S&P avverte gli Usa: servono altri $1.900 miliardi di tagli

3 Agosto 2011, di Redazione Wall Street Italia

Legnano – L’aria che si respira sul mercato non è certamente delle migliori.

Questo, per di più, avviene dopo che sono giunti non solamente uno, ma ben due segnali che in teoria avrebbero dovuto far colmare al mercato parte delle perdite subite negli ultimi giorni.

Facciamo riferimento in primis all’approvazione definitiva, al Senato ieri sera dopo che il giorno precedente la Camera dei Rappresentanti aveva fatto lo stesso, della proposta di legge per l’aumento del tetto del debito pubblico americano. Questo passo formale evita che per i prossimi due anni, sino al 2013, si possa tornare nuovamente a parlare di default degli Stati Uniti.

Il secondo, importante, segnale proviene dalle compagnie di rating, i cui giudizi sono attesi con grande impazienza: due, su tre, delle più importanti a livello globale hanno rilasciato dichiarazioni che dovrebbero, almeno in teoria, tendere una mano al mercato.

Fitch, definisce l’accordo come “un importante passo per ridurre il deficit e garantire agli States di mantenere il rating a tripla A nel medio termine”. La compagnia di rating ha poi confermato che i fondamentali degli USA restano solidi. Da notare che Fitch chiuderà la revisione del rating a stelle e strisce entro la fine di agosto. Più o meno dello stesso parere Moody’s, che ha lasciato trapelare come gli USA potrebbero mantenere il proprio rating, invariato dal 1941.

L’unica contro tendenza è Standard & Poor’s, in teoria quella più possibilista nelle settimane passate, che aveva lasciato la strada aperta al mantenimento del rating il 14 luglio scorso. L’agenzia ha recentemente affermato come i tagli pianificati dagli Stati Uniti nei prossimi dieci anni siano inferiori di 1.900 miliardi di dollari rispetto al livello individuato dall’agenzia di rating stessa per conservare il proprio giudizio anche in questa revisione.

Molto probabilmente il mercato è stato maggiormente colpito dall’ultimo parere dato che l’avversione al rischio, amplificatasi drasticamente da lunedì pomeriggio, non ha accennato ad abbandonare i mercati. Basti pensare che al seguito dell’ufficializzazione del Senato americano i listini di casa hanno amplificato le perdite, chiudendo tutti e tre (Dow, S&P500 e NASDAQ) con perdite superiori al 2%.

I termometri del rischio per eccellenza, oro e franco svizzero, sono ancora molto comprati, non accennando ad interrompere la ricerca di continui massimi. Il preferito fra i metalli preziosi è giunto ieri in serata a 1.661, quasi 30$ l’oncia al di sopra del livello di massimo precedente rotto ieri mattina: questo ha di fatto colmato un gap con il franco svizzero che, contrariamente all’oro, ha continuato a segnare massimi sempre nuovi ogni giorno dall’apertura della settimana.

Oggi avremo tre dati importanti a cui guardare: in ordine temporale avremo le vendite al dettaglio nella zona euro, previste negative ma migliori della rilevazione precedente; avremo poi l’importante rilevazione dell’ADP, la variazione degli impiegati del settore privato, previsto in calo e non facendo ben sperare per la rilevazione di venerdì per i dati sull’occupazione; si conclude la giornata con l’indice ISM non-manifatturiero, che dopo la pessima rilevazione di lunedì della componente manifatturiera assume un ruolo ancora maggiore. Incrociamo le dita, poiché che una serie di dati positivi, nonostante le premesse, sarebbe quello che ci vuole per ristabilire un po’ di fiducia sul mercato.

Vediamo ora un po’ di grafici incominciando dall’eurodollaro, che sembra quasi consolidare sui livelli di minimo visti ieri. L’area infatti indicata a 1.4180, dalla seconda percentuale di ritracciamento del movimento in salita da metà luglio, sembra ancora non voler capitolare. Dall’area che si trova fra questo livello e 1.4160, sembra dipendere la discesa della moneta unica. Allo stesso modo sembra poter essere individuato il livello di resistenza per un cambiamento in positivo. 1.4280 è il livello che da lunedì sera impedisce una crescita ulteriore al cambio.

Non sembra esserci nessun nuovo spunto proveniente dal cambio UsdJpy. La linea di tendenza negativa che stiamo osservando da qualche giorno tiene bene, nonostante ovviamente si sia abbassata ed il livello di svolta rialzista si trovi oggi intorno a 77.50. Anche in questo caso sembra che il mercato si sia fermato permettendo ai prezzi di consolidare all’interno di 50 pips di range. Continuiamo a considerare il doppio minimo storico a 76.40, un interessante spunto da seguire, per di più se dovesse avvenire una rottura della linea di tendenza che da un mese esatto guida la rinnovata salita dello yen.

Anche il cable, dopo il nuovo minimo registrato ieri a 1.6225, sembra che nelle ultime ore abbia consolidato sul precedente livello di supporto di 1.6260, livello utile da quasi due mesi. Se questo livello dovesse tenere, ulteriormente, si potrebbe verificare una divergenza su un grafico con candele a 4 ore e sullo stocastico di lungo, in grado di riportare in salita i prezzi, inizialmente, sino al precedente massimo di 1.6325.

Il cambio UsdChf ha mostrato ieri sera un nuovo minimo a 0.7605 non accennando ad invertire il percorso rinnovatosi con la rottura di 0.80 (livello che andiamo considerando ancora come un possibile livello di svolta di lungo periodo). Se andiamo a restringere il nostro timeframe, magari osservando un grafico con candele a 15-30 minuti, notiamo come l’andamento in ripresa del cambio, da ieri, sia impedito dal livello di resistenza di 0.7680. Potrebbe essere interessante valutare una sua rottura.

Il calo del dollaro australiano incominciato ieri mattina ha davvero superato ogni peggiore aspettativa. Il livello di 1.0910 ha permesso al cambio di scendere più di due figure in una giornata. Se andiamo ad analizzare l’ultima salita del cambio da metà luglio, possiamo notare come con il movimento di ieri sia stato addirittura superato l’ultimo livello obiettivo indicato dal 61.8% delle percentuali di ritracciamento di Fibonacci, testimoniando potenzialmente una ripresa totale del trend, partito da 1.0560. A 1.0760 troviamo la resistenza più interessante.

Anche il dollaro neozelandese ha compiuto un calo davvero notevole. La discesa di 180 punti da ieri mattina è andata a rompere, anche se non di molto, la linea di supporto posta a 0.8610, livello dove sono giunti i minimi del cambio di riferimento nelle ultime due settimane. A supportare la tenuta del’area di 0.86 figura giunge anche la media di lungo su grafico orario, per cui forse potrebbe valer la pena attendere una conferma prima di seguire la strada a ribasso, dato che se da qui dovessimo assistere ad un rimbalzo potremmo vedere la creazione della seconda spalla di una figura di testa spalle, al termine di una tendenza rialzista.

Concludiamo con il dollaro canadese, anch’esso debole rispetto ai flussi favorevoli al biglietto verde in questo momento di amplificata incertezza. Il più interessante spunto che proviene dal cambio UsdCad è stato dato dalla rottura di ieri della tendenza negativa di lungo che insisteva da fine giungo. 0.96 infatti è stato oltrepassato potendo favorire così, per le prossime evoluzioni, un apprezzamento del cambio di 60 pips, sino a 0.9660.

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