S’ AVANZA IL COMPAGNO ROMITI

11 Maggio 2004, di Redazione Wall Street Italia

L’altra sera ho incontrato in tv il compagno Romiti, Cesare Romiti. Ha detto con la sua nota, formidabile spavalderia, che il governo deve prendere l’Alitalia in fallimento, trasformarla in un’azienda totalmente pubblica (ora lo è al 63 per cento), ricapitalizzarla, dotarla di un piano industriale, rilanciarla sul mercato. Con quali denari? Quelli pubblici, miliardi di euro da aggiungere a quelli che già la compagnia di bandiera è costata all’erario.

Romiti è contrario al fallimento della nostra vecchia e gloriosa compagnia di aviazione commerciale, ritiene che sarebbe un elemento in più di degrado industriale del Paese, invoca un atto decisionista di politica industriale, un atto di volontarismo contro le regole del mercato, un commissariamento da parte della presidenza del Consiglio di una società quotata in borsa. Non gli piace che gli si ricordi la sorte della Swissair, che gli svizzeri hanno fatto fallire quando è arrivata al collasso finanziario; e non vuole sentir parlare del mercato delle compagnie aeree americane, che va di fallimento in fallimento, e lo stato che si tiene in disparte, facendo il suo mestiere ma non il capitalista pubblico.

Dice Romiti, stavolta «le camarade Romiti», che bisogna imparare a essere più «francesi», dove francesi sta per stato centralizzato, politica industriale e di competizione internazionale con le corazzate e le incursioni protezioniste, violazione impunita di ogni normativa europea, grandeur e marchi nazionali sugli scudi. Fausto Bertinotti, che con rigore predica la ripresa di un ruolo dello stato contro le malefatte della globalizzazione capitalistica, non avrebbe saputo dir meglio, anzi, avrebbe detto quelle cose con molte più riserve ideologiche, con molti più scrupoli politici e culturali.

Ma non è finita. Pensavo ingenuamente fosse finita, quando quella incantevole vipera che è Barbara Palombelli porse al compagno Romiti l’ultima domanda della serata: «E Melfi?». Melfi per l’uomo che ha diretto per 25 anni la Fiat, per l’uomo che ha licenziato e ristrutturato provocando 55 giorni di blocco di Mirafiori, per il guerriero del padronato che ha mandato le squadre Pinkerton a forzare i picchetti del sindacalismo estremista torinese (c’ero anch’io, solidale, e so quanto erano estremisti), per l’organizzatore occulto della marcia dei 40 mila che mise in ginocchio i sindacati, Melfi per lui è un caso di accanimento antisindacale, si doveva chiudere un contratto di stabilimento con la Fiom di Giorgio Cremaschi e Gianni Rinaldini, chiudere in fretta invece di indulgere alla pericolosa illusione che la Cgil possa essere emarginata, contrastata battuta.

Gli stolti e i maligni dicono: grazie, Romiti parla così perché è il proprietario degli aeroporti di Roma, gli conviene. Oppure: gioca la carta del dialogo sindacale a oltranza in polemica con la Confindustria di Antonio D’Amato che aveva giocato con qualche passo maldestro e senza coinvolgerlo l’altra carta, quella delle riforme di struttura del sistema, in senso liberista, e della divisione sindacale, del pluralismo sindacale. Intanto i damatiani non gli stavano simpatici, la loro alleanza con il governo Berlusconi lo escludeva, e poi sono stati sconfitti: perché partecipare di una sconfitta strategica?

Ma non è così. Il compagno Romiti sarà pure umorale, e agli interessi aziendali come al cuore non si comanda, ma non è così. Non è un banale voltafaccia. C’è dell’altro. La borghesia italiana non esiste, né quella proprietaria né quella manageriale. Il fascino morbido dello Stato, a partire dalla fondazione dell’Iri durante il fascismo, una Iri che il compagno Romiti ha lodato in modo iperbolico nel corso della stupefacente serata televisiva, è la sua segreta e incofessabile seduzione.

La Fiat non è mai stata una scuola di liberismo, anche se ci ha fatto mille prediche sui lacci e lacciuoli di Guido Carli, sul rapporto fra salario e produttività, sulla qualità totale nell’organizzazione del lavoro. Anche se ha spiato i lavoratori, li ha messi nei reparti confino, li ha messi gli uni contro gli altri finanziando i sindacati gialli o aziendali. No la Fiat e la borghesia italiana sono un’altra delle nostre straordinarie anomalie civili e culturali, una scuola in cui si insegna il disprezzo per i partiti, la fedeltà all’establishment, ma solo fino al punto in cui è necessario rimettere lo Stato al lavoro per sanare le crisi, organizzare le banche in cartello per salvare il salvabile.

Fallire e risorgere nel mercato è una formula magica del tutto sconosciuta a questa borghesia industriale che litiga in salotto ma mai in piazza e che considera Margaret Thatcher, l’ultima rivoluzionaria del XX secolo, una dinasta da drogheria incapace di capire il percorso arabescato, godereccio e flessuoso del nostro capitalismo nazionale. Quando quelli come me e molti altri ruppero con la pianificazione e la politica industriale e il controllo operaio degli investimenti, perché uomini di tempra borghese vera come Giorgio Amendola deridevano queste panzane ideologiche, sbagliarono. Dovevamo soltanto aspettare, e sarebbe arrivato nella sua sincerità disarmante, nella sua onestà e brutalità culturale, il compagno Romiti.

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