SADDAM,
LA FINE DEL TOPO

14 Dicembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

La guerra tra gli Stati Uniti e Saddam Hussein è finita sabato come non poteva non finire, con la resa di un vecchio barbone stanco e sconfitto, snidato dalla cantina nella quale si era murato e spidocchiato nei capelli incolti dagli infermieri della fanteria americana.

Dopo dodici anni di caccia, il gatto Bush ha finalmente acchiappato il topo Saddam nella sua tana e il conto aperto il 15 gennaio del 1991 da un altro Bush con la prima ondata di bombardamenti su Bagdad è stato saldato da suo figlio nella vigilia del Natale 2003.

L’atteso finale ha avuto tutte quelle caratteristiche scenografiche e quegli “special effects” che i registi dell’operazione Iraq speravano. Nessun crepuscolo degli dei, in un’ultima battaglia cruenta tra fedelissimi e infedeli, ma una resa ignominiosa, “senza neppure un colpo sparato” come ha detto il generale Sanchez, comandante delle legioni americane. Nessun martirio con giubbotto di tritolo, nè suicidio, nè proclami in punto di morte, ma soltanto l’immagine di un vecchio stralunato che spalanca la bocca e dice “aaaaa” per farsi esaminare la gola come un senzatetto soccorso nella corsia di un lazzaretto per poveri.

Neppure un’esecuzione sommaria, con esposizione del cadavere al ludibrio degli ex sudditi, perché questo dittatore raccontato come lo “Hitler della Mesopotamia” pronto a immolarsi pur di non essere preso vivo, non era neppure il Mussolini di Dongo, ucciso in fuga travestito da militare tedesco, era soltanto un feroce pusillanime che nel momento della sconfitta non aveva saputo fare altro che murarsi in una tana da sorcio, con due fucili e due fedeli inutili.

Come tutti i vigliacchi feroci, anche questo Saddam Hussein che ordinava di uccidere e torturare gli altri senza battere ciglio, alla propria pelle teneva e ha preferito alla morte il destino del prigioniero che sarà adesso esibito alla collera di quelli che gridano adesso “morte a Saddam” come ieri gridavano “morte a Bush” con la stessa frenesia di compiacere i potenti e che spiega perché regimi come il suo possano reggere tanto a lungo, forti della crudeltà del tiranno quanto della acquiescenza dei tiranneggiati.

Oggi si può finalmente dire che “la missione” cominciata il 19 marzo con l’operazione “shock and awe” è compiuta, che Bush ha avuto il regalo natalizio che sognava e quelle migliaia di morti tra Iracheni, Americani, Italiani, Inglesi sono serviti almeno a cancellare l’ombra di uno dei tanti macellai che governano nazioni del Terzo Mondo e del mondo Islamico.

Naturalmente, ora comincia la seconda, e più difficile parte della missione, costruire una nazione e una democrazia, dove democrazia e nazione autoctona non sono mai esistite, e raggiungere quella meta finale per la quale Saddam Hussein era una tappa importante, ma soltanto un passaggio, la vittoria sul terrorismo globale.

Con il barbone acciuffato in un sottoscala cade definitivamente un tiranno, ma con lui cade anche un alibi. D’ora in poi, visto che il miserabile vecchio pare si sia messo a cantare con un usignolo in gabbia, non ci potranno più essere dubbi sulle armi di distruzioni di massa, perché lui ci dirà esattamente dove sono e che cosa sono, queste armi, se ci sono. Il terrorismo e la guerriglia quotidiane, che venivano attribuite alla sua regia, finiranno.

Gli Iracheni, che recalcitravano alla democrazia portata dalle truppe americane, correranno rapidamente verso una civile convivenza tra etnie, confessioni, tribù, liberi dalla paura del ritorno del passato. E il terrorismo internazionale, quello che ha compiute stragi in ogni angolo del mondo, alzerà bandiera bianca. E tutti vivremo felici e contenti, come nelle favole e nel film, ora che i Bush ci hanno liberato di Saddam Hussein, se così volete credere e sperare.

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