Robot umanoidi sostituiranno tablet e smartphone

17 Gennaio 2014, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – Robi è simpatico. Anzi, qualcosa di più: quando, all’invito di camminare assieme, risponde con un «ok» entusiasta fa venire in mente un bambino felice di poter giocare con il suo papà. La prova che abbiamo fatto era con un prototipo e il frasario a cui il piccolo umanoide rispondeva era limitato, ma la sensazione è che con un affarino così ci si potrebbe parlare volentieri. Non per una volontà, vagamente psichiatrica, di passare a interlocutori non umani, ma per avere un compagno quotidiano capace non solo di fornirci informazioni, ma di farlo in modo umano. Ed è questa l’intenzione di Tomotaka Takahashi, il giovane ingegnere giapponese che ha progettato Robi per la De Agostini: «I robot umanoidi saranno gli smartphone del futuro», è la sua previsione, azzardata e affascinante. «I telefoni sono oggetti impersonali e ci mettono in comunicazione con il mondo attraverso uno schermo freddo. Un aiutante dalla forma e dai modi umani può farlo in modo naturale e gradevole».

Cresciuto negli Anni Settanta a riso e Astroboy, l’androide con le fattezze di bimbo creato dal genio di Osamu Tezuka, Takahashi porta nella sua visione di futuro tutta la cultura giapponese. Che per noi rimane in gran parte aliena, malgrado la grande contaminazione che dai robottoni come Goldrake e Mazinga è arrivata ad Asimo della Honda, passando per altri «amici» sintetici come i Tamagotchi. Ma il professore 38enne dell’Università di Tokyo, presidente della Robo-Garage, non è certo uno sprovveduto, anzi. Citato da Time e Popular Science come innovatore dei nostri tempi, Takahashi san dopo aver vinto diverse edizioni della RoboCup — competizione per soli esseri meccanici — con alcune sue creazioni, è anche il «papà» di Kirobo, il gemello maggiore di Robi che lo scorso agosto è andato nello spazio sulla Stazione spaziale Internazionale. «I personal robot, diversi da quelli che utilizzeremo nell’industria pesante o come aiutanti in casa, diventeranno sempre più piccoli e capaci di mimare il nostro comportamento», spiega Takahashi. «Li porteremo in tasca e saranno il nostro nuovo contatto con il mondo». La funzione che, appunto, svolgono adesso gli smartphone. Gadget che si trovano nelle tasche di tutti ma che, imprevedibilmente, il genio giapponese definisce in crisi. «Samsung ed Apple non sanno più cosa inventare per differenziarsi l’una dall’altra. Le caratteristiche tecniche arrivate a un certo livello diventano sterili: i telefoni sono tutti uguali», incalza l’ingegnere. «E l’introduzione di Siri, funzione dell’iPhone che non usa nessuno, non ha fatto altro che confermare che con un oggetto come il telefono non viene spontaneo interagire».

Ecco allora Robi e i suoi fratelli. Il piccolo robot che si potrà costruire con il solo aiuto di un cacciavite in 70 uscite settimanali (per un prezzo finale, a dire il vero, non indifferente di 1200 euro) in Giappone, primo mercato che la De Agostini ha affrontato, è stato un successo: in 100 mila hanno iniziato a costruire l’androide, che in Italia ha la voce del doppiatore i Dragon Ball, e a questi vanno aggiunti oltre 40 mila abbonamenti all’opera completa. Robi è un gioco: parla, balla e interagisce con quasi 250 comandi vocali. Ma è un esempio tipico di come si stia diffondendo la cultura dei «makers», i cosiddetti artigiani digitali. «Stiamo assistendo a un momento epocale della rivoluzione informatica — racconta Takahashi —. Dopo vent’anni di impegno sui mondi virtuali, è arrivata l’esigenza di tornare a cose concrete, all’elettronica nel mondo reale». In questa svolta si spiegano, per esempio, le recenti acquisizioni da parte di Google di diverse aziende di robotica. «I loro Glass, e gli smartwatch in arrivo, sono solo una declinazione diversa dei telefoni di oggi, il futuro più prossimo. Quello che verrà dopo sono i robot personali, disegnati apposta per noi».

Tomotaka Takahashi è infatti fissato con lo stile: guida una Ferrari Scaglietti per il design, anche se l’eccessivo «rumore» del motore gli dà fastidio. E il suo modello non a caso è Steve Jobs. «Lui è stato il primo a capire che negli oggetti elettronici non va messa per forza tutta l’ultima tecnologia disponibile», conclude l’elegante ingegnere. «I suoi prodotti funzionano perché sono l’equilibrio tra i componenti elettronici e chi deve utilizzarli. Un robot ci farà sempre paura, e lo tratteremo con diffidenza, se non sarà in grado di parlarci usando la nostra mimica fisica e copiando la nostra psicologia ed emotività».

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