RIDICOLAGGINI E INFAMIE SUL PETROLIO

19 Novembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

Entro i primi di febbraio gli Stati Uniti assegneranno i tre grandi appalti per la ricostruzione e lo sviluppo dell’Iraq. L’importo raggiungerà i 15 miliardi di dollari, una cifra ingente. Che tuttavia non coprirà i costi di tutte le opere civili e industriali necessarie per portare il paese a un livello accettabile ed economicamente autosufficiente, dopo l’incuria e i dissesti di Saddam Hussein. I proventi dell’esportazione del petrolio copriranno solo una quota della spesa anche perché una parte di esso dovrà essere impiegato all’interno, come risorsa energetica.

I tre appalti saranno assegnati a tre “general contractor”, che assumeranno, ciascuno, la responsabilità di una serie di progetti, per la cui elaborazione e attuazione si serviranno di sub contraenti specializzati. Mentre per due dei contraenti generali varrà il principio “prevalga il migliore”, che finirà con il favorire grandi compagnie americane e forse qualcuna europea, dotate della capacità di gestire somme di queste proporzioni, per il terzo varrà il principio della scelta obbligata: l’appalto dovrà andare necessariamente a una società del mondo arabo. La quale avrà un portafoglio di circa 5 miliardi di dollari, che a sua volta verrà distribuito a compagnie subcontraenti.

Non si sa ancora se i contratti che questo “contractor” gestirà riguarderanno lo sviluppo delle risorse petrolifere o le scuole, gli ospedali, le infrastrutture stradali, la rete elettrica. In ogni caso, esso avrà una profonda incidenza su parti essenziali del modello di sviluppo. Si è scritto che se sotto il terreno dell’Iraq non vi fosse petrolio, ma barbabietole e patate, gli americani non vi si sarebbero insediati.

Si tratta di una affermazione ridicola e anche infame. I contratti per la ricostruzione partono in tempi accelerati, con denaro del contribuente (o del debito pubblico) americano, più importi minori di paesi donatori, larghi di parole ma stretti nella borsa. E i proventi del petrolio iracheno serviranno solo per ripagare, in seguito, una quota della spesa. Mentre un terzo della gestione di questi soldi e i relativi profitti, da subito, saranno di imprese del luogo. Come al tempo del piano Marshall.

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