ROMA E’ UNA DROGA E L’ ITALIA
UN MEDIALAB

15 Maggio 2005, di Redazione Wall Street Italia

Dennis Redmont e’ l’ex chief dell’Associated Press Italia e questo è il testo di un suo discorso pronunciato all’Alumni Award della Columbia University di New York. Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Roma è una droga che si infiltra nelle vita e nel cuore di chi, come me, ci è vissuto: un mix di inerzia e impazienza sopraffatto ogni tanto da un impeto di piacere. Una sensazione che può assomigliare a quello che si prova a rimanere intrappolati nel traffico del Colosseo.

Saluti dal paese di Medialab. NON intendo il laboratorio della venerabile scuola di Boston. Ma un PAESE vero, in carne e ossa – l’Italia – dove è nato un nuovo, abnorme modello di comunicazione. In poche parole: sono vissuto schiacciato tra due grandi comunicatori, due delle più grandi figure mediatiche del mondo: il mogul dei media Silvio Berlusconi e Papa Giovanni Paolo II, la celebrità della Città del Vaticano.

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Nel 1963 nella J School noi studenti abbiamo divorato Freedom of the press belongs to those who own one (La libertà di stampa è di chi possiede un organo di stampa) di A.J. Liebling. Un titolo che non ho mai dimenticato, durante tutta la mia carriera, ma non è mai stato tanto appropriato come nel caso dell’Italia di oggi. Berlusconi controlla sei dei sette canali televisivi nazionali. Tre sono di sua proprietà. Il Parlamento, dove la maggioranza è formata dalla sua coalizione, nomina i direttori dei tre canali statali. Il fratello è proprietario di una testata di grande tirata. La moglie è azionaria di un influente quotidiano opinionista. I figli sono eredi di un impero mediatico che spazia tra tv e case di produzione a case editrici di libri e riviste, la più grande agenzia pubblicitaria d’Italia, stazioni radio e la tv digitale terrestre, un mercato in piena fase di fioritura. Per non parlare di società immobiliari, assicurazioni, industrie e varie altre cose.

Basti dire che il mese scorso il Grande Silvio (Spectacular Silvio) è saltato dal trentesimo al venticinquesimo posto nella classifica Forbes delle persone più ricche del mondo. Berlusconi non perde occasione per negare la sua immane influenza in tutti i settori. Ogni volta che compare in tv e ogni volta che l’ho incontrato (abbiamo trascorso insieme una memorabile serata, o due, nella sua residenza milanese), taccia di comunismo giudici e giornalisti che starebbero organizzando un complotto della sinistra in grado di esercitare una strana influenza sull’opinione pubblica. La proprietà è una cosa diversa, afferma. E invece, una sera di qualche settimana fa, un programma politico che mandava in onda una performance di Berlusconi registrata nel pomeriggio è stato mandato regolarmente in onda fino alla fine, senza interruzioni, nonostante il papa stesse morendo. Priorità al premier.

Molti si chiedono (già negli anni ’80 si cominciavano a scrivere dei libri sul personaggio) se Berlusconi rappresenti un nuovo modello di controllo politico in una democrazia moderna… o se lo si può semplicemente liquidare, come ha fatto l’Economist, con l’appellativo di “Burlesquoni”, un buffone che si è improvvisato politico per soddisfare sue necessità personali. Alcuni sostengono che Berlusconi abbia un serio programma politico e che, come Rupert Murdoch, Jean-Marie Messier e Michael Bloomberg (e non dimentichiamo il primo ministro tailandese Thasin Shinawatra), dovrebbe essere visto nel contesto di una “oligarchia di televisione globale” e di altri grandi azionisti nel mondo dei media e delle telecomunicazioni che si sono avventurati in politica o che ne muovono i fili da dietro il sipario.

Nel novembre scorso il Financial Times ha assegnato a Berlusconi il quarto posto nella lista dei miliardari più influenti dell’intero pianeta. La peculiarità di Berlusconi consiste sicuramente nella sua capacità di trovare sostegno politico facendo ricorso a un mondo irreale popolato di famiglie soddisfatte e attive e di ogni sorta di beni di consumo e di utilizzarlo per costruirsi il sostegno politico. Dello stesso “programma” fa parte il suo ruolo di proprietario di una squadra di calcio di successo, in un paese in cui le vendite dei tre quotidiani sportivi superano quelle delle due principali testate nazionali di informazione generale. Nessuno mette in dubbio l’incredibile successo e lo straordinario know-how di Berlusconi nel settore mediatico. Gli analisti di borsa, all’unanimità, consigliano l’acquisto di azioni nelle sue società che vantano le migliori performance a livello europeo rispetto a qualsiasi altra azienda della comunicazione.

È riuscito a far crescere il suo volume d’affari nonostante le diverse centinaia di inchieste giudiziarie e finanziarie di cui è stato oggetto, e i casi di licenziamento tra i suoi dipendenti si contano sulle dita di una mano.
Parlare di Berlusconi in termini politici, nelle sue vesti di primo ministro, è tutto un divertimento. Non ha avuto remore a dire a un rappresentante tedesco del Parlamento europeo che lo vedeva perfetto nel ruolo di kapò in un film sui campi di concentramento nazisti. Al premier danese, un uomo di grande fascino, ha detto che come amante di sua moglie sarebbe stato senz’altro meglio dell’ex sindaco di Venezia sul quale circolavano dei pettegolezzi per una presunta relazione con la signora Veronica Berlusconi. Una volta è scomparso per un mese (sì, un mese!) per farsi fare un trapianto di capelli e qualche altro ritocco di vario tipo. Per poi dire a una giovane giornalista, durante una conferenza stampa, che era disposto a darle il numero del chirurgo plastico nel caso ne avesse avuto bisogno. In un summit Nato-Russia ricordava ai colleghi che proprio lì, tremila anni prima, Romolo e Remo avevano fondato la città; ma ha continuato a chiamarli varie volte “Romolo e Remolo” e quando qualcuno gli ha fatto notare l’errore ha risposto che in fondo sarebbe stato una buona idea ribattezzarli perché i nomi che gli aveva dato lui suonavano meglio.

Questo è il vero Berlusconi, un uomo che abita di fronte agli uffici della Associated Press, gli stessi uffici in cui ho lavorato per un quarto di secolo. Quasi ogni volta che abbiamo scritto su Berlusconi ci sono arrivate delle intimidazioni da parte dei suoi assistenti che raccoglievano tutti gli articoli in apposite cartelline etichettate con «favorevoli» o «sfavorevoli» esposte in bella mostra nei loro uffici. I miei incontri con questa sorta di guardie del corpo di Berlusconi sono stati più burrascosi di quelli avuti con la burocrazia delle varie dittature.

A meno di un miglio di distanza dal palazzo del Corso, sede di Berlusconi, ci sono piazza San Pietro e i circa 77 ettari della Città del Vaticano. Non si può ignorare il profondo legame che unisce da secoli il Papato all’Italia. Spesso sono stati un’unica cosa. E per la Chiesa la Comunicazione è una priorità, fin da quando è stato pubblicato il suo primo libro, la Bibbia Gutenberg. E anche più indietro nel tempo, se siete d’accordo con il papa sul fatto che San Paolo, durante l’Impero romano, predicando agli ateniesi in un “forum” anticipava quella che sarebbe stata una trasmissione televisiva dei tempi nostri.

Nei giorni del suo declino il polacco Karol Wojtyla era diventato nient’altro che l’ombra della figura dell’atleta della Fede comparso sulla scena nel 1978. E nonostante agli inizi del suo papato avesse promesso che la sua sarebbe stata una “casa di vetro” per i media e per il miliardo di suoi fedeli, la verità è che ANCHE LUI (come Berlusconi) dall’interno di quella stessa casa avrebbe controllato il messaggio da inviare all’esterno. Una volta Ap ha scritto che il mondo aveva «un papa cosciente del ruolo dei media e un Vaticano inaccessibile». «È stato il primo a emettere un’enciclica su cd e il primo del Vaticano a visitare una pagina web». Ma l’ufficio stampa del Vaticano di solito è aperto soltanto fino alle due. Poi, il silenzio. Eccetto l’occasionale bip sul cellulare che ti avvisa dell’arrivo di una e-mail (di una sola riga). Nient’altro. E il lettore non creda che fonti di informazione più influenti siano trattate in modo privilegiato da un’istituzione i cui membri sono obbligati al silenzio da un giuramento. Per questa ragione spesso i giornalisti si citano l’un l’altro quando si parla del papa. Pensate a tutta la spazzatura che ha circolato fra i media nelle ultime settimane di vita del papa.

L’elettroencefalogramma piatto (il pontefice potrebbe essere morto). In Vaticano non c’è nessun apparecchio per l’elettroencefalogramma. Il funerale in Polonia: mai esistito niente di simile. E un’altra fonte di informazione per i media, il centro di elaborazione dei video del Vaticano, taglia attentamente tutti i fotogrammi del papa e questo non solo di recente, quando il volto del pontefice era ormai trasfigurato dal Parkinson. Lo ha sempre fatto.

La diffusione delle informazioni sulla morte è stata diversa: una volta morto il papa si passa alla grandiosità. Il suolo del Vaticano trema sotto i piedi delle centinaia di giornalisti tv che però non possono mai riprendere i lavori all’interno della chiesa. Un altro fatto poco noto è il rapporto simbiotico tra il vaticano e la più potente tv di stato d’Italia. Vedi sopra. Il fatto è che la Rai, l’emittente pubblica italiana, ha tutti i diritti, pieni ed esclusivi, sugli eventi del Vaticano al punto che agli italiani si offrono almeno 100 ore di manifestazioni di massa organizzate intorno al papa e programmi a sfondo religioso. La Rai DEVE trasmetterli e per di più senza interruzioni pubblicitarie, indipendentemente dal tipo di evento o dal materiale messo a disposizione. È quanto stabilisce il contratto. Meglio di quanto è concesso ai programmi di informazione quotidiana, no?

E la Rai è l’unica emittente a cui fanno riferimento tutte le tv del mondo. La radio e i media di proprietà del Vaticano possono sembrare una questione esigua ma hanno un vastissimo campo d’azione e di controllo. Secondo le statistiche ufficiali i sacerdoti sono la categoria attualmente più rappresentata nei vari programmi della Rai, più dei politici. Questa forma di controllo remoto, esercitato a distanza, riguarda anche le immagini. Puoi posizionare una telecamera dietro al sedile del papa che ritorna a casa in auto dall’ospedale, ma la sensazione del «c’ero anch’io» che ti viene offerta serve a celare il fatto che non vogliono lasciarti riprendere il volto del pontefice.

Un altro nucleo di disinformazione: uno degli ultimi giorni di marzo il portavoce vaticano ci raccontava che la convalescenza del papa si stava svolgendo nell’assoluta normalità. Poche ore dopo il Pontefice riceveva l’estrema unzione. (PIEGARE LA VERITÀ come esercizio frequente). Non mi fraintendete. Papa Giovanni Paolo II lascia un’eredità enorme: ha fatto di tutto il mondo la sua parrocchia. Ha fatto di se stesso il leader mondiale in fatto di questioni morali, è stato l’esempio del vero credente, un uomo che faceva quello che diceva, producendo ogni giorno una trentina di pagine di materiale scritto di fondamentale importanza per il cristianesimo e per la dignità umana. Ma molte volte il mondo non ha recepito la storia nella sua completezza. Nei miei viaggi intorno al mondo con il papa – dall’A alla Z: Angola e Zimbabwe – ho visto ripetersi questa storia ogni volta che i portavoce vaticani dicevano «non credete a quello che vi fanno vedere (o sentire) sui video» o quando hanno nascosto sotto il tappeto informazioni che non sarebbero state loro favorevoli. (Esempio: Jugoslavia/boicottaggio dei musulmani in Nigeria/attentato in Portogallo).

Allora, che cosa ci dobbiamo aspettare dall’Italia? In questo momento sento che l’Italia in cui sono arrivato negli anni ’70 è un paese che in un certo senso ha smarrito la strada. Come può essere successo alla terra amata da tutti, la stessa che ospita il 75% dei tesori artistici di tutto il mondo, meta favorita di milioni di turisti? Come può essere successo quando gli italiani hanno dato al mondo la prima banca, gli occhiali da vista, l’ombrello, la prima enciclopedia, la radio, il taxi, il vetro, la bicicletta, l’elicottero, perfino il telefono se siete d’accordo sul fatto che Bell ha rubato l’idea a Meucci? La sesta potenza economica del mondo si è trasformata in un paese pieno di anomalie e di contraddizioni. Dove le liti tra politici (a destra e a sinistra) hanno immobilizzato un’economia ormai morta. Nel 2004, per l’ottava volta in nove anni, l’economia è cresciuta meno rispetto alla media dell’euro. Un misero uno per cento annuo. Il bilancio delle attività commerciali – linfa vitale dell’Italia – per la prima volta dal 1992 è negativo. La mancanza di competitività globale dell’Italia ha indebolito la moda, il design, l’industria meccanica e altre produzioni tradizionali, perfino l’esportazione di vino. Si sta decidendo di escludere l’italiano dalle lingue ufficiali dell’Unione europea. Povero Dante!

Il paese in cui è nata l’opera sta vivendo una serie di problemi di tipo aziendale nel campo della musica tanto che un contrabbassista senza archetto – appartenente a un sindacato – riesce a spodestare il maestro Riccardo Muti dal suo ruolo di direttore d’orchestra della Scala durante una battaglia tra dirigenti e lavoratori nel tempio milanese del Bel Canto. È il paese che ha inventato il “Bodoni Bold” (Bodoni era italiano) e dove soltanto una persona su dieci riesce a mettere insieme un euro per comprare il giornale, con uno dei più bassi redditi pro capite del mondo industrializzato. È nata una nuova scuola di “declinologisti” che come unico sviluppo futuro possibile vedono una Disneyland culturale che non si sa da chi sarà rappresentata visto che l’Italia ha il più basso tasso di natalità del mondo.

Ho trovato geniale l’ultimo graffito che da voce al rifiuto dell’Italia a entrare nel mondo moderno “MENO INTERNET-PIÙ CABERNET” in altre parole: più vino e meno tecnologia. Ci potrebbero essere sei segnali di ripresa. Berlusconi ha realizzato un simbolico taglio delle tasse e con la riforma delle pensioni ha cercato di far avviare una serie di ingenti lavori pubblici decentralizzando alcune mansioni amministrative gestite dallo stato. È diminuito il tasso di disoccupazione ed esiste un settore delle telecomunicazioni particolarmente vivace e molto più avanzato rispetto alla maggior parte dei paesi europei. Si sono fatti strada nuovi modi di affrontare la vita, approcci creativi di tipo epicureo e postindustriale come Slow Food, l’agriturismo e l’enologia. Allora, che cosa ci possiamo aspettare nei prossimi mesi, amici, romani, Vaticano?

Quello che sappiamo con certezza è che prima della fine del 2006 l’Italia e il Vaticano saranno stati costretti a reinventarsi. E nel nuovo quadro non c’e’ più Giovanni Paolo e forse non ci sara’ nemmeno Silvio. La mano implacabile della Provvidenza ci ha privati di questo papa e ce ne ha gia’ dato un altro mentre le elezioni generali del 2006 dimostreranno se gli italiani vogliono davvero che Berlusconi e la sua coalizione rimangano al potere per un terzo round di “mediacrazia”. Berlusconi sta tentando di riprendersi dalla bruciante sconfitta subita questo mese nelle elezioni amministrative. Le regioni “rosse” (che in Italia sono quelle del centrosinistra) hanno occupato l’intero paese a eccezione della fascia alpina e della punta della Sicilia. Continuiamo a osservare la cosa da molto vicino. È un autentico laboratorio. L’Italia e il Vaticano, e i loro leader, continueranno a sorprendervi. E sorprenderanno anche me.

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