’abolizione della scala mobile del’92, ma su una fetta di popolazione diversa. Una cosa del genere non è facile ma forse è possibile.

Vediamo due conti, a titolo di esempio. Tassare i patrimoni del 20% più ricco, escludendo l’80%, significa riferirsi ad una base imponibile, se si escludono le case, di 2200 miliardi circa (ipotizzando che a questi livelli ricchezza netta e lorda coincidano). Il 10%, esclusi i titoli di Stato, è circa 200 miliardi di minor debito, che in rapporto al Pil tornerebbe vicino al 100%. Non male. Il sacrificio imposto alla parte degli italiani che sta meglio servirebbe a raggiungere un obiettivo che, con finanziarie durissime e senza crescita, richiederebbe ben oltre un decennio. Un colpo duro a chi ha risparmiato di più, ma si può pensare ad un correttivo interessante, a vantaggio di quelli che hanno costruito il proprio patrimonio senza evadere il fisco.

Basterebbe compensare — per qualche anno e parzialmente — con una detrazione fiscale di qualche punto le «vittime» della patrimoniale che hanno dichiarato e dichiareranno il proprio reddito. In questo modo, la tassa colpirebbe tutta la parte più benestante del Paese, ma al suo interno colpirebbe soprattutto (dipenderà dalla detrazioni) quella che non ha pagato le tasse. Il gioco sarebbe comunque vantaggioso per i conti pubblici: il numero degli italiani che ha dichiarato più di 200 mila euro di reddito annuale (8 volte il reddito medio) non arriva scandalosamente allo 0.2 per cento mentre chi ha una ricchezza superiore di 8 volte alla media è — si può stimare — oltre il 20% circa del totale.

Per il resto, la macroeconomia soffrirebbe poco (i consumi del 20% più ricco del Paese non sarebbero sostanzialmente incisi), l’80% degli italiani assisterebbe compiaciuto all’evento, e godrebbe come tutti della riduzione degli interessi sul debito pubblico corrispondente alla riduzione dello stesso — circa 8 miliardi l’anno, permanenti — e della recuperata fiducia del mercato finanziario. Questo reagirebbe con favore a un Italia per una volta esemplare, che riducesse di un colpo il suo debito mostrando il volto di un ceto benestante pensoso degli interessi collettivi, responsabile, e tassato.

Varrebbe almeno un punto di riduzione di spread che corrisponde a regime ad altri 20 miliardi. Sono quasi 30 miliardi l’anno di vantaggio, da usare per la crescita e l’occupazione. Senza parlare del beneficio per le imprese e le banche che stanno attingendo a così caro prezzo al mercato internazionale del credito. Forse è un’idea su cui vale la pena ragionare, senza preconcetti, a partire da coloro i quali a questo sacrificio dovrebbero sottoporsi (compreso ovviamene chi scrive). Che, aderendovi, o addirittura facendosene promotori — è una specie di appello alla buona volontà — avrebbero l’occasione di dare una mano concreta al Paese, allargando i gradi di libertà della sua politica economica con più spazio alla crescita, ma contribuendo anche a ridurne i sensi di ingiustizia, a rendere accettabili sacrifici che comunque dovremo continuare a fare, e a dare per una volta il senso di vivere in un luogo in cui lavorare, pagare le tasse e votare vale la pena.

*Presidente della Tassara spa.

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