RIMBORSI ARGENTINI? BLOCCATI
DAL RAIDER DART

28 Aprile 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Da dieci anni nessuno lo incontra. E risale al 1988 l’unica fotografia in circolazione che lo ritrae ancora trentenne. Ma dalla sua abitazione-fortezza nell’isola delle Grand Cayman difesa da un ex militare e da una ronda di guardie del corpo, il misterioso finanziere americano Kenneth Dart sta tenendo per ora in scacco l’Argentina e tutti gli obbligazionisti che in giro per il mondo (tra questi 150 mila italiani) hanno accettato l’offerta, senza vedere in cambio i nuovi Tango bond. Non è una buona notizia: chi lo conosce come avversario lo teme.

La lista è lunga e prestigiosa. Con lui hanno perso il Brasile, il Perù, il Messico, l’Ecuador, il fisco Usa, la Yukos, l’oligarchia e secondo la stampa internazionale la mafia russa, il fratello Tom e la moglie Cynthia. Tutti allo scontro diretto. Attualmente è l’unico uomo che potrebbe vantarsi di aver saputo tenere testa al presidente Nestor Kirchner e al padre del piano di ristrutturazione più grande e più discusso del mondo, il ministro argentino Roberto Lavagna, contro i quali anche il Fondo monetario internazionale ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco.

Tra le attività che controlla Dart c’è il fondo speculativo EM Ltd. che, insieme al fondo Elliot, è riuscito a far bloccare dal tribunale di New York 7 miliardi di dollari di vecchie obbligazioni argentine. L’appello è iniziato con l’udienza di ieri mattina. Ed è proprio in attesa di questa sentenza che Buenos Aires ha bloccato l’arrivo dei nuovi bond. Il problema è che il milionario è un esperto di queste operazioni. Nel ’92 comprò 1,4 miliardi di dollari di bond brasiliani: li pagò 375 milioni a default già avvenuto e dopo un braccio di ferro in tribunale ne incassò 605 due anni dopo.

Stessa cosa con gli altri crac. E’ sempre del ’94 la vittoria anche con il fisco Usa: per non pagare i 56,2 milioni evasi rinunciò alla cittadinanza Usa, un sistema che gli permette di passare 60 giorni all’anno in territorio americano. Dove però deve evitare la moglie da cui ha divorziato che reclama una parte del patrimonio. E il fratello Tom che lo accusa di avergli soffiato una buona fetta dell’azienda di famiglia. La fortuna iniziale di Dart non viene infatti dal nulla ma dal padre che brevettò nel 1951 nello stato del Michigan i contenitori usa e getta per tenere caldo il caffé.

La Dart Container Corp. ne è ancora il principale produttore mondiale, un impero che compare nelle classifiche di Forbes con un fatturato che sfiora il miliardo. Al netto della florida attività da finanziere che secondo le accuse del fratello avrebbero portato la sua ricchezza a 6 miliardi. Tutti buoni motivi che hanno spinto Dart alla reclusione nella casa che occupa la spiaggia delle «Sette miglia», la stessa dove nel 1666 sbarcò il pirata Henry Morgan per saccheggiare i Caraibi. Sicuramente un caso. Perché il governo del paradiso fiscale gli deve molto beneficiando degli aiuti della locale Dart Foundation.

Copyright © Corriere della Sera per Wall Street Italia. Riproduzione vietata. All rights reserved